A volte, quando mi sveglio
presto al mattino e compio, col sottofondo del trillo degli uccellini ad
accompagnar i gesti quotidiani, il rito del caffè, l’arte di riassettare che
tanto mi dà gioia, ho tempo e agio di gironzolare un poco sulla rete per trovare,
che ne so, una notizia ghiotta da commentare poi con il marito, una ricetta da
usar per colazione, oppure solamente per
controllare i casi miei. Così, questa mattina, durante il consueto giro sui
quotidiani (abitudine che mi resta incollata addosso insieme con la tessera da
giornalista professionista), leggo su uno dei tanti che il Comune di Roma ha
istituito i “volontari del verde”, gente come me, persone comuni che, stufi di
vedere la città ridotta un letamaio, un’ombra di com'era e immalinconita e triste che
neppure la miseria, rimboccandosi le maniche, partono alla ripulizia dei parchi
e delle aree verdi di questa nostra Roma bella e bellissima che a tutti piace e
che tutti (o quasi) trattan tanto male.
Ma che bella idea! Sbalordisco
perché di cose buone, in questi tempi grami, ne sento e vedo poche; sbalordisco
e penso, però, mica malaccio e già mi vedo - io che a Cala dei Gigli (sto arrivando…)
mi trasformo in Chance giardiniere - con i guanti a raccogliere cartacce, a
svuotar cestini, a parlare con gli acanti e a rincorrer merli. Vola la mente e
si fanno intanto le nove del mattino. Telefono, mi dico, subito allo 060606 per
aver lumi. Lo faccio e mi risponde la voce tal dei tali del numero tal dei
tali. Porgo, cortese, la domanda. Ma il mio interlocutore, dice, non ne sa
nulla e mi dà un numero di telefono di un certo ufficio del Dipartimento
Ambiente. Lo faccio, nessuna risposta. Vabbè, faccio da me. In fondo non sono
giornalista per caso. Due click e trovo subito il numero dell’Urp del
Dipartimento Tutela Verde e Ambiente (mi pare proprio che reciti così il titolo
onorifico comunale…). Mi risponde, lesto, un tipo con la parlata romanesca.
Benone, mi dico, e sto per porgere di nuovo la domanda quando click, la linea
cade. Senza darmi per vinta, riprovo e mi risponde il signore di prima. Alla
mia domanda, comincia col chiamarmi “cara signora” (e, penso io, già butta
male). Infatti, non sa un bel cavolo di nulla, lui neppure. E allora, sai che c’è,
gli chiedo (non è forse la Urp l’ufficio che si occupa dei rapporti con il
pubblico, cioè anche io?) di informarsi (mi pare quasi di vederlo alzare gli occhi
al cielo…), gli dico che posso lasciargli la mia mail e magari… D’un tratto,
mentre continuo il mio ragionamento, sento che la voce di lui si fa prima
spezzettata, come se il cavo fosse mordicchiato da un gatto, e poi, patapunfete, immersa in un ovata acquosa, precipite nella gran fossa delle Marianne, infine farsi silenzio. E chissà perché, indovinatelo un po’ voi, mi è tornata
un mente una cara amica che, per togliersi dai piedi un seccatore, rispondendo al
telefono, disse con voce filippina: “No
signola è uscita, non essele in casa…”




