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sabato 9 dicembre 2017

Più liberi, più libri e tra le nuvole

Fiuto, da lontano, i libri croccanti di “Più libri più liberi” mentre me ne sto, fresca nell’umidore mattutino e perduta nel serpentone in attesa del suo turno di entrata nel gran palazzo di vetro che contiene oltre agli infiniti stand di carta e carte la famosa nuvola di Fuksas. Nei libri degli altri, ieri, come oggi, le avventure mie che si intrecciavano e si intrecciano alla mia esistenza, pur restando chiusa tutta quanta, io, nel mio gheriglio di noce. Nelle vite degli altri, la mia strada. Ragazza, era il “Salone del libro” di Torino (che amavo); oggi, c’è questa bella fiera che raccoglie in abbraccio i tanti piccoli e medi editori che si cimentano in un mestiere che più che un mestiere è una lunga (o breve) storia d’amore.

Allo stand E22, dei cari amici, una bella coppia, che sedici anni orsono ha fondato una casa editrice “Nutrimenti” e che ancora adesso - “in pari da due anni”, come esulta la bella ed elegante Ada Carpi di Resmini, respira, vive, vince. Oggi con un bel romanzo di Don Robertson “L’ultima stagione”. La scrittura è di rango, lo scrittore, con una faccia che pare Orson Wells, era amatissimo da Stephen King e il suo destino legato al 21 di marzo, quando nacque (nel 1929) e quando morì (nel 1999). Come in un racconto di King. Corro allo stand F67 a trovare un caro amico e a snasare tra i libri della casa editrice Oltre, che guarda appunto oltre, fuori dai confini italiani e comunque oltre. Ma non solamente. Diego non c’è, così, piroettando tra libri e libri, mi ritrovo in uno stand dell’editore Croce, che ha fatto della letteratura femminile tra Otto e Novecento, la sua piscina. C’è Elisabeth Gaskell e c’è Maria Messina. Bello, per me, tanto. E scopro poi che lui, l’editore, è figlio di Remo Croce che conoscevo, ragazza, e che aveva una libreria, anzi “la libreria Croce” su Corso Vittorio Emanuele. Ah, il tempo. Già, è ora, per me, di tornare a casa e, dopo un’occhiata alla nuvola dentro, affronto le nuvole nere fuori…
io, in giro

lunedì 4 dicembre 2017

Suor allegria e gli scarabocchi


Cammino svelta, nel mattino appena uscito nuovo dall’ovo divino, per recarmi come faccio spesso, a Santa Maria Maggiore, dove mi attende la quiete e la pace di parole d’anima scambiate in dono con chi non voglio rivelare. Cammino svelta, dicevo, perché all’ora tal dei tali mio marito mi attende in bocca a un negozio e non mi piace punto farlo aspettare. Cammino svelta fino alla guardiola dove, in attesa annoiata, siedono i poliziotti che fanno scorrere borse e borsoni in un tunnel di sicurezza. Non ci sono che io, mi pare, ma mi sbaglio perché dietro di me si materializza una suora in abito nero. Splende, sotto al velo, un viso di farina morbido e brillano, dietro agli occhiali, due occhi pronti e vivi, in punta d'ago, che mi paiono gli stessi che aveva Sister Francis al Mater Dei.
Saliamo, insieme, le scale e poiché la vedo traballare le offro una mano e il braccio. In scambio di sorrisi, dice: “Non si può neanche più andare a trovare Gesù in santa pace…”. Eh già, bisogna passar la sicurezza come colpevoli e non devoti. In basilica scopriamo che abbiam la stessa meta e quindi nell’attesa è uno scambio d’anime e di gioia. E mi ha detto tante cose giuste e belle e ritagliate tutte quante nell’appretto della verità che dubbi non ne conosce, che le vorrei scrivere ma non posso per promessa tra di noi. Una cosa sì, però, la posso rivelare perché sa di cronaca e di allegria. Le racconto della statua di Galileo, brutta come il peccato, a Santa Maria degli angeli, e lei, serena: “Cosa vuoi, per accoglier l’altro, occorre accogliere anche gli scarabocchi!”. Evviva e alleluia per Suor Allegria!


giovedì 30 novembre 2017

Pranzi all'Appia nuova

San Giovanni dell'anima mia
Alto e un poco curvo alla sommità, nel grigio di occhi e capelli, il nonno Carmine, l’unico che io abbia mai conosciuto tra gli avi al maschile, era il padre di mio padre. Di professione, avvocato come mio padre, aveva lavorato tutta la vita in un ufficio comunale, chino sulle scartoffie della burocrazia che sono foglie secche dell’albero della vita., nel vorticare dei tempi vecchi e nuovi che non lo cambiavan punto.
Bambina, al giovedì per il desinare, si andava – noi piccoli Ponti – a pranzare dai nonni all’Appia nuova (con vista sulla Basilica di San Giovanni), nel grande appartamento che si divideva in stanze e stanzette e dove lo zio medico riceveva i pazienti sempre in attesa. Gli gnocchi al sugo rosso li preparava la Elena che era piccola tanto da poterla mettere in una bennibag e, in cucina, mi pareva che volasse come Flora Fauna e Serena della Bella Addormentata. I piedini in alto, svolazzante il grembiule, recava in mano un piatto di meringhe tanto leggere da parere nuvolette di zucchero…
In salone, la bellissima zia Cecilia, detta Cilia, faceva, fino all’ultimo, i suoi spettrali solitari: l’orologio e la scaletta e a noi, timida presenza, chiedeva se andavamo bene a scuola. “Sì!”, rispondevamo in coro e lei “Bene, bene” e finiva tutto lì. Il nonno Carmine, dopo il pasto, tirava fuori dal taschino un sacchetto verde di caramelle bianche e, facendo il verso della gallinella, depositava gli ovetti nelle nostre mani raccolte a coppetta. La delizia di quel gesto gentile! Via in bocca, nella bianca prelibatezza dello zucchero e poi, puah, di corsa in cucina, tutti sputati gli ovetti nel nero dell’anima loro fatta di amara liquirizia. E il nonno, ridendo: “Non vi piace la regolizia?”


lunedì 27 novembre 2017

Mimma dell'Immacolata

Rose per Mimma...
Per la Mimma insegnare era imparare ed era verbo transitivo con il complemento di termine. “Ti imparo a stirare”, mi diceva ed era come se mettesse me - proprio io, piccola io - al centro dell’azione e lei, spettatrice, dall’alto mi guardasse mentre apprendevo, diciamo così per osmosi da lei che nulla, però, insegnava. Imparavo, ho imparato, cara Mimma, e ora che si avvicina il tuo (e il mio) compleanno, ti ricordo (di nuovo tu, nel cuore come “impara” questo bel verbo di cui si è perduta la radice…) nelle piccole tue abitudini che amavo.
Ricordo che per mio padre avevi una passione grande. Quando lo chiamavi tu, l’avvocato, mi pareva che la figura di mio padre diventasse ancora più grande e si faceva luminosa perfino. E non mi metteva più paura, lui buio, neppure quando, a sera, tornava pieno di ubbia, nero nuvola di pensieri. Gradiva, e si capisce, il minestrone che per prima cosa, nel fresco della mattina di erbe e di fiori, gli avevi preparato e che aspettava, profumato di pomodoro e di cipolla, in bell’ordine sul tavolo della cucina.
Come preparavi tu i panini fritti, poi, non ne ho trovati mai. Le rosette diventavano d’oro e la mozzarella che si annidava, filante nel cuore loro segreto, sapeva di sublime. Era di giovedì, mi sembra, che la casa si riempiva d’oli fritti e al venerdì sera, tiravi la pizza, che entrava e usciva dal forno, croccante e allegra nella sera.

