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martedì 21 marzo 2017

Fiori di campo

Benniposh vestita di primavera
In questo cielo quasi troppo azzurro baciato dal sole d’oro, vedo, con gli occhi del mio fuoco d’amore acceso, danzare nelle sue  tenere scarpette rosa la primavera gentile che spargendo pratoline e nontiscordardime sui nostri prati stanchi di inverno, riaccende in petto la speranza riscaldaondole le gelide manine… 
E io, io, mi pare di tornar bambina nel grande giardino fiorito e profumato ricamato tutt’intorno alla villa Bianca dell’Aventino dove sono nata e diventata donna, nel profumo selvaggio di erba tagliata (che ho sentito, per grazia ricevuta, proprio ieri sul Viale di Marco Polo).
Camminavo, coraggiosa, nell’erba alta, seguita dai cani di casa, incurante della pericolosissima banda delle cicatrici che si acquattava nel verde, dietro la casetta di Marino, sotto il ricamo bianco del bastiono del Sangallo. Non avevo paura, no, come ne ho avuta sempre poca tutta la vita; non avevo paura perché, in cuore, avevo soltanto la voglia, riscaldata dalla rinata primavera, di raccogliere un mazzetto di fiori (margherite e stellarie e garofanini selvatici) da mettere in un barattolo e poi posare sulla scrivania mia, un mazzetto di primavera. Colorato, poi, se ne stava lì a farmi compagnia, senza profumo, in silenzio discreto, riempiendomi l’anima di fiori. Io, felice. E ora che tanti anni sono passati e tanti altri fiori, anche più nobili, ho ricevuto (rose rosse e rosa e margherite gialle, violette da Lorenzo e da Gianni tante orchidee e altri e altri ancora…) è pensando a quegli umili fiori lì, bambini, campagnoli, fiori di campo che si squaderna il cuore mio in  tenera poesia… Buona primavera!  

domenica 19 marzo 2017

I maestri cantori del prof. Zempf

Riceviamo e volentieri pubblichiamo le ultime stravaganze del professor Zempf, l’ineffabile melomane completamente miope, già nostro compagno di avventure alla Scala: questa volta, nel tempio della lirica, è alle prese con I Maestri cantori di Norimberga. Il professor Zempf insegna alla Regia Università del Settimo Cielo, lì dove abitano ancora le persone serie (come lui) e non, come qui, i "docenti", diciamo così, al burro d'arachidi... Buona lettura, sulle ali della primavera che già picchia alla porta e che, un tempo, e ora non più festeggiava il Santo di Norcia con il delizioso detto: "San Benedetto, le rondini sotto il tetto". Buona primavera!

