In
quei tempi là miei, più o meno nell’età di Pericle, ai diciott’anni, si
organizzava un gran ballo con i disk jokey e i tavolini vestiti di bianco e
tante cose buone da mangiare. la festa si chiamava semplicemente "I diciott'anni". In cravatta nera i ragazzi, stirati sull’attenti
come tanti ufficiali di cavalleria, e le ragazze con l’abito lungo fino ai
piedi e i tacchi alti. Ogni ragazza diventava così una principessa, al braccio
del suo principe in valzer danzante, e l’eleganza nel pallore dei cognomi in
livrea era regina…
Il giardino della villa Bianca romana si vestì di lumini, colorandosi di musica
celeste la sera dei diciotto anni di mia sorella. Lei, in verde e oro e in
gloria (credo), ma io non c’ero. Non so perché, e ancora me lo chiedo, io fui
esiliata a Castel di Decima in casa di una zia mia amatissima. Non mi rimasero
che i racconti. I palloncini bianchi, nel buio, a grappolo in caduta dal cielo
e la bellezza di una certa Polissena (e basta il nome) che io non vidi mai, ma
immaginai, nel piedino di Cenerentola, bella tra le balle e quasi un mito omerico.
Anche
i gemelli, di nuovo io assente, ebbero una festa di cui non un racconto serbo.
Marco no ché lui veleggiava per i sette mari e io, una festina in tono minore, invernale
nel su e giù della casa che non era
certo giardino fatato. Non ebbi il ballo, ma il mio principe azzurro sì lo ebbi e conservo ancora il regalo che mi
fece, bello come una promessa d’amore…