Tutto l’allegro che sento dentro nel rivederti viva, qui, accanto a me nel ricordo acceso, si fa calante autunno nella visita mia, ancora bambina, al tuo capezzale, all’Ospedale San Giovanni. Te ne sei andata via, in punta di piedi, come eri scesa qui nel mondo. Domenica dell’Immacolata Concezione e anche un poco mia…

martedì 21 novembre 2017

Una verde foglia

Nel silenzio della casa vuota, la pace mi avvolge come una nuvola d’oro e mi pare di mettere in fila i pensieri arruffati come tanti soldatini senz’armi, lindi e pinti, i quali, silenti anche loro, depongono fucili e sciabole ai miei piedi, mentre i miei  cigni selvatici, con le loro coltri d’ortiche sul dorso (da me intrecciate con dolore), toccano il suolo con i santi piedini. Io, novella Elisa, mi ritrovo nuda, libera da ogni catena indossata ora sono molti anni, fin da quando ero in culla nei rospi che vi si trovavano. E mi pare di avere tra le mani la foglia verde che era ed è l’unica mia gioia…

Nel silenzio della casa vuota, il miracolo si compie  nella mia profondissima quiete, nella solitudine e nel tu per tu con l’infinito che ci abbraccia e ci ama. Taccio, ascolto, amo. E mentre, piano piano, la vita in me si rianima con la voglia di passare dal pensiero ai fatti, eccomi a ricordare un bel pranzo domenicale che ha riempito la casa del vocio di un bambino di quattro anni appena, con gli occhi celesti e grandi e pieni di poesia.
Correva, il piccolino, inseguendo una piccola macchina della polizia che in slancio sereno correva lungo il corridoio per andarsi a schiantare, in curva, contro il muro di fondo. E tante le risate del bambino. Conto per farlo correre al ritiro.  Conto in inglese, in italiano, in spagnolo.  E di nuovo, via, di nuovo in corsa pazza di divertimento semplice, rotondo lui, via, a inseguire la quattro ruote come fosse un gran tesoro e tutto in quello. Io, china, ginocchia a terra, gioco con lui come facevo tanti e tanti anni fa con il mio, di bambino, che ora studia lontano. Gioco e mi sento felice e penso che è nella semplicità di questi attimi solenni, di luce e di gioia il sugo della vita, la risposta a crucci e delusioni, il sangue che scorre nelle vene, la foglia verde che trema nelle nostre mani… 

domenica 19 novembre 2017

Il cielo azzurro del lunedì

Un mio  piccolo amico sardo
A mio umile e modesto avviso, e parlo sottovoce in questo mio piccolo spazio che conta le visite sulla punta delle dita (e ne sono contenta!), riempire le chiese di persone, anche se povere, che aspettano soltanto il dopo-messa per mangiare gnocchetti sardi e tiramisù o per fare incetta di vestiti smessi da rivendere magari al mercatino abusivo che si distende, sciatto e sporco, lungo la strada che porta alla bellissima Chiesa di Santa Croce in Gerusalemme non vale ed è come fare lo sgambetto a un Santo. Non è questo il sale del nostro credo. A Gesù non importava un fico secco di quanti soldi avevi nel salvadanaio e Lazzaro con le sue sorelle erano addirittura benestanti eppure lui pianse lacrime amare alla morte dell’amico…

I beni di cui parla nostro Signore sono tutti spirituali e quando sgrida il ragazzo ricco che non ha la forza di seguirlo da tanto attaccato è alle ricchezze sue, non lo sgrida per il denaro (“date a Cesare quello che è di Cesare”), ma perché è attaccato al mondo, spiritualmente pure, e a quanto esso può dare. E’ l’attaccamento (e non i soldi), la tentazione grande. Il pensare, erroneo, che tutto quello che abbiamo ci appartenga mentre è solo dato in prestito come i talenti del padrone dati ai servi affinché li facciano fruttare e poi restituiti. E la finisco qui perché non sono certo io che dovrei spiegare questo al mondo. Piccola come sono e umile nel mio umile quotidiano, me ne vado in cucina, alla maniera di Cenerentola, e saluto per tutti il cielo blu che si spalanca di felicità in questo primo giorno della settimana. Il cielo azzurro del lunedì!

giovedì 16 novembre 2017

L'angelo di Leonardo



E va bene, lo ammetto, non sono una storica dell’arte. Ho fatto appena, e tantissimi anni fa, un esame di arte moderna, alla Sapienza, con una professoressa che, lo ricordo ancora adesso con grande meraviglia (come allora che mi pareva uno sproposito…), si legava un nastrino rosa intorno al polso perché non distingueva la destra dalla sinistra. E ce lo disse anche. Senza un filino di vergogna…
Con lei, facevamo i riconoscimenti che vuol dire prendere delle cartoline dei capolavori, nascosti in chiese, pinacoteche e collezioni private di questo e di quel pittore e scoprire chi lo aveva dipinto, bello così e pieno di vita. Ebbene, e dai e dai, dopo aver girato, a Roma, per tutte le Chiese e i musei disponibili (ricordo che avevo una vecchia bicicletta nera della Bianchi che poi mi fu rubata…) all’esame, io sapevo distinguere Tiziano da Andrea del Sarto e Veronese e persino il Bronzino. Non so. Non so dire il perché: le pennellate mi parlavano, i chiaroscuri mi rivelavano gli arcani loro, i quadri erano allora (ma anche oggi) quasi tutti firmati nell’anima mia e, sicura, senza indugi, mi presi un bel trenta o forse trenta e lode. Non ricordo più e poi che cosa importa.
Io non so se il “Salvator Mundi” (battuto all’asta per non so quanti milioni) è di Leonardo e forse, certo, lo è. So però che il Gesù rappresentato è senza aureola divina, ha una faccia che non mi  piace, una cera sfocata, gli occhi liquidi e senza sguardo e ha pure la fossetta nel mento che, secondo la Mimma, voleva dire che il tal bambino non piaceva agli angeli. Se osservate bene il quadro, poi appare chiaro ed evidente lo stacco nei capelli che in alto sono come lavati con i bicarbonato, sbiaditi e stenti, tristi, sfibrati e in basso deliziosi, ricciolini e d'oro e leonardeschi...  Insomma, secondo me, il volto del Cristo è del Verrocchio che, alla fine stufo, l'ha affidato per le rifiniture di capelli e vestito a Leonardo che lavorava da lui a bottega. Che i due operassero insieme si sa e lo prova un grande quadro che è agli Uffizi. La scena tutta è del Verrocchio (ed è, diciamo così, sbiadita), splende invece sulla sinistra un angioletto che ha gli stessi capelli d'oro del Salvator Mundi e che è opera, tu guarda un po', di Leonardo...

sabato 11 novembre 2017

Geografia angelica

I miei barattoli riciclati e fioriti...
Ero, ieri mattina, a prendere un caffè con un caro amico che conosco oramai da diciotto anni per avere avuto, lui e noi, il figliolo alla medesima materna che guardava – e guarda ora pure – in faccia (quasi) il tripudio di marmi della Fontana di Trevi. Eravamo al solito bar in via tal dei tali dove ci sediamo per aprire una parentesi graffa sulla nostra vita e poi tante quadre e rotonde per esaurire tutti gli argomenti, le novità, i piccoli snodi dell’esistenza. E con i figlioli oramai all’università ce ne sono di cose da dire e da ricordare.

