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domenica 19 marzo 2017

I maestri cantori del prof. Zempf

Riceviamo e volentieri pubblichiamo le ultime stravaganze del professor Zempf, l’ineffabile melomane completamente miope, già nostro compagno di avventure alla Scala: questa volta, nel tempio della lirica, è alle prese con I Maestri cantori di Norimberga. Il professor Zempf insegna alla Regia Università del Settimo Cielo, lì dove abitano ancora le persone serie (come lui) e non, come qui, i "docenti", diciamo così, al burro d'arachidi... Buona lettura, sulle ali della primavera che già picchia alla porta e che, un tempo, e ora non più festeggiava il Santo di Norcia con il delizioso detto: "San Benedetto, le rondini sotto il tetto". Buona primavera!

Né poesia bretone, né mito nibelungico: per l’ambientazione appassionatamente storica, i Maestri cantori di Norimberga sono un caso unico nella produzione wagneriana. Il compositore si documentò bene leggendo la secentesca cronaca del Wagenseil e la storia della poesia popolare tedesca del Gervinus. Ma tanto i personaggi realmente esistiti (Hans Sachs, Sixt Beckmesser, i maestri della corporazione) quanto la storia d’amore tra Eva Pogner e Walther von Stolzing, il  cavaliere che cerca fortuna in città, sono solo un pretesto, utile a Wagner per affrontare gli argomenti che gli stanno a cuore davvero: l’arte, l’artista il rapporto dell’artista con il pubblico.
Concepita nel 1845 come un pendant comico al Tannhäuser (con i cantori borghesi in luogo deiMinnesänger cortigiani), l’opera che va in scena al Kōnigliches Hof- und Nationaltheater di Monaco il 21 giugno 1868, presente il re-mecenate Ludwig, è soprattutto un colossale monumento dell’autore a se stesso e alla sua estetica.
Non è arte, neanche lontanamente, quella dello scrivano comunale Beckmesser, il Censore della corporazione dei “Cantori”. Sul pedante e presuntuoso custode delle regole l’autore rovescia tutto il repertorio di giudizi (e pregiudizi) che lo spirito creativo di solito riserva al pensiero riflettente: in primis l’accusa di impotenza, di aridità, di invidia per il talento naturale e perfino per la giovinezza. Del resto, la tentazione è troppo forte, il pedante da ridicolizzare è a portata di mano.  Nella seconda stesura Wagner non esita a battezzare il Censore con il nome di Veit Hanslich, per poi tornare sui suoi passi. Troppo scoperto è il riferimento al più celebre critico musicale dell’epoca, Eduard Hanslick (1825-1904), ostile al titanismo e alle innovazioni wagneriane e, peggio ancora,  estimatore di Brahms.
Non è arte neanche quella del “giovane signore” von Stolzing (in tedesco “Stolz” vuol dire “orgoglio”). Senza le regole, la sua sarebbe solo spontanea espressione del sentimento. Invece, sotto la guida di un vero maestro, di un uomo maturo nella vita e nell’arte come il poeta-calzolaio Sachs, il “sogno mattutino” di Walther - un sogno che potremmo sognare tutti, anche senza essere artisti – diventa poesia e musica, diventa il Preislied che gli conquista la mano di Eva: “Finché c’è tempo – consiglia Sachs – imparate le regole dei maestri/ che vi guidino fedeli/ e vi aiutino a conservare/ ciò che negli anni della giovinezza/ con dolce impulso/primavera ed amore/ a voi, inconsapevole, hanno infuso nel cuore/affinché voi sappiate mantenerlo vivo”.
In Sachs, per usare la felice espressione di Dahlhaus, Wagner ci presenta “il suo autoritratto come classico”. Si raffigura, appunto, maturo nella vita (saggiamente rinuncia ad Eva) e nell’arte (sintesi di tradizione e innovazione, di tecnica e sentimento), depositario della forza creatrice di tutto un popolo, e dal popolo costantemente applaudito e quasi venerato.  Il  poeta-calzolaio è un Wagner ideale (quello reale aveva i suoi peccati) che “rimette a posto le cose”: intrappola Beckmesser e lo fa canzonare, ma, nel celebre sermone finale,  rimprovera anche l’ “allievo” Walther e gli ricorda che deve la sua felicità ai maestri e alle loro regole. “Riflettete con gratitudine: come può essere indegna – dice il ciabattino - l’arte che custodisce nel suo scrigno tali  premi?”.
Gli ultimi versi, dove Sachs accenna alle “maligne insidie che ci minacciano”, sono i più discussi e contestati dell’opera. Ma dietro e oltre lo scoperto proclama politico contro “la falsa maestà latina” di Napoleone III, che la nuova Germania di Bismarck si appresta a liquidare sul campo di battaglia, spunta la nostalgia per il “piccolo mondo antico” della “fervida” Norimberga, nel cuore della vecchia Germania: semplice, onesta, profonda.  Per colmo di ironia, proprio l’idea nazionale, cui l’autore tanto aveva sacrificato nella vita, avrebbe poi eclissato, estremizzandosi, le virtù di quelle anime borghesi. Il “fumo e l’orpello latino” – lo si è presto capito – non erano un problema. Dove batte dunque, per noi, oggi, l’accento finale? Non sull’ “arte tedesca” come la pensava Wagner nel 1868, ma sull’arte senza aggettivi, sul capolavoro aere perennius, che sopravvive agli errori e al declino, anche dei popoli e delle civiltà.
Sia pure con una produzione dell’ Opernhaus di Zurigo, i Maestri cantori tornano alla Scala dopo 27 anni. E tanto basta per dar conto dell’eccezionalità dell’evento. Michael Volle è un Sachs impeccabile e instancabile, Markus Werba un Beckmesser comme il faut, petulante e ridicolo: entrambi applauditissimi. All’altezza gli interpreti di Pogner (Albert Dohmen), Eva (Jacquelyn Wagner), Magdalene (Anna Lapkovskaja), David (Peter Sonn). Fa quel che può Erin Caves, chiamato a sostituire il titolare Michael Schade: il suo Walther fatica a sovrastare l’orchestra, come si chiede all’Heldentenor wagneriano. Ma in giro, a dire il vero, non se ne vedono molti capaci di tanto. Bravo, bravissimo il direttore Daniele Gatti, beniamino del pubblico milanese. Impressiona il rilievo che è riuscito a dare ad alcune pagine di sommo virtuosismo contrappuntistico come la “zuffa” del secondo atto. Sobria e perciò lodevole la regia di Harry Kupfer e Derek Gimpel, efficace la scenografia di Hans Schavernoch. Più che alla guerra, a sua cattedrale in rovina fa pensare ai tempi bui che stiamo vivendo.

Seconda rappresentazione, 19 marzo 2017.

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