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giovedì 18 maggio 2017

La zuppa della sera

bennibag in forma di rosa
Quando cure e preoccupazioni mi svegliano la notte e, accesa nel mio occhio aperto, guardo al mare delle cose per come si sono svolte e le pieghe dei dettagli in cui si annidano gli errori, io so,  perché lo so, che fuggire è piccola cosa inutile e insignificante. Essa, la croce, ci raggiunge a modo suo nelle curve a zig zag della vita che si rincorre nel novero dei giorni. Lo so  - perché è questo il sugo del nostro santo credo – e così senza scappare io mi carico di tutto quanto, al pari di qualcuno che amo su ogni cosa, e, curva sotto il peso, come schiacciata mi avvio per il mio cammino, incurante dell’attorno, delle chiacchiere del mondo e di tutto quel che mi circonda. Andar per la mia strada, nelle tre virtù teologali, è, per me, lume e grazia. Così, in questi giorni di travaglio, mi ritrovo ardente di felicità, come fatta anche io parte del creato.
Pensavo a questo e ad altro così quando, qualche giorno fa, ho incontrato per la via una certa signora che, ad ogni nostro abboccamento casuale, tra i baci e gli abbracci, non fa che elencare le sue grane e disperarsi, pesando sulla mia spalla. Essa cerca, pesando su di me, di sgravarsi dei chili tanti delle pene, ma non sa, meschina, che a nulla vale, che non siamo affatto unite come affluenti di fiumi.  Ognuno di noi ha un panierino dove conta le piccole e grandi croci sue e portandole, solo portandole, esse diventano peso leggero. Chi scappa, invece, non fa che ritardare l’incontro. Che comunque ci sarà. Ed ecco perché ho sorriso quando la mia amica, stanca di lamentarsi con me, ha adocchiato un’altra conoscente e via, spedita, a tentar di rovesciare addosso a lei il suo cestinello. Le ho viste che andavano via allacciate e ognuna, lo giuro, aveva sulle spalle una gerla (io l’ho vista!), di quelle che portavano le nonne nostre quando, al ritorno dai campi, tiravano su qualche erbetta per cucinare la zuppa della sera…

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