Quando ero piccola io, più o meno all'epoca di Re Numa, non c'erano tutti questi canali tv - a pagamento, pay tv, gratis, col canone, col digitale, col cavo, col cavolo - che solo a pensarci ora mi monta su un gran mal di capo e la voglia di spegner tutto e buonanotte al secchio. Nossignore, ai tempi miei, c'erano due canali e basta, due canali lindi e pinti, in bianco e nero: il primo e il secondo. E tutti e due, primo e secondo, erano figlioli della televisione di Stato, curiale, solenne, vestita di grigio, che doveva diventar, con gli anni, una scanzonata, pettegola e coloratissima Mamma Rai. Dalle cinque alle sei, il primo canale trasmetteva la tivvù dei ragazzi e poi, dopo le otto (all'ora di andare a letto ) Carosello. Per il resto erano tribune politiche e telegiornali buoni per far addormentare persino lo zio Bibe che era un professorone in tuba con una barba così lunga da farmi venir voglia di attaccarci su, così per allegria, le palline d'oro del Natale.
Al sabato mattina c'era "Oggi le comiche" e durante la settimana (quando stavo male) obbligata a letto e a minestrina, i film di "gingerogefredaser" (come li chiamava la Mimma che veniva a servizio ogni mattina a casa nostra e che passava buone mezz'ore seduta in bagno a leggere i fotoromanzi di Grand Hotel...); al sabato sera c'era il varietà che, per noi bambini, era un sollucchero. Marco, per ammirar la sua "Sylvie Vartan" era capace di scendere le scale a ruzzoloni, una valanga bionda. A me piacevano le Kessler. A mia sorella, la Mina. Minimo comune denominatore di tutti quei nomi e cognomi vestiti da sera - per noi ragazz che cominciavamo allora a crescere a pane e piccolo schermo - era diventar mito dietro al vetro... E siccome non voglio annoiare con i degustibus dei Ponti, faccio un balzo indietro nel tempo, saltando quasi quarant'anni di vita, ed eccomi, bambina, sullo spalmatore deserto di Tavolara. Ho la maschera, senza boccaglio, a faccia in giù e a sedere in su, furego, quasi a riva, tra la sabbia bagnata in cerca di rametti di corallo e occhi di santalucia. Prendo un respiro grosso, sono in compagnia di bavose e sassolini, in un'acqua molle, calda, primordiale. Scoppio fuori a prender aria e, davanti al naso, mi trovo nientemeno che la generosa mole (in topless) di Ornella Vanoni, allora un mito come la Mina. Occhi negli occhi, io e lei, per un secondo, poi io mi rituffo e lei via per i suoi lidi. Riscoppio dalla spuma e corro da mia madre che se ne sta beata baciata dal sole: "Mamma, c'è Ornella Vanoni sulla spiaggia!", sparo come se avessi visto, che so, il fantasma del Re di Danimarca. "E allora! Che vuoi che sia, una cantante, ce ne sono a mucchi...", mi gelò lei che ancora non era stata contagiata dalla varicella di Mamma Rai...
lunedì 26 settembre 2011
venerdì 23 settembre 2011
A Silvia
Ci sono certe signore - o signorine tanto fa lo stesso - che hanno il gusto di portar via alle altre gli uomini loro, solo per assaggiare un trionfo che dura quanto un fuoco di paglia . Come se, fra i galli nel pollaio, avessero sugo soltanto quelli con la chioccia e i pulcini in casa. Gli sposati, per queste donnine qui, sono una ghiottoneria degna di Vattel. Ché la fede al dito di un lui porta lustro e corone e scettro alla conquista loro. In questa categoria mi tocca ficcare, mio malgrado, la mia migliore amica del mare Silvia che era, neanche a dirlo, bella come una madonnina tascabile e graziosa e tutta moine che come si spalmava la crema da sole lei non ce n'era un'altra...
