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giovedì 4 maggio 2017

Giù, dabbasso

A volte, per amore solamente, torno giornalista professionista e seduta al computer dello studiolo, scrivo, su commissione per un sito che parla di animali e ambiente, il mio bel pezzetto liscio liscio, come ai tempi del Gazzettino; un articolo, diciamo così,  pulito, senza i condimenti miei (che poco sono graditi dalla professione), una cosina rotonda, piatta, piatterella, con in testa la notizia e il corpo tutto quanto disegnato nel rispetto sacro della regola delle cinque doppie vu (5W) che in me è come scritta nel sandgue e nel Dna. dopo ventitrè anni di lavoro. Scrivo, di consueto, pezzi che parlano di cani randagi, di scimmie rare trovate nel Borneo, di elefanti uccisi dai bracconieri nel parco del Serengheti e altri argomenti così, presi a caso, nell’immensità del creato che tutti ci abbraccia.

Scrivo, certo, tutta concentrata, come sono sempre anche, mettiamo, per far nevicare un pizzico di sale nell’impasto della torta al cioccolato; scrivo, dunque, di questo e di quello e, come d’incanto, eccomi in Africa ad inseguir leoni o a misurar l'inquinamento del Mar Nero… Sono lì, ma anche altrove. Perché quando me ne sto seduta al computer, in faccia alla finestra grande, che inquadra, lassù, un angolino tutto mio, libero dai palazzi intorno, uno scampoletto di cielo  azzurro, fresco di  bucato, un quadratino di quiete e sogno, che sembra, nello splendore suo (che è anche il mio), un lembo svolazzante del manto della Madonna: io, insomma, in quell’immenso piccolino, mi perdo tutta quanta e sento, vivo, lo strazio per le tante misere parole (le mie) che sono nulla a petto di  così tanta luce. Mi perdo, sì, mi perdo e chiudo gli occhi, le dita si riposano sui tasti come addormentate e me ne vado via, per mano a Elisabetta mia, su su nei cieli alti miei (che sono, volendo, di tutti). Ma una voce mi richiama e giù dabbasso, nel mondo dove vivo, una voce che amo: “Mettici anche la storia del coccodrillo che si è mangiato il cacciatore…”. Giù, dabbasso.

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