| Le mie gerbere d'arancio... |
Di tutti i cani lupo
che popolarono il giardino romano, disteso dietro l’alto bastione del Sangallo
delle mura aureliane, Iago fu certo il campione. Grande, di pelo lungo e
biondo, era una bellezza superba di animale, con gli occhi ivi e una gran coda
a spazzolare l’aria quando vedeva noi bambini, dei quali era paladino. Viveva
libero nel verde, testimone dei nostri giochi bambini, e legato alla catena,
con capo poggiato sulle zampe in croce per davanti, soltanto quando nella villa
entravano gli estranei. A loro abbaiava, nella prigionia, con un incalzare
sovrano di voce arrochita che lo rendeva sovrano qual era e così sia. Fu
sovrano, davvero, e regnò per sedici anni, indomito, anche quando le gambe di
dietro non lo reggevano più e beniamino dello zio Carlo che lo venerava e di
tutti noi piccoli Ponti e Salini che, sotto sotto, lo temevamo per quella sua
nomea feroce che lo rendeva il terrore dei “fornitori” (così, in casa Salini,
si chiamavano i garzoni delle botteghe dove loro – noi, neanche per niente –
comperavano pane e companatico.
Ebbe una carriera solenne di morditore. Morse
principi siciliani e povericristi, cardinali e parroci; morse come gli piaceva
a lui senza distinguere tra patrizi e plebei. Risparmiò, Stefano P., in divisa
da marinaio, che lo fermò con un indice alzato, restandosene ritto e fermo pure
lui mentre Iago, tutt’intorno, gli faceva la corte come fanno gli squali in
mare con le loro prede. Morse, invece, mia sorella, portandole via un cicciolo
di carne, per avere – lei – alzato un bastone su un Salini. La morse e furono
pianti e lacrime e furore, di cui poco o nulla ricordo perché la memoria
scolorisce nella verde età. Ricordo però che, dopo i pianti e le proteste e
nonostante tutto, Iago, bello come sempre, tornato dal riformatorio per cani,
più feroce che mai, rimase e continuò indisturbato la sua carriera, azzannando,
mi pare (ma se non è così poco mi importa…) anche un Salini,
