Sul davanzale dello studiolo dove scrivo anche adesso, affacciato su un cortile interno (dove, in alto, su un tetto spiovente, cresce, spettinato, un intrico d’erbe, percorso da passeretti e piccioni), c’è sempre uno scatolotto di cartone, con sopra una retina rossa come fosse velina agli occhi, pieno di arance succose che compero, al giovedì, durante la spesa quotidiana in uno dei tanti supermercati che fanno da corona ai margini di Roma. Nel loro bel vestitino arancione, tonde come il Mezzogiorno, le arance se ne stanno lì’, buone buone, ad attendere la mano che le prenderà.
Ma, strette come sono e, a volte, sbadatamente, lasciate sotto il sole, le arance, attaccandosi una all’altra, paiono morir di noia nell’attesa e gridando al soffocamento cominciano una via l’altra ad ammalarsi, diventando frolle poi grigiastre e sgonfie e perdendo la rotondità infantile che innamora. E la velocità del deperimento è tale che spesso da un’ora all’altra mi ritrovo con uno svenimento generale. Allora, lesta lesta, afferrate le meschine, le porto per dir così all’ospedale della mia cucina, dove, con un coltellaccio, taglio via la parte malata e spremo dalla parte buona quel poco di succo-sanguigno che ricavo per il marito. E mi muore il pensiero all’idea di gettar nella spazzatura tutto quel buono andato un poco a male. Allora, pensa che ti ripensa, tiro fuori da sotto al lavandino un secchio colmo dell’humus secco che mi è avanzato dal giro delle piante e, messolo in una bacinella, ci verso dentro il resto dell’arance e mi do a mischiare il tutto in un paciugo profumato che sarà poi rovesciato nei vasi delle piante in giro per casa e davanzali. Detto fatto.
Il giorno successivo, all’aprir dei vetri quotidiano, geranio e belle di notte hanno il capino in su e paiono in abito da sera. In gran spolvero è anche la palmetta nana che, in sala, stenta sempre a prendere il volo. E ora è lì, lucida, satolla, e mi chiede se casomai può avere, come mio marito, un altro poco di spremuta d’arancia…