Questa gattina qui aveva occhi e cuore - durante i mesi a Cala dei Gigli, s'intende (cioè quando io ero viva e presente) - per quelli che, bontà loro, facevano il filo a me e io, che l'avevo messa sul piedistallo in chiesa pendevo dalle sue labbra nel giudizio per aver da lei l'approvazione su questo o quello. Sicché se mettiamo lei arricciava il naso a significare che il malcapitato era uno sgorbio (non lo era affatto, beninteso...) e come diavolo avevo potuto pensare di accompagnarmici, invece di capire il sotterfugio suo, giravo le spalle all'amore. E lei, vittoriosa, dai a lanciar ami ed esche, alla faccia mia, ben lavata col sapone di Marsiglia.
Un'estate, dovevo aver più o meno vent'anni, capitai a Cala dei Gigli con un fidanzato romano e lo servii su un vassoio d'argento alla mia Eleonora d'Arborea. A ripensarci ora, col senno di poi, mi scappa una risata omerica. Ma allora... che batticuore. Glielo presentai, sperando che facesse bella figura. E la fece, eccome. E lei con lui.
La seconda volta, molti anni dopo, smagata e abbruciacchiata dalla vita, quando le feci conoscere l'uomo che doveva condurmi all'altare gli misi addosso (si fa per dire...) a mo' di cintura di castità una maglietta premaman (indossata da mia cugina in dolce attesa) che mostrava sul dritto un oblò ben sigillato come a chiudere la pancia a intrusi e sopra, in rosso scarlatto, la scritta, in francese che fa più fine: "Occupeé". Ma per la mia amica - fu solo allora che capii - le malizie erano vita e respiro. Una necessità. Così lei, con due figlie grandicelle e una in arrivo, ricominciò daccapo, come se avessimo ancora diciassette anni, lei, lui e anche io. E io, tra me e me, la perdonai...
Questa gattina qui aveva occhi e cuore - durante i mesi a Cala dei Gigli, s'intende (cioè quando io ero viva e presente) - per quelli che, bontà loro, facevano il filo a me e io, che l'avevo messa sul piedistallo in chiesa pendevo dalle sue labbra nel giudizio per aver da lei l'approvazione su questo o quello. Sicché se mettiamo lei arricciava il naso a significare che il malcapitato era uno sgorbio (non lo era affatto, beninteso...) e come diavolo avevo potuto pensare di accompagnarmici, invece di capire il sotterfugio suo, giravo le spalle all'amore. E lei, vittoriosa, dai a lanciar ami ed esche, alla faccia mia, ben lavata col sapone di Marsiglia.
Un'estate, dovevo aver più o meno vent'anni, capitai a Cala dei Gigli con un fidanzato romano e lo servii su un vassoio d'argento alla mia Eleonora d'Arborea. A ripensarci ora, col senno di poi, mi scappa una risata omerica. Ma allora... che batticuore. Glielo presentai, sperando che facesse bella figura. E la fece, eccome. E lei con lui.
La seconda volta, molti anni dopo, smagata e abbruciacchiata dalla vita, quando le feci conoscere l'uomo che doveva condurmi all'altare gli misi addosso (si fa per dire...) a mo' di cintura di castità una maglietta premaman (indossata da mia cugina in dolce attesa) che mostrava sul dritto un oblò ben sigillato come a chiudere la pancia a intrusi e sopra, in rosso scarlatto, la scritta, in francese che fa più fine: "Occupeé". Ma per la mia amica - fu solo allora che capii - le malizie erano vita e respiro. Una necessità. Così lei, con due figlie grandicelle e una in arrivo, ricominciò daccapo, come se avessimo ancora diciassette anni, lei, lui e anche io. E io, tra me e me, la perdonai...
lunedì 19 settembre 2011
Primo giorno di scuola
Mia cugina Viola, da piccolina, trovava il paradiso in due-posti-due: dietro alle gonne di sua madre e a fianco della stessa, con il muso fuori e le gambe a nascondino, in un gioco perenne di ti vedo e non ti vedo. Il mondo la spaventava ed ecco perché, il primo giorno di scuola (la materna saltata a piè pari...), fu per lei Scilla e Cariddi.
