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mercoledì 9 agosto 2017

Occhi di pepe e di nocciola



L'immagine, bellissima, è della fotografa Carla Del Ciotto
C’era, all’Istituto Mater Dei, in piazza di Spagna, quel delizioso senso dell’ordine, quell’amor di pulito, che è il cuore stesso del vivere felici. C’era, al mattino appena sveglio, con noialtre in divisa e con il basco in testa, il Rosario quotidiano, che squillava allegro, nei suoi misteri (anche i dolorosi) in viva voce e composita in note argentine di fanciulle in fiore, nella piccola cappella del Buon Pastore dove sono capitata, una mattina di qualche tempo fa, e con la nostalgia a bussarmi all’uscio dell’anima…
C’era, alla fine del Rosario, il rito della genuflessione, cui presiedeva con solerzia e santa serietà, Sister Francis Borgia. Oh, sister Francis! Piccola da metterla in tasca, con due occhi di pepe e nocciola e tanto sale in zucca quanto non ne hanno, messi insieme, certi Azzeccagarbugli di oggi e anche di ieri! Sister Francis ci comandava al battere delle nocche sue sul banco sotto l’altare. Toc, e noi tutte giù, il ginocchio nudo (ché allora nessuna di noi portava i collant) a batter contro il marmo, e giù tutta una fila di code e trecce e mezze code e chignon con sul cucuzzolo il bel basco blu che, all’interno, custodiva la sua bella fodera amaranto. Toc, e tutte in piedi e vi, a razzo, a salire le scale di conchiglia che portavano alle aule, in piroetta, sotto il cielo... C’era, al primo venerdì del mese, la messa in inglese che mi ha lasciato in eredità tutte le preghiere nella lingua dell’isola di Elisabetta.
C’era la sister direttrice, Sister Karlin, bella e altera come una regina, gli occhi, come uncini, a tener sulla riga l’istituto e a dargli quel tono lì, in bianco immacolato e in azzurro cielo, che lo riempiva di tutte noi, figliole di quei tempi lì ordinati. C'era e a un certo punto non ci fu più. E non so bene che cosa accadde. So che arrivò un’altra sister direttrice, tanto scialba e anonima che il nome mi sfugge, buona sì, con gli occhi come di tenera agnella, e fece franare le regole e sbriciolare l'ordine profumato di lavanda. Cominciò col consentire a noi di tradire la divisa di gonna e camicetta, indossando i pantaloni. Fu così che iniziò il precipite declino. Fu per un paio di pantaloni. E ora che al posto dell’Istituto Mater Dei, tutto quanto irlandese, c’è una sede de British Council nel palazzo color ocra e sole di Piazza di Spagna a me si stringe il cuore ogni volta che ci passo davanti, ma per grazia divina, il sorriso mi torna quando, come facevo allora, percorro in corsa allegra, il serpentello ombroso di San Sebastinello... 

giovedì 3 agosto 2017

Correndo, correndo

Piccola
Con i sogni della notte ancora in tasca, nel mattino presto quando Roma si sveglia pensando di essere ancora Caput mundi, io me ne vado in giro a far commissioni e fuori e dentro le chiese mie dove mi perdo in orazione. Oggi, per esempio, ero, con il sole ancora basso a picchiare all’uscio del mattino, a San Giovanni in Laterano, la Regina Ecclesiarum. Ho scelto San Giovanni, ispirata, lo so, dal bel programma sulla Roma del Giubileo del professor Paolucci che, con la mirabilia di Raiplay, mi sono goduta, ieri sera, tutto intero, amando come si può, alla distanza, il professore che era direttore dei Musei Vaticani e che, nell’umiltà sua potente, mi pare tanto vicino al Signore…
La madre di tutte le Chiese romane, voluta da Costantino, costruita sugli orti della potente famiglia del Laterani, era ed è uno splendore. Entrando, nel saluto alato dei cherubini borrominiani, a me par già di toccare il cielo con un dito e giro, nel vuoto sacro, nel silenzio santo, tutta quanta in me, nelle virtù che inseguo e che sono patrimonio della Legge eterna. Cammino e penso, dolente, alla Roma che ho visto nell’andare, una Roma nel caos, perduta nella disaffezione e nel disincanto. E non c’è Raggi che tenga, soltanto nell’ordine è la vita, la luce del bene. Nel caos, si perdono dignità e speranza e non si è più Caput Mundi…