E via, ma in questo mondo in cui batte sempre la grancassa del tempo a richiamare all’ordine suo c’è poco tempo e così, in sarabanda, approdiamo a questa e a quella isola per poi arrivare a un argomento che a entrambi e caro per motivi differenti: l’Arcangelo Michele. E così ci siamo detti, lui e io, tutti gli indirizzi dove trovare a Roma le cappelle dedicate al Generale dell’esercito del cielo. Ed ecco a voi servita in un piatto d’argento la geografia angelica romana, per quanto ne sappiamo lui e io. C’è l’arcangelo Michele  in un quadro bello, bellissimo e da poco ritrovato, nella Chiesa di Santa Maria del Carmine alle tre cannelle a un tiro di sasso da Piazza Venezia. Guido Reni, il gran pittore, l’ha dipinto per la chiesa di Santa Maria della Concezione in Via Veneto; è invece di Giovanni Bigatti, il San Michele della bellissima Chiesa di Sant’Eustachio. Il San Michele che scaccia Lucifero della Chiesa di San Marco Evangelista in piazza Venezia è invece di Pierfrancesco Mola detto il ticinese, un pittore che non conoscevo e che ha una grazia tutta sua. Ma a Roma, il San Michele di tutti i San Michele è in alto, altissimo, sul culmine di Castel Sant’Angelo. E’ lui, è proprio lui, il gran principe con le ali, raffigurato in atto di rinfoderar la spada in inno di pace eterna che, da lassù, protegge e illumina la Città Eterna in alleluya! 

martedì 7 novembre 2017

Gocciole di vita

Vita d'erba viva
Indossate le mini-galosches che mio marito mi comperò, ora sono quasi venti anni, per girare a Venezia, bagnata d’acqua alta, me ne vado, come rinata a una nuova primavera, in giro per Roma che, sarà per lo spirito della pioggia che la avvolge in tenera vita primigenia, mi pare respirare con me in un punto a capo, pieno d’armonia. Alle nove e tanto sono a Santa Maria Maggiore e il cuore mio, già sollevato dalla grata doccia del cielo e dall santa catarsi, si fa tanto leggero, nell’uscir di nuovo all’aria, che un filo di vento potrebbe portarmelo via e rapirlo lassù e duro non poca fatica a tenerlo fermo lì dove mi batte al mezzo del petto…

Subito dopo, in discesa festante, con l’umidore delle gocciole nelle narici fresche, scendo per la Via Martino ai Monti perché, in Via Petroselli, ovverosia all’anagrafe, devo ritirare un certo certificato per una persona che amo. Siedo nel grigio ufficio, dove vanno e vengono danzanti i numeretti delle chiamate in fila indiana e mentre aspetto, sono tutta quanta immersa nella mia orazione quotidiana, mentre dietro di me un signora col velo non fa altro che parlare a voce alta e sincopata e troppo, troppo alta, e battere per terra con la punta dell’ombrello. E via, mi sposto, proprio sotto al display dove in santa pace provo a immaginare, leggendo le iniziali del codice fiscale, come si chiamano gli utenti. MSS, ad esempio, sarà di certo Massimo, ma a volte, per i tanti stranieri che siedono tutt'attorno, mi viene difficile sciogliere il busillis..
Un gioco, il mio, in delizia d’attesa. Finita la commissione, prendo l’autobus 83 che vola dal Foro Boario verso la via del Corso. Entro, mi siedo, e mi trovo occhi negli occhi con Giuliano Ferrara. Non un sorriso, solo uno sguardo. In corsa arriva un simpatico romano che, riconosciutolo, gli vuole stringere la mano. L'autobus impenna, cade, il meschino, quasi sopra al giornalista che, con l’arguzia sua nota, commenta, a mezza bocca: “Si sieda, si sieda che a Roma ci sono le buche…”

sabato 4 novembre 2017

La forza del silenzio

Mentre leggo, con gioia e riconoscenza, “La Forza del silenzio” del cardinale Robert Sarah (ogni pagina, leggendo piano, nel silenzio mio pomeridiano), non smetto, da mattino a sera, di lavorar tra pentole e tegami, in opera felice di Marta. E mentre faccio saltare in padella una frittata o mescolo in energia l’impasto della torta di cachi da mettere poi in forno e servire in zucchero a velo, l’antico mio mestiere di giornalista e di scrittrice reclama una particina, anche da comparsa, nella vita mia divisa oramai tra due mondi. E, come per caso (ma caso non è) mi fa trovare, tra i tanti, tantissimi libri che popolano silenziosi la mia casa romana, qualche volume dimenticato, comperato magari con la mano sinistra, in un piovoso mattino di dicembre, e poi lasciato lì a covare le sue meraviglie, sconosciute ai più. E anche a me.

Un giorno, dunque, dopo aver steso i panni che danzano nel venticello romano, in asciugatura dorata, giro il volto verso la libreria grande dello studiolo di mio marito e pesco, tra tanti volumi, un libro vecchio e bicolore, bianco e color vinaccia, della Sei (un libro per le medie dei tempi miei) e il titolo mi colpisce il cuore: “La più bella novella del mondo”. Che indovino essere quella che è. L’autore è Salvator Gotta, famoso per il piccolo alpino che noi tutti abbiamo letto, in gioventù, quando i libri per bambini non insegnavano le cattive maniere e a comportarsi male. E sia. Tra le pagine di Salvator Gotta, che era scrittore considerato commerciale (e infatti ha fatto diventar ricchi molti editori) ritrovo la prosa che amo, il lessico antico, il periodare lento, nelle immagini vivide e fresche. Che meraviglia. E poi, nel leggere un piccolo racconto in delizia “Il gioco dei colori” mi accorgo che Gotta fa parlare i rumori, ma è il silenzio, il silenzio antico dei paesi italiani, del suo Canavese, delle piazze assolate silenziose, abitate solo dal din don dan della campane, che parla soprattutto. Quello stesso silenzio che abbiamo perduto e di cui parla il cardinale Sarah. Un silenzio divino, sovrumano (come lo chiamava Leopardi) dove si sente il respiro di Dio.

martedì 31 ottobre 2017

La musica del cuore

le bambole di Angelica
In fondo al corridoio che porta alle camere da letto, al piano secondo della Villa Bianca dove sono nata e cresciuta, c’è un posticino, affacciato sul verde, baciato dall’oro del tramonto che mia madre ha scelto quale angolo suo di scrivania. Nel tavolino vecchio, venuto anche lui da San Giuliano, c’è raccolta in cassettini la vita sua che le appartiene tutta, in segreto di noi figli; la sedia, o meglio la poltroncina, anche lei friulana, è imbottita sul sedile e sullo schienale con una stoffa damascata in rosa pallido. E lì che siede lei, mia madre, ancora adesso che conta molte primavere, a scrivere lettere e le sue poesie (che mi recita quando la vado a trovare). E sulla parete che la guarda diritto in faccia c’è un ritratto misterioso in dagherrotipo ottocentesco. Vi sorride, in splendore di giovinezza e d’ordine, una fanciulla in fiore, vestita di crinoline, con i bei boccoli biondi sciolti sulle spalle diritte, della quale solo da poco ho saputo nel dettaglio la vita.