Né poesia bretone, né mito nibelungico: per l’ambientazione appassionatamente storica, i Maestri cantori di Norimberga sono un caso unico nella produzione wagneriana. Il compositore si documentò bene leggendo la secentesca cronaca del Wagenseil e la storia della poesia popolare tedesca del Gervinus. Ma tanto i personaggi realmente esistiti (Hans Sachs, Sixt Beckmesser, i maestri della corporazione) quanto la storia d’amore tra Eva Pogner e Walther von Stolzing, il  cavaliere che cerca fortuna in città, sono solo un pretesto, utile a Wagner per affrontare gli argomenti che gli stanno a cuore davvero: l’arte, l’artista il rapporto dell’artista con il pubblico.
Concepita nel 1845 come un pendant comico al Tannhäuser (con i cantori borghesi in luogo deiMinnesänger cortigiani), l’opera che va in scena al Kōnigliches Hof- und Nationaltheater di Monaco il 21 giugno 1868, presente il re-mecenate Ludwig, è soprattutto un colossale monumento dell’autore a se stesso e alla sua estetica.
Non è arte, neanche lontanamente, quella dello scrivano comunale Beckmesser, il Censore della corporazione dei “Cantori”. Sul pedante e presuntuoso custode delle regole l’autore rovescia tutto il repertorio di giudizi (e pregiudizi) che lo spirito creativo di solito riserva al pensiero riflettente: in primis l’accusa di impotenza, di aridità, di invidia per il talento naturale e perfino per la giovinezza. Del resto, la tentazione è troppo forte, il pedante da ridicolizzare è a portata di mano.  Nella seconda stesura Wagner non esita a battezzare il Censore con il nome di Veit Hanslich, per poi tornare sui suoi passi. Troppo scoperto è il riferimento al più celebre critico musicale dell’epoca, Eduard Hanslick (1825-1904), ostile al titanismo e alle innovazioni wagneriane e, peggio ancora,  estimatore di Brahms.
Non è arte neanche quella del “giovane signore” von Stolzing (in tedesco “Stolz” vuol dire “orgoglio”). Senza le regole, la sua sarebbe solo spontanea espressione del sentimento. Invece, sotto la guida di un vero maestro, di un uomo maturo nella vita e nell’arte come il poeta-calzolaio Sachs, il “sogno mattutino” di Walther - un sogno che potremmo sognare tutti, anche senza essere artisti – diventa poesia e musica, diventa il Preislied che gli conquista la mano di Eva: “Finché c’è tempo – consiglia Sachs – imparate le regole dei maestri/ che vi guidino fedeli/ e vi aiutino a conservare/ ciò che negli anni della giovinezza/ con dolce impulso/primavera ed amore/ a voi, inconsapevole, hanno infuso nel cuore/affinché voi sappiate mantenerlo vivo”.
In Sachs, per usare la felice espressione di Dahlhaus, Wagner ci presenta “il suo autoritratto come classico”. Si raffigura, appunto, maturo nella vita (saggiamente rinuncia ad Eva) e nell’arte (sintesi di tradizione e innovazione, di tecnica e sentimento), depositario della forza creatrice di tutto un popolo, e dal popolo costantemente applaudito e quasi venerato.  Il  poeta-calzolaio è un Wagner ideale (quello reale aveva i suoi peccati) che “rimette a posto le cose”: intrappola Beckmesser e lo fa canzonare, ma, nel celebre sermone finale,  rimprovera anche l’ “allievo” Walther e gli ricorda che deve la sua felicità ai maestri e alle loro regole. “Riflettete con gratitudine: come può essere indegna – dice il ciabattino - l’arte che custodisce nel suo scrigno tali  premi?”.
Gli ultimi versi, dove Sachs accenna alle “maligne insidie che ci minacciano”, sono i più discussi e contestati dell’opera. Ma dietro e oltre lo scoperto proclama politico contro “la falsa maestà latina” di Napoleone III, che la nuova Germania di Bismarck si appresta a liquidare sul campo di battaglia, spunta la nostalgia per il “piccolo mondo antico” della “fervida” Norimberga, nel cuore della vecchia Germania: semplice, onesta, profonda.  Per colmo di ironia, proprio l’idea nazionale, cui l’autore tanto aveva sacrificato nella vita, avrebbe poi eclissato, estremizzandosi, le virtù di quelle anime borghesi. Il “fumo e l’orpello latino” – lo si è presto capito – non erano un problema. Dove batte dunque, per noi, oggi, l’accento finale? Non sull’ “arte tedesca” come la pensava Wagner nel 1868, ma sull’arte senza aggettivi, sul capolavoro aere perennius, che sopravvive agli errori e al declino, anche dei popoli e delle civiltà.
Sia pure con una produzione dell’ Opernhaus di Zurigo, i Maestri cantori tornano alla Scala dopo 27 anni. E tanto basta per dar conto dell’eccezionalità dell’evento. Michael Volle è un Sachs impeccabile e instancabile, Markus Werba un Beckmesser comme il faut, petulante e ridicolo: entrambi applauditissimi. All’altezza gli interpreti di Pogner (Albert Dohmen), Eva (Jacquelyn Wagner), Magdalene (Anna Lapkovskaja), David (Peter Sonn). Fa quel che può Erin Caves, chiamato a sostituire il titolare Michael Schade: il suo Walther fatica a sovrastare l’orchestra, come si chiede all’Heldentenor wagneriano. Ma in giro, a dire il vero, non se ne vedono molti capaci di tanto. Bravo, bravissimo il direttore Daniele Gatti, beniamino del pubblico milanese. Impressiona il rilievo che è riuscito a dare ad alcune pagine di sommo virtuosismo contrappuntistico come la “zuffa” del secondo atto. Sobria e perciò lodevole la regia di Harry Kupfer e Derek Gimpel, efficace la scenografia di Hans Schavernoch. Più che alla guerra, a sua cattedrale in rovina fa pensare ai tempi bui che stiamo vivendo.

Seconda rappresentazione, 19 marzo 2017.

giovedì 16 marzo 2017

Nella letizia di Pippo

Il 16 marzo di ogni anno che il buon Dio manda su questa terra piena di perché, le porte di Palazzo Massimo alle Colonne che si affaccia, maestoso e un poco tetro, sulle ampiezze piemontesi del Corso Vittorio Emanuele, apre le sue porte  per consentire ai Romani (ma anche a chiunque lo desideri) di visitare la cappella barocca del miracolo di San Filippo Neri, dove cioè il gran Santo tanto amato dai Romani e anche da Sant’Ignazio di Loyola (che lo venerava, pur così diverso che da lui era…) risvegliò dai morti il figlio del principe Massimo, Paolo, per consentirgli, diciamo così, di morire nei Sacramenti e di salutare il suo “Pippo” (che gli era buon amico paterno…).

