
Per andare a scuola avevo una cartella rossa in similpelle, a forma di busta da lettera che tenevo sulle spalle, sostenuta da due tiracche (ma le compagne le chiamavano bretelle). Si chiudeva con un unico scatto, infilando una linguetta rigata, di metallo, nello scivolino apposito. Smack, un bacio, che di pomeriggio, spegneva la luce e metteva a dormire libri, astuccio, quaderni e buonanotte. Quando il mattino dopo svegliavo libri e quaderni sul banco, eccoli sorridere il loro evviva di libertà. Vivi e di carta. Mia sorella, come tutte le grandi, teneva le cose sue di scuola in un bauletto di Gucci. Avrei contato, senza fermarmi, tutte le stelle del firmamento per avere una borsa bella come la sua...
In terza media, finalmente, mia madre mi regalò un borsone di finto Louis Vuitton. Era blu notte, trapunto di fioretti color carta da zucchero. Due cifre innamorate, PG, facevano da pois. Fu amore e punto e a capo. Il giorno dopo, tutta impettita, con la borsa nuova per mano, scendevo le scale di casa come volando sul tappeto di Aladino. Incrociai uno dei gemelli che saliva al galoppo. Mi squadrò, alzò un sopracciglio e sparò: "Che c'hai la borsa di Gigi Porcelli?".
In terza media, finalmente, mia madre mi regalò un borsone di finto Louis Vuitton. Era blu notte, trapunto di fioretti color carta da zucchero. Due cifre innamorate, PG, facevano da pois. Fu amore e punto e a capo. Il giorno dopo, tutta impettita, con la borsa nuova per mano, scendevo le scale di casa come volando sul tappeto di Aladino. Incrociai uno dei gemelli che saliva al galoppo. Mi squadrò, alzò un sopracciglio e sparò: "Che c'hai la borsa di Gigi Porcelli?".