Ma vabbè, mentre me ne vado a far le commissioni mie, ripenso in gioia, a un incontro buffo avuto poco prima all’imbocco di Via Leonina. Vedo due pimpanti runners di bell’aspetto e in uno riconosco, poiché per caso ho seguito un'intervista su Raitre, il nuovo amministratore delegato dell’Atac, di cui ignoro il nome ma conosco il volto. Per sicurezza attendo che mi superino. Lui parla con l’amico… in veneto. Sì, è proprio lui, sorrido, brindo al buon gusto dell’ora mattutina e gli auguro buon lavoro perché davvero ne ha bisogno!

giovedì 27 luglio 2017

More e capperi a San Nilo

Sarà che per motivi tal dei tali, e molto concreti, sono stata, diciamo così, cinque giorni di fila (dall'alba al tramonto) prigioniera a Grottaferrata, ritornando a sera stracca a casa, dove il dovere mi metteva subito sull'attenti, sarà  perché a passare ore e ore seduta sul pavimento comodi si sta poco, sarà anche perché l'età non è più verde e  il tempo in tasca meno; sarà che a volte  ero tentata di mollar tutto e via; sarà per tutti questi motivi presi in fascio e anche altri che taccio fatto sta che, oggi, nel mio primo giorno di ritrovata libertà, me ne sono andata, fresca nella sera calda romana, a Santa Maria Maggiore, a sentire una messa di ringraziamento, a recitare il mio rosario in compagnia e mi sono sentita tanto allegra, nel ritrovare le mie abitudini intatte e sane e come nuove,  che avevo voglia di saltellare e di cantare. Non l'ho fatto, però, e il cuore, in petto, nutrito nella vera carità quasi mi scoppiava d'amore. E mentre me ne stavo, in letizia, tutta quanta in me ho pensato che, in fondo, anche nella prigionia di Grottaferrata il mio angolino di felicità me lo ero ritagliato. Dovete sapere, infatti, che la scuola che ci ospitava è proprio sotto alla bella Abbazia di San Nilo ed è tutta quanta immersa in un oliveto d'argento. Sicché quando le mie compagne di avventura uscivano per andare a mangiare recandosi nel centro della cittadina, io, tutto il contrario, mi avventuravo tra gli ulivi e piano piano, nel sole caldo,  tutto l'intorno diventava mio, nel verde acceso di alberi e cespugli, nel giallo arso delle erbacce al sole. E dai e dai, una mattina (che è quasi pomeriggio) mi ritrovo a varcare un cancello e oltre il cancello, ecco gli spalti del castello di San Nilo! Guardano diritto su una valle verde. Giro lo sguardo e, che meraviglia, sul muretto: more e capperi! Mentre ripetevo tra me le lezioni prossime venture, con due sacchetti ho fatto, diciamo così, la spesa quotidiana, baciata dal Signore.

sabato 8 luglio 2017

Sardegna mia piccola e nascosta...

Bennibag blu ceilo notturno, con ricami bianchi, in dolce riciclo: ricavata da un paio di shorts
Al mattino presto, nell'arancio acceso del sole che sorge lassù tra il verde cupo dell'aldia baciato dal cielo, io, sveglia con gli angeli, me ne sto seduta nel terrazzino riparato che io chiamo la casa delle bambole - ed è privilegio tutto nuovo per me -  e da lì, come spettatrice privilegiata nella vita vera bagnata dal fiume sacro, ritrovo la mia Sardegna bambina, quella che mi chiamava allora nei primi anni della mia piccola storia.
Già, la mia Sardegna non è punteggiata di ombrelloni colorati, profumata all'olio di cocco, rumorosa di racchettoni alla ricerca del bronzo del sole, no, no, la mia Sardegna è silente, ritrosa un poco anche selvatica e al mattino, quando timido sboccia il nuovo giorno, rinnova la sua eterna meraviglia. Questa mattina, ad esempio, sull'anello di rena che congiunge le due braccia della baia protese verso Tavolara, passeggiavano impettiti tre gabbiani che parevano far da sentinella alle ore danzanti a venire. Su e giù zampettanti sulla sabbia rinata dalla purificazione notturna, sembravano osservar, nell'acqua, un cormorano tutto dedito alla caccia, all'inseguimento dei pesci suoi d'argento. E quando la gallinella nera emergeva con la sua preda (che però non riuscivo a vedere) ecco la scaramuffa con i contendenti vestiti di bianco. Poi tornava la pace e quelli di nuovo su e giù nella livrea loro di piume e quella di nuovo a pescare, a siluro, sul pelo dell'acqua.
Lumeggiava, la mia Sardegna, anche nella mattina tarda bruciata dal sole, quando per comperare la pulpedda eccomi, con mio marito, in un certo centro agricolo che sta sulla strada di Padru. In una valletta verde, tra l'arso giallo dell'intorno,

sabato 17 giugno 2017

Amici miei

In tanti e tanti anni di professione, colleghi ne ho incontrati e conosciuti molti. Ho scritto per tanti e diversi giornali e tra una redazione e l’altra, un’amicizia, una simpatia restava sempre nel cuore. Di alcuni, ora che gli anni si sono scoloriti come in lontananza, ricordo appena il volto e forse, camminando per strada, neppure li riconoscerei più, di altri mi sovviene al pensarci un particolare bislacco, oppure solo la voce; di altri, ancora poco o nulla.