Insomma quella bella delle belle era una delle sorelle di mia nonna, di nome Angelica, la quale a diciott’anni se ne volò in cielo colpita dalla malattia di quel secolo lì che era la tubercolosi. Il padre di lei, e quindi il mio bisnonno, perduta la figliola, fece un pacco solo delle terre e dei poderi che aveva a Tiezzo e non volle più abitare la casa dove respirava il ricordo dell’Angelica. E siccome poi la figliola suonava il pianoforte come un angelo, proibì alle altre figliole, e quindi anche a mia nonna, di fare musica, pestando sui tasti bianchi e neri del pianoforte. Il silenzio abitò la nuova casa. E ancora mi domando come fece uno dei fratelli di mia nonna, visto il divieto, a suonare così bene il piano, senza aver studiato punto e niente. Veniva in camera mia, Francesco già in luna calante, e si accomodava al piano mio mozzo e dalle sue dita in ginnastica le note del cielo. Nel silenzio della musica del cuore… 

domenica 29 ottobre 2017

Perduta nell'Eternità

Con i frutti della terra---
In questo mondo moderno a gambe all’aria, in cui si celebra una profana messa domenicale all’Esselunga, in cui chi dovrebbe guidare, privo com’è di fortezza, segue e compiace la gente, disperdendola per strade di pericoli e sassi appuntiti, invece di fornirle il buon consiglio e il viatico per il lungo andare; insomma in questo mondo bislacco, vestito d'arlecchino, in cui per essere ministri non serve la laurea mentre per diventare bidelli quasi sì, io mi trovo come un ciottolo di fiume carsico perduto nella rena bianca di una spiaggia tropicale. Nel perdono, amo i fratelli che pure non capisco o che capisco fin troppo bene per conoscere gli ingredienti delle reazioni loro che li fanno uomini e persone. Nella gioia, mi immergo nella vera vita mia che non si vede e che è, per me, più vera anche di quella che si vede. E in quel tutt’uno mi perdo e mi confondo fino a non ritrovare più i contorni della mia persona, perduta come sono nell’Eternità.

Eppure i due mondi, uno rumoroso l’altro silente, allacciati, quasi camminano insieme e in questo trovo quello e in quello questo. Qualche giorno fa, ad esempio, sono andata a casa di un’amica che mi ha regalato una montagna di belle cose che lei non usa più e tante grazie e chiacchiere generose e poi, all’ultimo, mi ha prestato un libro che ancora doveva leggere e che ho accettato con un bel sorriso. Il titolo è “La Forza del Silenzio”, l’autore è un Cardinale africano, Robert Sarah, che è prefetto della Congregazione per il culto divino. La prefazione al libro l’ha scritta il Papa Emerito, Benedetto XVI, e già da subito, eccomi nel fiume della vita vera, accompagnata per mano da un uomo di Dio, che conosce tutti i sentieri più nascosti (che sono semplici però!) della spiritualità. Lo leggo piano piano, nel silenzio mio d’oro, quando stanca del mondo, tiro le reti in barca, con tanti bei pescetti d’argento che sono dono di felicità. Lo leggo, con la gioia nel cuore, perché le parole, una via l’altra, si inseguono ridenti conducendo me (e ogni lettore) al centro della verità. Lo leggo e cresce in me la speranza che è virtù teologale, nel giorno che verrà, quando, girato il vento, i piedi  nudi torneranno a toccar terra e i cuori in alto, in ricamo di cielo…

martedì 24 ottobre 2017

Maria Antonietta alla Sapienza

Anatre a Bayreuth...
Arrivata, fresca di Istituto Mater Dei, all’università la Sapienza di Roma, mi trovai in un mondo nuovo, che non conoscevo punto. A quei tempi eravamo noi studenti a scrivere il nostro personale piano di studio. Alcuni esami, certo, erano obbligatori: due annualità di letteratura italiana (io le passai con un tale professor Fasano che era grande e grosso e pareva Bobo di Staino),  una di latino e non so più che cos’altro. Non mi spaventò punto quella libertà che al Mater Dei non avevo conosciuta mai. Al contrario, in un baleno, scrissi gli esami extra che volevo dare. Glottologia, ad esempio, con il professor Cardona del quale mi ero invaghita un pomeriggio a casa della professoressa Stegagno Picchio con la quale mi sono laureata. Di quel pomeriggio, passato a sistemare i libri, alta sulla scala che lei, la Stegagno, teneva ferma per me, ricordo soltanto la barba e le mani del professore che ci guardava, commentando i libri che noialtre riponevamo in questo o quello scaffale. L’esame, che pure mi ero riproposta di dare, non lo diedi mai e mai frequentai le sue lezioni, travolta da altri sentieri della vita (fu in quei giorni, infatti, che conobbi Nanni, ma questa è un’altra storia…).

La libertà del vagabondaggio da un esame all’altro, la ricordo bene ma il mio pellegrinaggio nel mondo, nell’ordine che è stato sempre ingrediente primo mio, come acqua, lievito e farina per il pane, rispuntò bello forte e vivo e rotondo un giorno che l’università era occupata e che un picchetto di studenti di sinistra (allora esisteva ancora il Pci) impedivano a noialtri l’ingresso in facoltà. Senza paura, affrontai un barbuto (che non era niente affatto bello come il professor Cardona…) in eskimo verde militare. “Non si entra”, mi disse lui. E io: “Tu forse, ma io sì”. E semplicemente entrai. Lui, sbigottito, mi seguì con lo sguardo, mentre lentamente salivo le scale di Lettere e Filosofia come salendo sul patibolo: Maria Antonietta alla Sapienza

sabato 21 ottobre 2017

La bellezza della semplicità

la bellezza della semplicità
Oh quanto ho penato, durante i  miei anni universitari, per passare l’esame di storia moderna! Ricordo - e lo ricordo abbracciando nell’anima Annalisa che se n’è già volata in cielo – che andavo da lei, da Annalisa, a studiare e che lei, in quattro e quattr’otto, memorizzava date, luoghi, trattati, generali, monarchi primi e secondi e terzi e anche quinti e che io rimanevo indietro, col fiato mozzo. Lei, mettiamo, già a pagina 50 e io, alla 10, arrancando in affanno. Decidemmo, di comune accordo, di finirla lì e, con grazia, ognuno per la sua strada. Lei verso il suo – immagino – trionfale 30 e lode; io, al mio misero 26 (che presi per due volte di seguito, avendomi il professore, bontà sua, consigliato la prima volta di tornare al prossimo appello). Di tutto quello studio, ricordo che studiai a fondo anche il Concilio di Trento con il quale la Chiesa, la mia Santa Romana Chiesa, si difendeva dalla Riforma di Martin Lutero che già a guardarlo mi pareva, grande e grosso com’era, un gran mangione piuttosto che un teologo…