Così ecco che, per ricordare quel giorno sacro e santo, del 1583, che è poi oggi in ricorrenza, sotto al portone del Palazzo principesco (la famiglia è una delle più antiche di Roma essendo suo antenato persino Quinto Fabio Massimo), si riunisce una folla di curiosi, turisti e fedeli che piano, piano riempiono il cortile (magnifico) e salgono, lenti, lungo le scale scricchiolanti d’ombra e mistero  per raggiungere, attraversando due studioli un poco bui, la bella cappella barocca che era, poi, la stanza dove se ne stava il piccolo Paolo, il principino nel lontano, appunto, 16 marzo 1583. C’era, anche quest’anno,  molta gente e c’ero anche io, salutata all'ingresso da un valletto in livrea e altri ce n’erano anche al piano di sopra dove, in un salotto nascosto, entravano solo gli ospiti scelti e sceltissimi (alcuni cardinali). Per me, solo la gioia di essere lì dove Pippo il buono, che, pur fiorentino, si chiamava però Romolo, era di casa e mi pareva, nella mia gioia rotonda e in preghiera che mi sedesse addirittura accanto, versandomi la sua letizia nel cuore che vorrei mandare, exprés, a voi tutti in tante bustine colorate..

lunedì 13 marzo 2017

La mia Australia giovnietta


A diciassette anni compiuti da pochi spiccioli di mesi, fui messa su un aereo dell’Air India che tremolava tutto sfidando nuvole e cielo, in ventotto ore e tre scali, mi ritrovai dall’altro capo del mondo e tra le braccia della mia Jane. Di quel lungo volo in solitaria adolescenza ricordo il sole che sorgeva e tramontava senza sosta, come se stesse facendo per me gli straordinari, regalandomi squarci di immensità dorata e cieli sfolgoranti di arancio; ricordo l’atterraggio a Bombay dove, alla ripartenza, ci salutavano, seduti sul tetto dell’aeroporto tanti omini vestiti di bianco, con i turbanti freschi di bucato scintillanti all’aria in bacio di sole. E ricordo l’aeroporto di  Singapore dove arrivammo a notte fonda, che mi parve, nella sua pulizia e nell’ordine, come ritagliato da un album da colorare…

A Sydney c’era Jane e tutto un mondo nuovo che ebbi modo di amare e di conoscere per i tre mesi in cui il mio orizzonte di casa si trasformò nelle acque di Rose Bay. La famiglia di Jane era fatta di mille rivoli e cuginanze infinite che io, in pochi giorni, conobbi e amai. Si andava a Bulkara Road da H. oppure dai M… che avevano un gatto vecchio di nome Pugliese (ma loro lo leggevano PuGliese). Il padre loro, tutto di barba e miele, con l’aria di un sacro vate, se ne stava da un canto a osservarci, noi gioventù, che si passava ore al pianoforte o a imparare due paroline di cinese. E solo adesso che è mancato (e l’ho saputo questa mattina) ho scoperto che lui, da bravo pediatra quando era giovanotto e ancora  a Londra, era stato invitato, un giorno, a casa del gran luminare Winnicot, e, nell’ascoltarlo aveva preso, solenne, appunti, come usa fare un buon discepolo dal maestro. Oh bella, ma subito dopo, uscito di lì, a chi gli domandava lumi aveva risposto: “Io? Non ho capito una parola!” E aveva continuato a fare il pediatra, vivaddio, a modo suo. E bene! 

