In un bar di caffè brasiliano
(dove è di casa, mi dicono ma io non l’ho mai incontrato, Giorgio Napolitano),
lungo la bella via dei Serpenti (che ha per cancello il Colosseo) ai Monti, c’è
da qualche giorno un punto di book crossing che, detto all’italiana, significa
liberare i libri affinché senza spesa alcuna, si prenda e si lasci ciò che
piace tanto, poco o così così. Io, in questo angolino di carta e inchiostro, ho
lasciato qualcosa (che non dico) e ieri l’altro, nel prendere un cappuccino al
volo, ho preso altro ancora. E cioè un libriccino della Mursia in edizione
scolastica che si intitola “Un’infanzia italiana” ed è di Carlo Castellaneta,
uno scrittore, dico la verità, che non ho mai preso in considerazione e poi
chissà perché. Mie sorelle, ognuna a modo suo, sono state le tante scrittrici
di memorie, Dolores Prato, certo, e Luisa Adorno, e anche Paola Drigo;
Katherine Mansfield nelle lettere che tengo ancora nel mio comodino. Mie, molte
altre, Kate Chopin e altre i cui nomi
volano via nella memoria (mia). Ma questo Castellaneta qui, neanche sapevo che
lo avesse scritto un libretto così di memorie! Di lui, in vaghezza, ricordavo
un titolo e addirittura pensavo (e me ne vergogno) che fosse sudamericano…
Così, pizzicata dalla
sorte e guidata dal mio angelo, eccomi sciolta a leggere i ricordi suoi, del
Carletto, in una Milano ingenua in orbace e fascio littorio. Lo vedo balilla,
per nulla tamburino e in colonia, rapato a zero nel’umiliazione cruda dell’infanzia.
E così tanta compagnia e diletto e divertimento mi ha dato la voce sua bambina
che presto, in biblioteca, colmerò il mio vuoto letterario, leggendo racconti e
romanzi di uno scrittore milanese morto orsono pochi anni nel mio Friuli amato…