Avevo allora, mi pare, una ventina d’anni. E Lutero era il gran nemico, colui che aveva diviso la Chiesa, la quale, grazie ai suoi Santi tanti (Santa Teresa e Pippo Neri e San Camillo De Lellis) riuscì a rialzarsi, radicata nell’umiltà e nella legge eterna e immutabile del Signore. E ora, a cinquant’anni suonati, mi tocca sentire che Lutero è stato un “dono dello Spirito Santo”, che bisogna andare fino in capo al mondo per celebrarlo, e mi pare di vedere lassù al Colle Vaticano, come una voglia di protestantesimo, una deriva strana che vuole cambiare l’eterna legge e  chissà dove precipitarci. E pensare che proprio un santo gesuita (proprio il fondatore dell’ordine del Pontefice regnante), Sant’Ignazio di Loyola, aveva creato la sua compagnia di soldati di Gesù per combattere la riforma luterana, gli eretici come si chiamavano allora e secondo me anche oggi… E le tante, bellissime chiese barocche romane (compresa la Chiesa del Gesù che è ecclesia ecclesiarum dei gesuiti) furono una risposta viva, in marmi fioriti e gran dipinti di inarrivabile bellezza, al pauperismo di lassù. E perfortuna!

mercoledì 18 ottobre 2017

Il fucile di Giamburrasca

...in lana rosa
Non so se anche voi, come me, andate ogni tanto al “Mercatino” (uno dei tanti, perché è una catena che corre lungo l'intera Penisola) dove l’Italia tutta è in vendita, dove si possono trovare a poco prezzo persino i pupazzetti plasticati dei formaggini Mio, dove le foto sacre degli avi diventano uno smercio, a mazzetti, in bustine di plastica date via per tre euro o poco più. E’ un Italia in svendita, davvero, nell’economia che succhia via l’anima alle cose, traducendole in monete e banconote.
E anche se, lo ammetto, qualche volta ho trovato lì qualche pillola dolce della mia infanzia che mi ha riacceso il lume dei ricordi (una bambola Ratti che avevo amato tanto, da bambina, e che non avevo avuto mai…) e il terzo occhio, devo ammettere che, vagare tra tutta quella storia di anime, conservata nella naftalina preziosa dell’amore e rovesciata lì, a casaccio, mi mette un gran magone nel rammentarmi, tanto per dirne una, che quando mio padre (da me molto amato) se ne volò in cielo, di lui restò ben poco quanto a oggetti: un orologio d’oro, qualche fotografia, le boccette della sua collezioni di sabbia dei deserti…

Ebbene oggi ero lì e mentre, in coda aspettavo il turno mio, per vendere un certo paio di scarpe da ginnastica mai messe che dormivano nell’armadio in corridoio, ecco arrivare, tutto sorridente, un piccolo uomo un poco sghembo, vestito con una tuta alla Forza Lazio. Con sé ha molte scatole grandi e grosse e, nell’aprirle, mostra a noi e a tutti, il suo tesoro: tre gran fiuciloni in plastica con tanto di proiettili in una sorta di biberon. Li monta, tutto compiaciuto, e poi spara in una busta blu per far vedere come funzionano a puntino i suoi giocattoli. E tutt’intorno noi a guardarlo in facile ironia, pensando che mai nessuno comprerà quella roba. Sì, sì, certo. Invece, dalla folla assiepata spunta un tipo con una barba mansueta e tira fuori i soldi necessari all’acquisto che neanche si posa tra l'altra mercanzia. E poi il barbuto, cacciatore metropolitano, se ne va, felice, uomo moderno col bel fucile in plastica, che un tempo (e ora no, nel trionfo del politicamente corretto che nega ai bimbi il gioco delle armi) avrebbe fatto felice Giamburrasca…

domenica 15 ottobre 2017

Due km dal Circo Massimo

Proprio in questi giorni, per anni e anni, il Rione Monti, profumato di tradizione romanesca, festeggiava in piazza una bella e ricca “Ottobrata Romana”, perché, si sa, a Roma ottobre è un mese di sole d’oro e di ponentino alpestre e starsene all’aperto, eh sì, era (ed è) una grazia e una gioia. Ci si ritrovava con i vecchi e i nuovi abitanti così diversi tra loro ma che, nelle radici vecchie e nuove, si davano la mano, nella piazzetta della Madonna dei Monti, sotto alla bella fontana dei Catecumeni ricca d’acqua e di vita (che oggi piange incrostata di licheni), a mangiare pane e porchetta, con un bicchiere di vino in mano. In allegria ritrovata. Le botteghe erano aperte e ognuno offriva quello che voleva per stare tutti assieme in aria di stornello.
Ma da qualche anno a questa parte, cioè dai tempi di Ignazio Marino (che tanto diversi da quelli di Virginia Raggi non sono), a causa della burocrazia che divora l’anima nostra, la festa romana tanto cara a chi abita il Rione, non si fa più. Troppi legacci, troppe scartoffie, troppi burrò. Gli organizzatori, sopraffatti, hanno lasciato correre e hanno chiuso baracca e burattini. Così, dal 2016, non si vive più la festa, non ci sono più gli spettacoli in piazza e noialtri monticiani, desolati, se vogliamo festeggiare il nostro Rione – e la nostra Roma - dobbiamo andare sull’Appia antica dove, come facevamo noi, si canta, si ride, si mangia e si balla. Ci sarà tanto da fare e da vedere a "2 chilometri dal Circo Massimo  e 1 chilometro da San Giovanni". Certo, accipicchia, bellissimo. E gli organizzatori sono quelli dell'Associazione culturale Rione Monti. Tu guarda! Ma non si poteva fare qui, nel cuore di Roma la festa romana, riaccender l'ottobrata lì dove è nata  si è fatta ragazza? Mi dico e giro la domanda alla signora sindaca...
In attesa di risposta, bisogna prendere la macchina e andare in un posto che porta un nome forestiero e cioè “Roma village”, un nome che di Roma non ha che il gusto insipido dell’americanità. Ma il cuore mio ha un sobbalzo quando, nello scorrere la locandina, leggo che il parcheggio consigliato è quello del ristorante "Ar Montarozzo"... Un sospiro di sollievo in ave Cesare, tra gli stornelli, buona ottobrata a tutti!

