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lunedì 13 marzo 2017

La mia Australia giovnietta


A diciassette anni compiuti da pochi spiccioli di mesi, fui messa su un aereo dell’Air India che tremolava tutto sfidando nuvole e cielo, in ventotto ore e tre scali, mi ritrovai dall’altro capo del mondo e tra le braccia della mia Jane. Di quel lungo volo in solitaria adolescenza ricordo il sole che sorgeva e tramontava senza sosta, come se stesse facendo per me gli straordinari, regalandomi squarci di immensità dorata e cieli sfolgoranti di arancio; ricordo l’atterraggio a Bombay dove, alla ripartenza, ci salutavano, seduti sul tetto dell’aeroporto tanti omini vestiti di bianco, con i turbanti freschi di bucato scintillanti all’aria in bacio di sole. E ricordo l’aeroporto di  Singapore dove arrivammo a notte fonda, che mi parve, nella sua pulizia e nell’ordine, come ritagliato da un album da colorare…

A Sydney c’era Jane e tutto un mondo nuovo che ebbi modo di amare e di conoscere per i tre mesi in cui il mio orizzonte di casa si trasformò nelle acque di Rose Bay. La famiglia di Jane era fatta di mille rivoli e cuginanze infinite che io, in pochi giorni, conobbi e amai. Si andava a Bulkara Road da H. oppure dai M… che avevano un gatto vecchio di nome Pugliese (ma loro lo leggevano PuGliese). Il padre loro, tutto di barba e miele, con l’aria di un sacro vate, se ne stava da un canto a osservarci, noi gioventù, che si passava ore al pianoforte o a imparare due paroline di cinese. E solo adesso che è mancato (e l’ho saputo questa mattina) ho scoperto che lui, da bravo pediatra quando era giovanotto e ancora  a Londra, era stato invitato, un giorno, a casa del gran luminare Winnicot, e, nell’ascoltarlo aveva preso, solenne, appunti, come usa fare un buon discepolo dal maestro. Oh bella, ma subito dopo, uscito di lì, a chi gli domandava lumi aveva risposto: “Io? Non ho capito una parola!” E aveva continuato a fare il pediatra, vivaddio, a modo suo. E bene! 

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