Ad un certo
punto, dovevo aver più o meno tredici anni, non so né come né perché, mio padre, che
era avvocato e un poco letterato, si mise in capo di trasformarsi in
imprenditore. Di denaro, in casa Ponti, neanche si parlava. Capirai, i soldi erano né più né meno la popò del diavolo, per mio padre cresciuto, da balilla, in
odio alla "plutocrazia internazionale";
per mia madre, invece, erano una faccenda remota, da uomini, una roba misteriosa quasi, che la
riguardava come, per esempio, la raccolta delle patate a
Machu Picchu.Le arrivavano, i denari, piovendo da una nuvola rosa e lei li
spendeva con frivola allegria. Tutto qui.
E dunque rimase a bocca spalancata quando mio
padre, come si suol dire di punto in bianco, le comunicò che avrebbe
comperato un pezzo di campeggio in Toscana. Il nome: "Le
Pignacce". Sognavo di andarci, alle Pignacce. Immaginavo,
nella mia confusa geografia bambina,
una spiaggia solitaria, di onde e silenzio, piena di pigne, sulle spalle una sciarpa di
erbacce in rivoluzione. Pignacce, erbacce era tutto un fascio per
me. Non mi ci portarono mai. In compenso, la mattina di una domenica
di marzo, con il cielo stirato, azzurro, profumato di primavera, giunse Giuliano, che gestiva
insieme al "su figliolo" - un finto Depardieu - il camping Le Pignacce. Era, Giualiano, un
Golia buono, alto e grosso, in dolcevita verde carciofo. Per pantaloni, due braghe larghe color pigna, da scaramacai Mi prese in braccio,
affondai nella sua ciccia. Mangiò per quattro e ridendo,
esclamò masticando: "E metti burro e metti 'ascio,
avvenne 'he si stomah'arono". Ogni
volta che sento parlar toscano ripenso a Giuliano e mi chiedo che
fine abbia fatto il camping "Le Pignacce" di cui sentii
parlare per una lunga estate e poi più nulla.

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