lunedì 9 ottobre 2017

Galileo a Santa Maria degli Angeli

Ieri pomeriggio per ragioni allegre che non sto qui a raccontare perché sono del mio cuore mi trovavo, sola soletta, in Piazza della Repubblica in attesa e davanti alla meravigliosa basilica di Santa Maria degli Angeli, progettata da Michelangelo, sulle terme di Diocleziano; no, non ho resistito e sono entrata a farmi un giro di grazia in tanto splendore. Dopo la preghiera che accompagna i miei giorni chiari, nella pace del cuore, eccomi a gironzolare in lungo e in largo nella pancia della grande chiesa di Maria e degli Arcangeli. Mi sorprendono, per la dimensione, le grandi pale che se ne stanno appese alle pareti e mi è difficile, a naso in su, riconoscere e capire le scene sacre. La testa si rovescia all’indietro, gli occhi si appannano
Così, eccomi, in sacrestia dove è allestita una mostra, tutta piantine e planimetrie della basilica. Da lì a uscire è un passo e il cielo mi schiaccia un occhiolino, due passi e oh che cosa è mai questa statua? Chi è questo colosso? Mi giro, di qua e di là, e sulla parete noto un lenzuolo, diciamo così, di spiegazione. Si tratta di una statua bronzea di Galileo Galilei, progettata da un cinese,  Tsung Dao Lee, che è stato anche premio Nobel per la Fisica. Certo, Galileo, oltreché scienziato, era e rimase un uomo di fede, ma, mi chiedo, in profusione di rispetto e di umiltà, era proprio necessario questo “dono”? E non occorre certo che aggiunga altro perché, nel proseguire il mio divin giro, mi trovo, a scorno, proprio lì dove si distende la bella Meridiana (che si accende di luce nel giorno del solstizio d’inverno) di fronte a una macchinaccia, a pendolo, di cui, in sancta sanctorum, si racconta del funzionamento sulle pareti della Chiesa. Peccato che proprio al lato di tale manufatto (con gran rispetto del Galilei che non lo avrebbe mai messo, dico io, in una Chiesa…) c’è una tela grande e grossa che attrae il mio sguardo per veder piovere dal cielo un uomo avvinghiato a un demonio nero. Per sapere chi lo ha dipinto (Pompeo Batoni) e che cosa rappresenta (la caduta di Simon Mago che voleva vendere lo Spirito Santo…) mi tocca star qui, adesso, a pesticchiare sul tastiera in gioia di visione e d’angeli e, via, con una riverenza, a tutti auguro una felice giornata.

sabato 7 ottobre 2017

Amiche mie

Amiche ne ho avute molte, nel mio pellegrinaggio quaggiù. Alcune, ancora adesso mi sono care e care le loro figlie, altre non le vedo più e, solo per incidente so che sono vive, che si sono separate, che vivono qui e lì, in giro per il vasto mondo. O forse solo a Roma, magari vicino a casa mia, in Piazza Navona, in una via che amo per il nome sacro che porta, ma non le ho mai incontrate e siccome io i social non li uso (per non saperli usare) non ne incontro mai, di amiche, dico, in questo mondo che non è il mio primo né il secondo mondo e che mondo non è.
Di alcune immagino la vita perché è rimasta sempre quella, nel su e giù loro consueto e settimanale, nel quale ho vissuto, a tratti, e a tratti no. Così è come se le vedessi, con i libri loro sottobraccio, dalle parti di Piazza della Pilotta o al Vaticano Di altre mi sfugge tutto, e nell’inconsistenza loro, le immagino ancora come erano allora, quando, insieme, gomito a gomito, lavoravamo, per dire alla Rai o al Gazzettino. Ne ho anche di nuove, di amiche, e uso con loro le forme di comunicazione che sono moderne e svelte in agile pestar di tasti. Altre, antiche, le rivedo per caso, magari proprio a Cala Girgolu, sulla spiaggia, e allora è come se il tempo, sospeso, facesse una giravolta all’indietro e sono di nuovo bambina e lei pure.

Siamo, lei e io, tali e quali ad allora, anzi siamo proprio noi bambine. Sono in casa, nella mattina fresca con il vento ancora indeciso se soffiar costì o colì; sono in veranda, e dalla selva di mirti e corbezzoli che esplode a mano manca ecco che arriva lei, l’amica mia del cuore, vestita, anche se è estate e fa un gran caldo, come d’autunno. A mia madre dà del tu (oh meraviglia!) ed elenca le mirabolanti avventure in cui  mi vuole con sé quel giorno: al mercatino di Olbia, poi a saltar le onde a Lu Impostu, a cercar funghi all'ombra del Monte Nieddu. Io, sì, sì io, proprio io! Lo sguardo mio implorante, gli occhi di mia madre severi: “No, Ester va giù sulla spiaggia!”. Così si concluse la mia avventura, pellegrina, mai vagabonda e ora che ci penso fu meglio, molto meglio così…

martedì 3 ottobre 2017

Prima comunione al Mater Dei

La domenica delle Prime comunioni, in boccio di primavera, era festa grande all’Istituto Mater Dei; noialtre, come piccole spose, vestite di organza e tulle, con una cuffietta, ornata di fioretti bianchi tutt'attorno all'ovale del viso e che finiva, scendendo sulle spalle, in forma di dolce velo, inghiottendo i capelli nostri biondi, noialtre (dicevo) svolazzavamo nel cortile, per l'occasione vuoto di motorini. Aspettavamo che la Cappella del Buon Pastore, nella sua affettuosa oscurità, si riempisse di mamme e papà, cugini e nonni, tutti trepidanti, stirati nell’eleganza di quei tempi lì, per il grande momento in cui, nel dono grande della fede, avremmo anche noi bambine partecipato alla mensa eucaristica. Noi, inconsapevoli, festanti, in tripudio, giocavamo tra di noi, inseguendo i nostri personali sogni di ragazzine, tremanti per qualcosa che non capivamo punto, ma che ci faceva sorridere d'importanza tra tutti quei grandi accesi di aspettativa. Niente, pensavo allora (lo ricordo!), sarebbe mai cambiato nella quotidianità rotonda di quegli antichi riti all'Istituto Mater Dei…

Io, di quel mio primo giorno in nuova, immacolata meraviglia, ricordo solo la gioia grande di indossare il vestito bianco (che ereditavo da mia sorella) e le scarpette candide con il loro bel bottoncino sul fianco, che tanto mi piacevano. E poi la cioccolata calda con i cornetti alla crema che mangiammo in una delle tante sale vuote del Palazzo color ocra alto su San Sebastianello.
In cortile, più tardi, con il sole già alto e i borborigmi della fame in pancia, si celebrò il rituale della foto ricordo. Fummo sistemate, in ordine di altezza o secondo criteri che non conoscevo, su pedane degradanti, in due file. In mezzo a noi, vestito di nero, con una gran sciarpa viola intorno alla vita e l’unico maschio seduto all’indiana ai piedi, c'era il Vescovo che era bonario e rotondo come un bel panino fresco. Al momento di scattare l’immagine, una soltanto di noi, si girò di profilo, una soltanto e vi invito a indovinare chi fu. Quella foto è stata pubblicata nel “Centenary Souvenir” del Mater Dei (1886-1986) e il mio naso, che piccolo non è, sembra fare un bucolino nella carta e salutare gli angeli…

