![]() |
| Gonna bennibags e co. In allegria di primavera e fiori futuri |
Se c’era una cosa che a
Lisetta, otto anni in fiore e pizzo di sangallo, proprio non andava giù era
fare, al pomeriggio presto quando il sole chiamava ancora alla corsa per i
campi tra ranocchi e fiori, le lezioni di matematica con la Marcolin. Non c’era
scampo e verso: doveva chiudere finestra e cuore al richiamo dorato e profumato
della primavera e mettersi, a capo chino, a far le equivalenze e le divisioni e
i problemi di geometria con quel corazziere in gonnella che non le piaceva né
virgola né punto. Nulla, nella persona grossa della Marcolin, le accendeva un
qualche interesse. Nulla, proprio. Gli occhi erano di un colore verde smorto,
gli zigomi immersi nella troppa carne neppure si vedevano, il naso era come
schiacciato sul colmo e ai due lati, le narici, parevano due scivoli scoscesi.
I capelli erano grigi e raccolti alla meglio sulla nuca. Gioielli nulla.
Neppure una crocetta al collo. Avesse avuto almeno in capo un cappellino alla
moda, che ne so con una grande ala nera di corvo a far da visiera sul davanti,
oppure una linea a turbante che ricordasse l’oriente, un’odalisca, che ne so,
ma no, la Marcolin aveva una paglietta di Firenze e sopra frutta e fiori,
neanche fosse al banco del mercato dove si andava al giovedì al braccio della
Eva per comperare arance d’inverno e pesche dolci d’estate. Per non dir niente,
poi, delle scarpe che erano sempre come usate da un soldato nella Grande Guerra,
lassù sul Carso, e provate da vento e fango e pioggia e niente affatto
deliziose come gli stivaletti di vacchetta alla moda che Lisetta e Maria
calzavano nei piedini eleganti loro…
Ho cominciato questo
racconto, come ai vecchi tempi quando sognavo di fare la scrittrice. L’ho cominciato,
dicevo, e lo finisco qui perché la penna si fa arida e il cuore in singhiozzo
quando cammino (come ho fatto stamattina) per le strade di Roma, sudice e piene
di pollaietti indecorosi. No, non scrivo più, mi dico, e molto meglio sarebber
andare con la ramazza a raccogliere cartacce bottiglie di birra vuote davanti
al Colosseo… e mi consolo ricordando l’incontro, sempre stamattina con un
vecchio monticiano, uno di quei romani veri come non ne fanno più, che all’incontrarmi
carica di sacchetti della spesa, mi guard e fa: “Ce devo proprio venì a magnà a
casa tua…”. Una risata assieme, cuore a cuore, e via ognun o per la strada sua.