Entrata nell'aula dell'Istituto Mater Dei già sospettosa per via degli eccessivi entusiasmi di sua madre, Viola pretese che la mamma sedesse nel banco insieme a lei e, soddisfatta, con gli occhi alla sua dea, se ne rimase quietina per tutta la lezione. Il giorno successivo, ecco la zia seduta nel banchetto (piegata e scomoda a mo' di tovagliolo), di fianco alla sua Viola e così via per un numero di mattine che non ricordo finché un giorno, anzi un brutto giorno per Viola, la maestra che si chiamava Baffetti ed era una bellezza alta, al caffé, con certi occhi smeraldini di fiamma, pregò sua madre di accomodarsi e così sia. A Viola fu assegnata per compagna di banco una morticina dai capelli color pelo di topo, incapace di pronunciar la "r" e la "s" che, come si sa, sono due signore consonanti...
Appena la zia, liberata, scomparve divorata dal corridoio, a Viola vennero i lucciconi, sentì una castagna in gola e prese a piangere a dirotto. E pianse e pianse per un mese sano come se la miniera delle lacrime sue fosse inesauribile. Pianse, dicevo, per trenta giorni filati e poi mai più. A tredici anni ebbe la sua rivincita agli esami di terza media quando al professore esterno che le chiedeva di parlar di Garibaldi rispose: "Va bene Garibaldi, ma posso parlar di Napoleone?". Fu magro bottino in famiglia, nonostante l'ottimo ottimo scolastico perché quando si doveva descrivere un piagnone si diceva e si dice: "Ha le lacrime facili come zia Viola".
Entrata nell'aula dell'Istituto Mater Dei già sospettosa per via degli eccessivi entusiasmi di sua madre, Viola pretese che la mamma sedesse nel banco insieme a lei e, soddisfatta, con gli occhi alla sua dea, se ne rimase quietina per tutta la lezione. Il giorno successivo, ecco la zia seduta nel banchetto (piegata e scomoda a mo' di tovagliolo), di fianco alla sua Viola e così via per un numero di mattine che non ricordo finché un giorno, anzi un brutto giorno per Viola, la maestra che si chiamava Baffetti ed era una bellezza alta, al caffé, con certi occhi smeraldini di fiamma, pregò sua madre di accomodarsi e così sia. A Viola fu assegnata per compagna di banco una morticina dai capelli color pelo di topo, incapace di pronunciar la "r" e la "s" che, come si sa, sono due signore consonanti...
Appena la zia, liberata, scomparve divorata dal corridoio, a Viola vennero i lucciconi, sentì una castagna in gola e prese a piangere a dirotto. E pianse e pianse per un mese sano come se la miniera delle lacrime sue fosse inesauribile. Pianse, dicevo, per trenta giorni filati e poi mai più. A tredici anni ebbe la sua rivincita agli esami di terza media quando al professore esterno che le chiedeva di parlar di Garibaldi rispose: "Va bene Garibaldi, ma posso parlar di Napoleone?". Fu magro bottino in famiglia, nonostante l'ottimo ottimo scolastico perché quando si doveva descrivere un piagnone si diceva e si dice: "Ha le lacrime facili come zia Viola".
venerdì 16 settembre 2011
A spese dei suoceri...
In casa Ponti i compleanni, per carità, non venivano festeggiati. Torte e candeline erano roba da "tinello" e il tinello a casa nostra proprio non c'era. Per rincorrere non so quale falena aristocratica mia madre, gran maestra della "signorilità", storceva il naso all'idea del bambino (che veniva declassato a "pupo") il quale, con un sorriso a labbra distese che pareva una fetta di melone, soffiava, reuccio per un giorno, sulle fiammelle della sua piccola vita. Riccioli protetti dall'incavo caldo del seno materno, tutt'intorno il parentame festoso a batter le mani e a fare "oh, che bravo", come se avesse scalato un Everest... Noi niente, a bocca asciutta: un bel nulla farcito alla panna e anche i regali, una micragna. Adiciotto anni, invece, d'incanto, la magia. Una festa, anzi un ballo (nel caso dei gemelli e di mia sorella) fu apparecchiato nel giardino trasformato, per l'occasione, in un Paese delle Meraviglie. I ragazzi, in smoking neri, neri pinguini; i camerieri in smoking bianco, bianchi pinguini. Sul prato, con vestiti scollati bianchi e neri a leccar erba e fiori leggiadre damine dai nomi d'oro e d'argento. Alcuni li ricordo ancora e li pronuncio con una riverenza, ma soltanto il nome perché per dire il cognome dovrei anch'io vestirmi da sera. Erano nomi di farfalle ripescati dal mito: Pol issena, Coralla, Lucrezia.