Ma di Andrea Montanari, che ora è direttore del Tg1 (e gli faccio i miei auguri grandi!), ricordo il sorriso, la simpatia, l’intelligenza negli occhi celesti e chiari. Lo conobbi quando, non so come, si inventò con un amico il mestiere – anche, s’intende – di editore. E fu a lui, e al suo socio, che proposi i racconti di Jeanne De Casalis e fu lui – e non il suo socio – che si impuntò per pubblicarli. Ricordo che la sera del suo sì, eravamo in quattro: sua moglie, un cane e lui. Jeanne, da me trovata a un mercatino di libri usati in Piazza San Silvestro, tornò viva e vera e grande scrittrice (com’è) e io, in lei, felice. Durò poco perché Andrea Montanari, non so il motivo, lasciò la casa editrice e l’altro Andrea, che la Jeanne l’amava poco o nulla, in qualche anno ritirò tutti i libri invenduti e li mandò al macero. Così, solo nella pancia di un certo armadio, i superstiti vestiti di carta attendono una migliore primavera e un altro Andrea…

giovedì 8 giugno 2017

Lezione al Campidoglio

Lisa con mini-bennibag
Qualcuno, penso Mario Monti, si è inventato da qualche anno a questa parte i corsi di formazione permanente per i professionisti e quindi anche per i giornalisti con la tessera dell’Ordine e, come per loro, per me pure. Demitto auricolas anche se, al passare cinque ore ad ascoltare (spesso) il nulla mi pare di avere una palla di ferro alla catena legata alla caviglia destra e le manette ai polsi. E dunque eccomi, ieri, di bel bello nella Sala della Protomoteca al Campidoglio dove si tiene un corso che vale tot punti e non chiedete di più perché, nel mio bloc notes, appare la stessa scritta che il povero Luigi XVI annotò il giorno della presa della Bastiglia…
Ero lì, in mezzo a tanti colleghi, o meglio ex visto che io non lavoro più se non per qualche amico che, in ghost writer, me lo domanda. E ridevo tra me al pensiero di che cosa avrebbe detto di tutto ciò il mio Giampiero, caporedattore della redazione romana del Gazzettino di Venezia, ai tempi miei. Lui che se la prendeva con i “cretini laureati” e che pensava che i giornalisti si formassero solo per strada, parlando con la gente e non certo contando i like su Facebook e i tweetter. Ah, Giampiero mio, pensavo e nel guardarmi attorno mi pareva che lui, ironico, pungente, dai teneri capelli bianchi, fosse più vivo di quelli che avevo intorno per davvero. Vabbè, ma intanto devo trovare una via di fuga, mi dico, perché a star qui tante ore a sentire questo e quello proprio non resisto. Detto fatto, eccomi a scender le scale sulla sinistra per recarmi alla toilette che è sempre un bel posto, secondo me, dove rifugiarsi con i propri pensieri clandestini. E mentre seguo la via, oh beata me, mi imbatto nei busti di marno di quanti hanno fatto, loro sì, grande questo piccolo Paese a forma di Stivale. C’è il mio amatissimo Domenichino! E Galileo, pensoso. C’è Masaccio, c’è Mantegna con un gran nasone; c’è anche Benedetto Marcello e c’è Paisiello. Toh, guarda,  Annibal Caro, il traduttore di Virgilio e giù, lì dove le scale terminano in gloria, un vecchio tappeto arrotolato ai piedi del gran muraglione che rimane del tempio di Giove Ottimo Massimo…
Riemergo in platea e sorrido ad altri busti vivi, laggiù, in fondo, sulla sinistra, riconosco Dante! Mi consolo così, tra gli spiriti magni, mentre sullo schermo compare, come fosse del Divin poeta, una frase pronunciata da un certo collega (di cui taccio il nome) che conosco per averci lavorato a lungo insieme… Sospiro, sorrido e via, il tempo è scaduto, la lezione finita e io sono di nuovo libera nel sole e nel vento di questo giugno di fuoco e fiamme.