lunedì 25 settembre 2017

Profumo di Sardegna



 Senza far code al porto e troppi complimenti con le autorità, nella gran festa delle navi accese in luminaria allegra, mi ritrovo in un fiat nella pancia vuota della Tirrenia, pronta per la traversata che mi porterà, in gloria, nella Sardegna mia amata. Si dorme come una volta, nell’attesa, e la mattina, fresca di nuvole e di sole d’arancio, eccoci, mio marito e io, in corsa lungo l’orientale sarda. E abbassando il finestrino, oh meraviglia, sento il caro respiro della mia isola incantata. Il fiato suo, profumato di mirto e terra e corbezzolo mi fa fiorire in cuore rose e viole mentre la casa bianca mi accoglie con il suo silenzioso benvenuto.
La sera poi, per grazia di Manuel, che porta un nome a me molto e assai caro, ci ritroviamo, sotto i pini di Sant’Anna in una spiaggia bianca di Budoni, alla santa messa per ricordare la nascita in cielo (come dice, giustamente, don Chessa dall’altare) di San Pio di Petralcina. Belle, quanto sono belle le donne sarde con i capelli d’argento, nelle loro gonne nere a piegoline, avvolte negli scialli ricamati! Più in là, sul campo, cuoce allo spiedo un vitello intero e l’odore si spande nella sera che scende a coprire con la sua misericordia le tante pene degli umani. Poi, tutti a mangiare la carne immolata e il formaggio pecorino. Prima, però, in danza, passano le donne con gran cesti pieni di dolciumi: peschette rosse d’achermes, oregliette coperte di miele, meringhe bianche con su una nevicata di palline d’argento. E mai ho mangiato dolci così buoni, fatti, secondo me, nelle cucine del paradiso per i santi del cielo…
Sorrido alla mia Sardegna che mi regala, prima del sonno e della quiete, nel buio e nell’incanto, anche  i passi di danza del suo passato antico, al ritmo sardo di una fisarmonica…


venerdì 15 settembre 2017

La gioia della verità

Non sono e non vorrei essere, come Cacciaguida nella Divina Commedia, una “luadatrice temporis acti", eppure, a volte, quando come oggi mi sveglio all’alba e ripenso al bel passato di bellezza che circondava la vita mia, quando, mettiamo, dovevo andare a far da cronista alla presentazione di un bel volume della Marsilio che raccontava, diciamo così, vita, morte e miracoli dei collezionisti veneziani del Cinquecento, gente piena di buon gusto che in casa teneva, sì sì, senza scherzi, “La Tempesta” di Giorgione, ebbene mi vien su una sorta di magone per il cattivo gusto e la bruttezza che abitua l’occhio e il cuore al caos e all’insensatezza. E tutt’intorno sento i lamenti di amici e conoscenti che cercano, nella pace del mio cuore, un angolo di sereno e di rotondità. Vengono e vanno, in corsa, senza capire che senza poi l’esercizio ed il discernimento a poco servono le mie povere parole…
Intanto, nel segreto mio che palpita, taglio e cucio, in ora et labora, le mie bennibags che se ne vanno per il mondo, parlando di come eravamo, nell’armonia celeste oramai messa, da molti, in naftalina. E tutto mi pare come abbassato di tre spanne. Non ci sono più in giro i Pavarotti. O forse ci sono ma ci sono nascosti, velati dal torrente di parole quotidiane che, in giri convulsi e ruote di potere, annacquano la verità, rendendola scialba, come un’amarena fatta con un goccio di sciroppo e un litro d’acqua vecchia.

E la finisco qui perché ora corro dove so io, dove la quiete mia si fa eternità e nel bacio fresco del mattino, le gambe in spalla, mi par di respirare aria nuova e la gioia della verità.

sabato 9 settembre 2017

Aridatece li centurioni!

Un merlo maschio ai giardini di Sant'Andrea...
Ma che severità, quale forzuto braccio di ferro ha usato la Pubblica amministrazione con i centurioni e i legionari romani, con le scope purpuree in testa, che popolavano le aree romane della nostra bella città! Per quei quattro ragazzi che si guadagnavano la vita, travestiti come ai tempi di Nerone, ci si è messo persino il Consiglio di Stato in latinorum e, in un fiat, via, sciò, né più mai li vedremo con le loro gonnelle a fermare i turisti, a far finta di giugularli di fronte all’Anfiteatro flavio. A me non hanno chiesto mai nulla che si vedeva da lontano che ero, come loro, romana.
E sia, demitto auricolas, ma mi permetto, con la grazia che mi riempie il cuore di carità, di segnalare che se con i nostri simpatici antichi romani lo Stato ha usato le maniere forti, con altri, ben più colpevoli perché mettono a repentaglio la salute altrui, si sta larghi come mutande di tre taglie in più. Mi riferisco ai tanti omini che, sotto la colonna traiana, in Via del Tritone , in Piazza di Spagna e dovunque qui e lì per la Città Eterna, vendono, impuniti, acqua in bottigliette che non sempre sono nuove. Secondo me, ma prove non ne ho, i nostri novelli acquaioli la prendono dai nasoni romani, così per un euro vendono l’acqua marcia o l'acqua vergine (dei nostri antichi romani!) magari anche condita a modo loro… Girano, senza neanche nascondersi, con i loro borsoni pieni di bottigliette, incuranti del fatto che è un reato grave, in questa nostra parte di mondo, vendere cibo e bevande senza autorizzazioni, Ma se dici loro qualcosa, si mettono a berciare, ti mandano a quel paese e fanno anche il gesto dell’ombrello. E nessun vigile li ferma né il Consiglio di Stato se ne occupa...

Ahi, povera Roma mia. E la finisco qui perché è sabato mattina, il sole è già alto e devo preparare il ragù per stasera che ho gente a cena in allegria d’estate. Ma prima di lasciarvi dico, sommesamente, “aridatece li centurioni!”.

domenica 3 settembre 2017

Una gattina a Milano

Un gatto sardo...
Bella Milano nel dardo del sole, bellissima Milano con il cielo color di fumo, quando le gocciole d’acqua fresca cadono festose sul Duomo e lassù sulla Madonnina d’oro. Che respiro, che aria fresca dopo tanta estate infuocata! Io l’ho vista, Milano, così e colì, in questo scorcio di fine stagione, tra agosto e settembre.
L’ho vista, Milano, e me ne sono innamorata, perché è una città viva, piena di energia, popolata da un’umanità indaffarata, seria, elegante. Bè, non solo. Per esempio un pomeriggio, dopo essere arrivata a Sant’Ambrogio, la chiesa con due torri campanarie (una per i benedettini e l’altra per i canonici regolari che, ohimè, litigavano tra loro…) , tornando lungo il corso di Porta Ticinese, sfiorando con lo sguardo prima Sant’Eustorgio, in statua solenne, col suo bel pugnale posato in testa a memoria del martirio, e poi la stupenda chiesa di San Lorenzo, difesa da un ricamo di colonne (che erano un tempo il tempio di Ercole);insomma, dicevo, un pomeriggio mentre me ne tornavo verso il Duomo per incontrare chi non vi dico, incrocio, ma per davvero, una bellissima ragazza vestita da gatta. E’ inguainata in una tuta di pelle (con questo caldo pazzo!), una coda le danza tra le terga, in testa ha due orecchiette nere e nera è la mascherina di colore che le scurisce la strisciata degli occhi. Cammina come niente fosse, come se indossasse un jeans e una maglietta. E io, con tanto di sguardo e un po’ sgomenta per via che sono le tre di pomeriggio. Ma intorno, niente, nessuno la guarda, ognuno e tutti presi dalle cure loro milanesi, e faccia a terra,  e lei, la gattina, se ne va, indolente, senza premura, con fare felino, e mi pare proprio una gatta cenerentola, pronta a qualche sortilegio, nel silenzio tutt'intorno di una Milano addormentata… 

lunedì 21 agosto 2017

Polpette al sugo

Una torta di pezza e pizzo fatta da me...
Nei lunghi e caldi giorni della mia estate romana, al mattino presto, quando il sole ancora non dardeggiava nel suo bianco furore, io me ne andavo in giro per la mia Roma amara, come spettinata, dolente e abbandonata a se stessa. Di brutte cose ne ho viste tante, ma preferisco tenerle racchiuse nello scrigno della memoria affinché non contaminino il futuro che spero migliore. E quando, un poco sgomenta, me ne tornavo a casa, ricordavo i Monti miei nei primi tempi del mio trasloco, quando il vociare allegro della romanità si perdeva tra i balconi e, vicini di casa erano sarte e falegnami, gli artigiani insomma di questo, mio, ridente Rione che ora è tutto quanto trasformato dalla modernità in ristorantini alla moda e piccole boutique in gusto parigino.