La festa mia - perché ballo non fu - fu invernale raduno, dentro un su e giù per le scale degli ospiti, fuori un freddo di stelle. Soltanto Marco, chissà perché, non ebbe, compiuta l'età del senno, il suo tributo di gloria, la rivincita per tutti i compleanni mancati, per tutte le candeline mai soffiate. Si rifece, anni dopo, quando primo di tutti, per il suo matrimonio con una delle tante farfalle romane, vestì di ghirlande quattrocentesce non una villa sola e neppure un solo giardino, ma un intero borgo in Umbria. A spese dei suoceri...
La festa mia - perché ballo non fu - fu invernale raduno, dentro un su e giù per le scale degli ospiti, fuori un freddo di stelle. Soltanto Marco, chissà perché, non ebbe, compiuta l'età del senno, il suo tributo di gloria, la rivincita per tutti i compleanni mancati, per tutte le candeline mai soffiate. Si rifece, anni dopo, quando primo di tutti, per il suo matrimonio con una delle tante farfalle romane, vestì di ghirlande quattrocentesce non una villa sola e neppure un solo giardino, ma un intero borgo in Umbria. A spese dei suoceri...
domenica 11 settembre 2011
Filosofia alla maionese
E ora che ho raccontato a fior di cuore alcuni fatterelli tragicomici della mia vita (sperando di aver, a volte almeno, strappato un sorriso, o innaffiato un ricordo) lasciatemi aprire una parentesi graffa - che da piccola mi piacevano tanto - al sapore di tonno e pomodori, spruzzato con il limone della filosofia. E vado subito a cominciare sperando di non risultarvi in uggia.
Ci sono nel palcoscenico del mondo (che è come un gran piroscafo che scivola sul mare della vita), a mio parere, più o meno tre tipi di persone: quelle che tagliano, quelle che cuciono e i clandestini a bordo. Del primo tipo, cioè nella casella dei "tagliatori" metto coloro che, pestando i piedi al prossimo loro, cercano di occupar il posto altrui che pare sempre, visto dal mare, un praticello tirolese. Siedono, dunque, nella poltrona numero 30, ma sognano la 31 e posano il giornale sul cuscino color porpora della 29... Sono questi, a mio modesto avviso, la maggioranza buona dell'umanità.
I "cucitori", ossia gli inquilini della seconda casella, mosche bianche, sono tutti coloro che, direi con solenne semplicità, prendono, mettiamo, il numero 27 di poltrona e siedono beati nel posto avuto in sacrosanta eredità dal cielo. Lo fanno, è questo che mi innamora, senza cercar di allungare la mano sul sedile numero 28 e senza sentir la fregola di posare ombrello e cappello sullo strapuntino altrui. E vorrei ben dilungarmi su questa buona razza di uomini, ma sento voci chiamare dal ponte della nave, voci che si perdono nella lontananza. "E noi? E noi?". Ecco a riempir il terzo cassettino i clandestini a bordo. I clandestini a bordo sono tutti quelli che, nati al mondo come tutti gli altri, sono stati messi però in un canto,in un angoletto tanto piccolino che è impossibile persino starci ritti su un piede solo. Vi stanno in equilibrio, meschini, a stento, con una gamba penzoloni, e sono costretti, per tirarla su, a pagar due volte il biglietto. Pagano, dunque, uno scontrino doppio: al mondo e ai loro simili, mai sicuri, durante l'intera traversata, di meritare davvero la poltrona numero 28...