giovedì 9 marzo 2017

Di Berthe e di Domenico e della Raitv


Con le magie moderne si può, e facilmente, vedere della RaiTv molti programmi vecchi e stravecchi o anche abbastanza recenti e anche quelli di ieri. Si può (ma io non lo faccio) rivedere il litigio tra Alba Parietti e Selvaggia Lucarelli e anche l’ultima puntata di quelle trasmissioni – e sono tante –che io non vedo i n diretta e figuriamoci se lo faccio, dopo, grazie a Raiplay. Però due programmi sì, me li sono rivisti, alla sera, quando terminate le cure e le faccende quotidiane, distendo le gambe, seduta sul divano mentre in cucina bolle l’acqua per la pastasciutta di casa. Il primo programma, in onda su Rai5, era chiamato “Quattro secoli di arte al femminile” ed è stato davvero bello riscoprire Sofonisba Anguissola (molto considerata persino da Michelangelo) e Artemisia Gentileschi e poi tante pittrici francesi, d’epoca più recente, tra le quali Berthe Morisot, una straordinaria pittrice impressionista che, secondo le studiose del programma è morta senza riconoscimenti e senza l’aureola di pittrice. Come come? Apro le orecchie e ridacchio tra di me.  Ma va là! Ma se persino io, che non sono certo storica dell’arte, la conoscevo per essere stata modella preferita di Eduard Manet, avendone ella sposato il fratello… La Berthe era tutt’altro che sconosciuta, faceva mostre persino negli Stati Uniti e frequentava tutto il bel mondo di pittori di quella Francia d’allora. E olè!
Il secondo programma che mi sono vista è stato Strinarte nella puntata dedicata al capolavoro di Domenico Fetti “La moltiplicazione dei pani e dei pesci”. Nota l’ottimo professor Strinati che nel quadro, grande e davvero magnifico, che il pittore (morto giovanissimo) aveva dipinto per i Gonzaga  di Mantova non si vede traccia né di pani né di pesci e non se ne capacita. Ma, caro professore ( e lo bisbiglio nella massima umiltà a petto di un grande, davvero, storico dell'arte) , il pane e i pesci – come sapevano tutti i pittori d’allora e anche i comuni mortali - sono la parola del Signore (e infatti Gesù è ritratto mentre parla e ammaestra il popolo che accorre numeroso) che nutre il cuore e l’anima degli uomini più di ogni nutrimento terrestre. Si legge nella buona novella: “Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca del Signore”. Per me, un amen. E anche, si vede, per Domenico Fetti. 

sabato 4 marzo 2017

Come ritornare a scuola

Qualche giorno fa, fresca nel mio andare veloce, raggiungo a passi svelti l’Università Pontificia tal dei tali, dove – a causa dei crediti formativi per i giornalisti, che, per me, sono soltanto un’agonia di ore perdute – mi tocca un corso di formazione sull’informazione religiosa, tenuto da professori del detto ateneo. E sia, tra un corso sul femminicidio e uno sull’informazione religiosa, io scelgo il secondo senza meno. Detto fatto, eccomi seduta nell’aula tal dei tali, a fianco di un’amica cara, incontrata per caso (evviva!). Comincia un professore messicano…, un giovanotto che sfodera, soddisfatto, i suoi power point alla maniera – ohi lui - del nostro ex premier Renzi. Comincia, in latinorum, a parlare di “framing e refraiming” (ma non si capisce un’acca di quel che vuole dire, poverino, nonostante la tanta buona volontà che mi pare  a stelle e strisce e non certo Tricolore) e  la mia amica mi guarda, desolata e mi confessa che, come me, di questi concetti “liturgici” non ha inteso un bel nulla. Il mio consiglio a lui, rileggere il passo del Vangelo in cui Gesù invita il nostro parlare ad essere semplice, sì sì, no, no. E punto e a capo.
 Il professore messicano si salva in corner, illustrandoci il magistero del Papa, distinguendo tra Bolle e Motu proprio. E meno male! Oh, tiriamo il fiato per una decina di minuti per l’intervallo ed ecco arrivare il secondo professore che è italiano e belloccio e sacerdote: un sacerdote in blue jeans. Davvero difficile dire di che cosa abbia parlato, passando per Crono e Urano fino a Gilgamesh e poi di Radio Radio dove tiene una rubrica grazie, diciamo così, a Santa Rita. Vabbè, sorrido e durante il coffee break (ma che buoni i cornettini farciti!) mi godo dalla finestra la bellezza del chiostro immacolato…

Riprendiamo, via, con tre vecchie volpi di vaticanisti e finalmente si prendono appunti. Si parla di Francesco e di come sia criticato non solo perché Papa “riformista” (e chiamiamolo così pro bono pacis!), ma anche per le sue risposte “stizzose” (sic) a chi si sogna di fargli il contropelo. Dulcis in fundo, un professore giovanetto che insegna a noi (vecchie carampane) come si scrive un pezzo e come sia necessario, per imparare, far da “garzone” a un maestro. Ovvia, ma questa è l’acqua calda! E mica sa, per caso, che per noi il “praticantato” è proprio viatico alla professione? Vabbè, per carità di patria lo applaudiamo. E in fondo lo ringraziamo pure, almeno io e la mia amica, perché ci ha fatto ridere tanto, riconducendoci per mano ai tempi della scuola…