| I sacchettini che ho tagliato e cucito per Olimpia, la mia prima pronipote... |
Una mattina di tanti,
tantissimi anni fa, ad Efeso, il filosofo greco Eraclito, grande aristocratico,
(dai frammenti fiammeggianti di verità, tutt’altro, secondo me, che oscuri…) se
ne stava davanti alle mura della città, giocando con un gruppetto di
bimbi. Arrivarono, in pompa magna, i
maggiorenti di Efeso che, con lui, dovevano governare la città e, sorpresi, gli
domandarono come mai stesse lì, a sciupare il tempo con
dei piccolini, il filosofo rispose: “Non è forse più serio stare qui con questi
bambini che governare con voi la città?”. Dei miei studi filosofici (scarsi in
verità), io mi porto nel cuore soltanto Eraclito e non soltanto perché ancora
oggi, che viviamo in un nodo di gordio (senza un Alessandro che lo laceri a fil
di spada) e tutt’intorno, squadernata e volgare, la superbia apre le porte alla
disubbidienza, induce a nefandezze e tradimenti, consente tutto agli uomini
perduti nel segno del dragone rosso, ma anche perché nelle parole sue doveva nascere, in gioia divina, il canto mio.
Sì, la penso come
Eraclito, l’oscuro, che oscuro non era e al contrario lumeggia nell’antichità
fino a oggi, moderno più di tanti moderni, che io amai, ragazzina, e continuo anche oggi,
nell’autunno della mia esistenza.
E mentre tutt’intorno
mi par di vedere rovine, lì dove ogni festa “civile” (il 25 aprile, il 1
maggio) si trasforma in rissa e insulto e furia cieca, mi ha consolato veder
Cagliari bella invasa dai costumi sardi di donne e uomini, nella processione santa,
bella, splendente, di Sant’Efisio. E con un saluto a un Efisio sardo che
conosco fin da bambina e che mi offrì il mirto per la prima volta, passo e
chiudo con una riverenza, in gioia per questo maggio di rose appena sbocciato in onore di Maria.