Il cerchio si chiude, la parentesi pure e io vado a fare un poco di maionese che dà più gusto a un piatto freddo di filosofia.
Ci sono nel palcoscenico del mondo (che è come un gran piroscafo che scivola sul mare della vita), a mio parere, più o meno tre tipi di persone: quelle che tagliano, quelle che cuciono e i clandestini a bordo. Del primo tipo, cioè nella casella dei "tagliatori" metto coloro che, pestando i piedi al prossimo loro, cercano di occupar il posto altrui che pare sempre, visto dal mare, un praticello tirolese. Siedono, dunque, nella poltrona numero 30, ma sognano la 31 e posano il giornale sul cuscino color porpora della 29... Sono questi, a mio modesto avviso, la maggioranza buona dell'umanità.
I "cucitori", ossia gli inquilini della seconda casella, mosche bianche, sono tutti coloro che, direi con solenne semplicità, prendono, mettiamo, il numero 27 di poltrona e siedono beati nel posto avuto in sacrosanta eredità dal cielo. Lo fanno, è questo che mi innamora, senza cercar di allungare la mano sul sedile numero 28 e senza sentir la fregola di posare ombrello e cappello sullo strapuntino altrui. E vorrei ben dilungarmi su questa buona razza di uomini, ma sento voci chiamare dal ponte della nave, voci che si perdono nella lontananza. "E noi? E noi?". Ecco a riempir il terzo cassettino i clandestini a bordo. I clandestini a bordo sono tutti quelli che, nati al mondo come tutti gli altri, sono stati messi però in un canto,in un angoletto tanto piccolino che è impossibile persino starci ritti su un piede solo. Vi stanno in equilibrio, meschini, a stento, con una gamba penzoloni, e sono costretti, per tirarla su, a pagar due volte il biglietto. Pagano, dunque, uno scontrino doppio: al mondo e ai loro simili, mai sicuri, durante l'intera traversata, di meritare davvero la poltrona numero 28...
Il cerchio si chiude, la parentesi pure e io vado a fare un poco di maionese che dà più gusto a un piatto freddo di filosofia.
venerdì 9 settembre 2011
Gare di mamme
Da piccola gareggiavo con le compagne di classe a chi aveva la mamma più bella. "Vuoi mettere la Rizzi Curbati!", "Non dir scemenze, per me la più bella è la Calistri...". Eran duelli sanguinosi conditi con parole al pepe verde; si intrecciavan pareri, voti, valutazioni. Cadevano le genitrici perdenti come i birilli al bowling. D'accordo, alcune erano afroditi ed elene, ma io, quando vedevo la mia, col foulard di seta allacciato sotto il mento, sorridermi nella penombra timida della Salita San Sebastianello giravo la testa a mo' di gallinella nella speranza che le mie colleghe in uniforme vedessero anche loro la mia regina. Niente affatto: erano pianeti, anch'esse, attratte come api dal tutù profumato della loro personale rosa materna. Fiori belli e a volte carnivori.
La più bella di tutte, per me, restava la madre della Berti che aveva i capelli color rame a scenderle ad anelli sulle spalle. Una volta, a casa sua, la vidi in vestaglia, una vestaglia punteggiata di pois bianchi persi in un mare blu elettrico. Sul petto generoso un rigoglio di volants incrociati e le maniche, come campanule, parevano far da damigelle alle mani ben curate. Mi piaceva la mamma della Berti anche perché chiamava la sua bambina "paaserottina" e sorrideva arricciando il naso in un modo che non ho visto far mai più. Diedi dunque il voto alla Berti. Ma mica vinse, nossignore. La mela d'oro andò, invece, alla Rizzi Curbati che era bionda, magra, moderna, con quell'aria da modella americana che oggi è di grido ma che allora era ancora roba nuova e un poco forestiera. Cadde la mia Berti, ma ebbe la sua rivincita quando - qualche mese dopo - fuggì, piantando in asso la famiglia, proprio con il padre della Rizzi Curbati, il marito della Regina...
