Ma dove sono andati a
finire i gatti di Roma, mi chiedo, mentre non ne vedo più uno in giro e ne
vedevo, assai, bambina e “regazzina” (che a Roma, la “i” diventava “e” allora,
ai tempi miei…). Sì dove caspita sono andati a finire i gatti di Roma che
dormivano tra i monumenti, per poi andarsene raminghi, scorrazzando tra i ciuffi d’erba verde, ignari di
calpestare, tra un capitello e un marmo, le vestigia dell’impero. Per trovarne uno, ma di marmo appunto, mi tocca scarpinare giù fino a via della Gatta, dove un gattolino c’è, arrampicato sul cornicione di
palazzo Grazioli, a un tiro di sasso da piazza Venezia e bisogna tenere gli occhi in su e il collo storto per vederlo.. Un gattolino, sì, un gattolino c’è ma è
così stento e bianco, lassù, che non sembra più il gatto sacro egizio dei tempi
belli suoi e poi mica fa miao miao e neppure le fusa…
No, i gatti di Roma non
ci sono proprio più. E pensare che anni orsono (ma pochi, eh!) uno dei libri di
Madeleine era dedicato proprio a loro, ai mici della Capitale e si intitolava proprio "Madeleine and the cats of Rome". E’ triste non
vederne sgusciare uno tra i vicoli, con quell’andar felino e sospettoso che
tanto mi divertiva. Ecco, lì un gatto rosso, con la sua bella lisca in bocca,
di là, un soriano, un Romeo degli Aristogatti, e lì, più in là, una madamigella tutta bianca, flessuosa e piena di chic... Era tutto un miagolare, a sera,
in piazza Argentina e anche al foro, dove portavo il mio bambino, piccolino, a
giocare tra la casa delle Vestali e i Rostri e il tempio di Giunone moneta (quello
che ha dato il nome alle nostre “monetine”) perché se ne stava accanto proprio
alla zecca romana. Tanto tempo fa. Sì, tanto tempo fa, c’erano i gatti di Roma
e ora non più.
Con un sorriso, eccomi a cucire questa
bennimiao che è, a modo suo, un inno di pezza ai tanti gatti che c’erano e che
non ci sono più…

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