E presa dalla nostalgia, diciamo così della coda alla vaccinara, mi sono ricordata che, in un libro di racconti sulla Grande Guerra (“La Cocotte) di Federico De Roberto (uno scrittore siciliano che ho letto tutto da capo a piedi) ce n’era uno il cui protagonista, romano de Roma e, mi pare, tenente, parlava di tutto il ben di Dio romano – gnocchi di semolino e pajata  e polpette al sugo - quando non c’era ancora la nouvelle cuisine, i ristoranti si chiamavano osterie o cucine e gli chef erano osti o, perché no, anche cuochi ed avevano tutti un gran pancione. Il nostro tenente finì per meritarsi due medaglie, diciamo così anche per colpa della gola e della fame degli austriaci che mangiavano, meno e più, pane di stracci, poveretti… Roma era Roma, nelle descrizioni succulente del tenente e splendeva come fiamma accesa, colorando d’amore il bigio presente… E così, per riconoscenza, ho finito per riprendere in mano “I Viceré” (un romanzo, secondo me, strepitoso, che lessi or sono molti anni) e mi sono immersa nelle storie degli Uzeda di Francalanza, che sono storie nostre, tutte italiane anche se sono siciliane…

mercoledì 9 agosto 2017

Occhi di pepe e di nocciola



L'immagine, bellissima, è della fotografa Carla Del Ciotto
C’era, all’Istituto Mater Dei, in piazza di Spagna, quel delizioso senso dell’ordine, quell’amor di pulito, che è il cuore stesso del vivere felici. C’era, al mattino appena sveglio, con noialtre in divisa e con il basco in testa, il Rosario quotidiano, che squillava allegro, nei suoi misteri (anche i dolorosi) in viva voce e composita in note argentine di fanciulle in fiore, nella piccola cappella del Buon Pastore dove sono capitata, una mattina di qualche tempo fa, e con la nostalgia a bussarmi all’uscio dell’anima…
C’era, alla fine del Rosario, il rito della genuflessione, cui presiedeva con solerzia e santa serietà, Sister Francis Borgia. Oh, sister Francis! Piccola da metterla in tasca, con due occhi di pepe e nocciola e tanto sale in zucca quanto non ne hanno, messi insieme, certi Azzeccagarbugli di oggi e anche di ieri! Sister Francis ci comandava al battere delle nocche sue sul banco sotto l’altare. Toc, e noi tutte giù, il ginocchio nudo (ché allora nessuna di noi portava i collant) a batter contro il marmo, e giù tutta una fila di code e trecce e mezze code e chignon con sul cucuzzolo il bel basco blu che, all’interno, custodiva la sua bella fodera amaranto. Toc, e tutte in piedi e vi, a razzo, a salire le scale di conchiglia che portavano alle aule, in piroetta, sotto il cielo... C’era, al primo venerdì del mese, la messa in inglese che mi ha lasciato in eredità tutte le preghiere nella lingua dell’isola di Elisabetta.
C’era la sister direttrice, Sister Karlin, bella e altera come una regina, gli occhi, come uncini, a tener sulla riga l’istituto e a dargli quel tono lì, in bianco immacolato e in azzurro cielo, che lo riempiva di tutte noi, figliole di quei tempi lì ordinati. C'era e a un certo punto non ci fu più. E non so bene che cosa accadde. So che arrivò un’altra sister direttrice, tanto scialba e anonima che il nome mi sfugge, buona sì, con gli occhi come di tenera agnella, e fece franare le regole e sbriciolare l'ordine profumato di lavanda. Cominciò col consentire a noi di tradire la divisa di gonna e camicetta, indossando i pantaloni. Fu così che iniziò il precipite declino. Fu per un paio di pantaloni. E ora che al posto dell’Istituto Mater Dei, tutto quanto irlandese, c’è una sede de British Council nel palazzo color ocra e sole di Piazza di Spagna a me si stringe il cuore ogni volta che ci passo davanti, ma per grazia divina, il sorriso mi torna quando, come facevo allora, percorro in corsa allegra, il serpentello ombroso di San Sebastinello... 

giovedì 3 agosto 2017

Correndo, correndo

Piccola
Con i sogni della notte ancora in tasca, nel mattino presto quando Roma si sveglia pensando di essere ancora Caput mundi, io me ne vado in giro a far commissioni e fuori e dentro le chiese mie dove mi perdo in orazione. Oggi, per esempio, ero, con il sole ancora basso a picchiare all’uscio del mattino, a San Giovanni in Laterano, la Regina Ecclesiarum. Ho scelto San Giovanni, ispirata, lo so, dal bel programma sulla Roma del Giubileo del professor Paolucci che, con la mirabilia di Raiplay, mi sono goduta, ieri sera, tutto intero, amando come si può, alla distanza, il professore che era direttore dei Musei Vaticani e che, nell’umiltà sua potente, mi pare tanto vicino al Signore…
La madre di tutte le Chiese romane, voluta da Costantino, costruita sugli orti della potente famiglia del Laterani, era ed è uno splendore. Entrando, nel saluto alato dei cherubini borrominiani, a me par già di toccare il cielo con un dito e giro, nel vuoto sacro, nel silenzio santo, tutta quanta in me, nelle virtù che inseguo e che sono patrimonio della Legge eterna. Cammino e penso, dolente, alla Roma che ho visto nell’andare, una Roma nel caos, perduta nella disaffezione e nel disincanto. E non c’è Raggi che tenga, soltanto nell’ordine è la vita, la luce del bene. Nel caos, si perdono dignità e speranza e non si è più Caput Mundi…

Ma vabbè, mentre me ne vado a far le commissioni mie, ripenso in gioia, a un incontro buffo avuto poco prima all’imbocco di Via Leonina. Vedo due pimpanti runners di bell’aspetto e in uno riconosco, poiché per caso ho seguito un'intervista su Raitre, il nuovo amministratore delegato dell’Atac, di cui ignoro il nome ma conosco il volto. Per sicurezza attendo che mi superino. Lui parla con l’amico… in veneto. Sì, è proprio lui, sorrido, brindo al buon gusto dell’ora mattutina e gli auguro buon lavoro perché davvero ne ha bisogno!