La più bella di tutte, per me, restava la madre della Berti che aveva i capelli color rame a scenderle ad anelli sulle spalle. Una volta, a casa sua, la vidi in vestaglia, una vestaglia punteggiata di pois bianchi persi in un mare blu elettrico. Sul petto generoso un rigoglio di volants incrociati e le maniche, come campanule, parevano far da damigelle alle mani ben curate. Mi piaceva la mamma della Berti anche perché chiamava la sua bambina "paaserottina" e sorrideva arricciando il naso in un modo che non ho visto far mai più. Diedi dunque il voto alla Berti. Ma mica vinse, nossignore. La mela d'oro andò, invece, alla Rizzi Curbati che era bionda, magra, moderna, con quell'aria da modella americana che oggi è di grido ma che allora era ancora roba nuova e un poco forestiera. Cadde la mia Berti, ma ebbe la sua rivincita quando - qualche mese dopo - fuggì, piantando in asso la famiglia, proprio con il padre della Rizzi Curbati, il marito della Regina...
martedì 6 settembre 2011
La mia Barbie Malibu
Avevo, da piccola, una Barbie Malibu, abbronzata, con lunghi capelli di plastica d'oro e gli occhi spruzzati di color acqua marina. Era la mia preferita e la riverivo con certi vestitini color cielo che mi cucivano le signorine inglesi e scarpette col tacco, di plastica arancione, o stivali di gomma bianca buoni, nel mondo suo incantato, con la pioggia o con il sole. La chiamavo a volte Anna altre Margherita, come avrei chiamato una figliola se l'avessi avuta. Non avevo una figliola e non l'ebbi mai; ma una nipotina, invece, arrivò, portata dal vento dell'amore. Una bimba che fu, da subito, cuore del mio cuore e io, forse, del suo. Il mio glielo consegnai nella personcina della mia Barbie Malibu, e, armi e bagagli, nel corredo di vestitini odorosi di bucato e di accessori, tutti piegati per benino in una valigetta metallica che portava - e porta - in cima, sotto, e torno torno, tutti i mestieri disegnati a fumetto. E buonanotte.
Quando la nipotina si fece alta come la sottscritta, la valigetta tornò a casa e pure la Barbie Malibu, ma con un braccio penzoloni. La ricoverai allora all'ospedale delle bambole che era (e non è più) un buchetto di negozio polveroso affacciato sulla scalinata di Magnanapoli e accucciato sotto i Mercati di Traiano. La Barbie Malibu riebbe il suo braccio attaccato con un chiodo lì dove noi, bambini degli anni Sessanta, avevamo il cerchietto magico della misteriosa "antivaiolosa" che si faceva in un altrettanto misterioso "ufficio d'igiene"...
D'un tratto, al ricordo che vado a raccontare, mi viene su una gran risata. Siamo a Terni, ridente cittadina natale della madre della nipotina. Siamo lì, tutti i Ponti o quasi, a festeggiar non so se Pasqua o Natale e la cognata, forse per farmi cosa gradita e addirittura, bontà sua, una sorpresa, si alza, dicendo: "Ti devo mostrare una cosa". Torna, recando una valigetta di vellutello raso, verde mela, tutta arrotondata che riconosco al volo come la casetta che conteneva le bambole gemelle Lisa e Lucia. La apre e dentro, distese, morte, ecco tutte le sue Barbie, dee per sempre perdute nel launguore eterno della Bella addormentata; sono tutte quante eleganti e nessuna ha un chiodo per gioiello...
Quando la nipotina si fece alta come la sottscritta, la valigetta tornò a casa e pure la Barbie Malibu, ma con un braccio penzoloni. La ricoverai allora all'ospedale delle bambole che era (e non è più) un buchetto di negozio polveroso affacciato sulla scalinata di Magnanapoli e accucciato sotto i Mercati di Traiano. La Barbie Malibu riebbe il suo braccio attaccato con un chiodo lì dove noi, bambini degli anni Sessanta, avevamo il cerchietto magico della misteriosa "antivaiolosa" che si faceva in un altrettanto misterioso "ufficio d'igiene"...
D'un tratto, al ricordo che vado a raccontare, mi viene su una gran risata. Siamo a Terni, ridente cittadina natale della madre della nipotina. Siamo lì, tutti i Ponti o quasi, a festeggiar non so se Pasqua o Natale e la cognata, forse per farmi cosa gradita e addirittura, bontà sua, una sorpresa, si alza, dicendo: "Ti devo mostrare una cosa". Torna, recando una valigetta di vellutello raso, verde mela, tutta arrotondata che riconosco al volo come la casetta che conteneva le bambole gemelle Lisa e Lucia. La apre e dentro, distese, morte, ecco tutte le sue Barbie, dee per sempre perdute nel launguore eterno della Bella addormentata; sono tutte quante eleganti e nessuna ha un chiodo per gioiello...
venerdì 2 settembre 2011
Primo amore
A diciotto anni o giù di lì, in una mattina di sole d'oro e di mare d'argento, mi trovai tra le onde di Cala dei Gigli, occhi negli occhi con Carlo. Era questi un quattro quarti di nuorese, condito in salsa piemontese nel cognome e nell'aspetto; dell'isola sua aveva la parlata tutta doppie e lo spirito aspro, solitario; delle brume dell'Alta Savoia si portava addosso due occhi verde oliva, il cognome appunto e i capelli chiari. Fu amore a prima vista, dagli occhi all'anima, in ascensore, un amore e basta e pure ricambiato. Al mattino presto, incoronata di viole, scendevo in spiaggia a precipizio, sapendo che, verso le undici, ecco apparire all'orizzonte la barchetta di Carlo, un cosino color fiordifragola, con un motorino tossicchiante in camicia bianca. Il barchino veniva tirato a riva con un colpo leggero appena la prua sfiorava la battigia e Carlo, con un salto, era giù. Insieme, in cielo. Salivo, saliva e via verso le nostre isole nella corrente. Tavolara ci dava il benvenuto sulla timida spiaggia di ciottoli che sembava dar le spalle al sole e guardava diritto verso Golfo Aranci.
Un giorno eravamo lì distesi a goderci una parentesi di infinito quando, d'un tratto, udiamo il rombo di un motore. Solleviamo teste e sguardi ed ecco, tra i flutti, distinguiamo un mezzo da sbarco color piombo, A bordo, due marinai neri neri che sventolavano le braccia disegnando minacce al vento. "Quelli della Nato", ci diciamo senza bisogno di parole. La Nato allora abbracciava, vietando l'ingresso anche agli innamorati, tutta la parte di Tavolara che confinava con il mare aperto. Difficile distinguere i confini. Comunque... Un salto e, con il cuore a far ginnastica in gola, siamo a bordo. Una fuga. Invano. In un baleno il mezzo ci affianca e, con una risata ben cotta stampata tra due file di denti bianchi, uno dei due disturbatori fa: "What is the time?". Amore e guerra...
Un giorno eravamo lì distesi a goderci una parentesi di infinito quando, d'un tratto, udiamo il rombo di un motore. Solleviamo teste e sguardi ed ecco, tra i flutti, distinguiamo un mezzo da sbarco color piombo, A bordo, due marinai neri neri che sventolavano le braccia disegnando minacce al vento. "Quelli della Nato", ci diciamo senza bisogno di parole. La Nato allora abbracciava, vietando l'ingresso anche agli innamorati, tutta la parte di Tavolara che confinava con il mare aperto. Difficile distinguere i confini. Comunque... Un salto e, con il cuore a far ginnastica in gola, siamo a bordo. Una fuga. Invano. In un baleno il mezzo ci affianca e, con una risata ben cotta stampata tra due file di denti bianchi, uno dei due disturbatori fa: "What is the time?". Amore e guerra...
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