mercoledì 7 giugno 2017

Vento di Sardegna

Gatto combattente a Cala Girgolu
Dalla Germania e da altri posti ancora, ecco, per motivi che sono, diciamo così, condominiali,  una pioggia a incrocio di mail in cui si chiedeva pulizia e decoro per la bella spiaggia di Cala Girgolu, anello d’oro della baia dove tante belle ville bianche e gialle, come altrettante gallinelle alla cova, si godono, tra le bouganville i plumbago, profumato di mirto e di corbezzolo, il venticello di ponente e il bel sole sardo acceso. Si chiedeva pulizia e decoro e ben vengano tutti  e due in questo mondo a gambe all’aria che pare rovesciato nei valori e nella quotidianità! Nel silenzio, va da sé, mi aggiungo al coro, ma senza scrivere punto ché la scrittura mia la conservo e la risparmio per dire due parole d’amore proprio per l’incanto perfetto di quei luoghi baciati dal divino dove io, per grazia e per la carezza della sorte, sono arrivata ancora bambina. E dove ancora adesso vivo, nel respiro del mistero.
Ricordo, ricordo come fosse appena ieri che al risveglio, infantile, in quella protostoria ancora tutta da scrivere del destino mio, nel bel pigiama bianco, ereditato dai fratelli, uscivo sulla veranda ad aspettare che il disco solare sbucasse in allegria dall’alto dell’aldia bianca che si ritagliava un posto sull’altro lato dell’anello. Ricordo, ricordo come fosse ieri che all’apparire del sole, tutto s’accendeva e anche il mio cuore. Ricordo, ricordo che gli occhi miei passavano dal cielo al mare che, toccato dai raggi, si colorava come d’argento e seguivo, con lo sguardo serio dell’infanzia, il vento che soffiava ora di qui e ora di lì per decidere la sorte della giornata. Se era ponente (o almeno così lo chiamavo io), il cielo spazzava via le nubi e impossibile era rimanere in spiaggia per la sferza della sabbia che colpiva gambe e anima e cuore. Se era levante, sfilacciate le nubi popolavano l’orizzonte e da mano manca, dalla terra arsa, potevano anche arrivare i cumuli e la pioggia. Ricordo, ricordo che bambina mi sentivo tutt’uno con quel cambio d’umore del giorno. E anche io vivevo nel vento, che mi chiama, le mie fole

venerdì 2 giugno 2017

Concerti casalinghi

Una modella davvero deliziosa per la bennibag con le margherite: vi presento la bella e dolcissima Cecilia!
Il mio caro, carissimo amico, Professor Zempft, musicologo e melomane, avrebbe tanto e tanto da scrivere essendo andato, negli ultimi tempi, molto e parecchio in giro per concerti romani, ma per ragioni tutte sue, che sono misteriose come la sua lingua tedesca, non mi manda neppure un rigo e io me ne rimango a bocca asciutta ad aspettare che al prossimo concerto sia ispirato, chissà, e mandi le sue eleganti righe che danno valore al mio piccolo angolino sul web.
Mi consolo ascoltando un bel disco che mi ha regalato e che mette in musica i gorgheggi e le cantate delle fanciulle veneziane del prete rosso, ovvero le orfanelle di Antonio Vivaldi. Che voci, che melodie di paradiso! E si capisce perché, ai tempi loro, erano famose come e di più delle rockstar di oggi che io neppure conosco né mi viene voglia di farlo. Eppure, eppure, più belli ancora dei concerti veneziani di Vivaldi io ho il privilegio di ascoltare due volte al dì, ossia alle quattro di mattina e poi verso le sei di sera quando il giorno stanco si prepara il giaciglio per andare, travestendosi d’ombre, a dormire, un concerto tutto quanto speciale e che gli uomini, per quanto si sforzino, non sapranno mai imitare per quanto si chiamino Mozart o Beethoven... E’ il concerto degli uccelletti, passeri e fringuelli, che abitano, pur invisibili, il cortile interno del palazzo dove vivo.
I trilli rispondono ai cinguettii, ora di qua si chiamano ora di là si rispondono, in allegri duetti e poi nel silenzio rotto appena da qualche nota magica: doremi, doremi, in scala maggiore e minore, in salite e rapide discse come di ruscelletti d'acqua. Zampilli e spirali di allegria in musica preziosa. Cantano il giorno, al risveglio, e alla sera, quando anche io conto i minuti per spegnere la luce. Cantano e a me sembra, ma so che è un’illusione, che ripetano il mio nome “Ester! Ester!”, chiamandomi nel mondo loro dove io vivo per privilegio di grazia divina. Cantano e io, nel mio cuore, canto con loro nella gioia sempre rinata del creato che in loro vive.


domenica 28 maggio 2017

Il custode del gregge

Qualche tempo fa, non so mica in quale occasione e poco mi interessa, il Papa (e lo dico chinando il capo nel rispetto che debbo al successore di Pietro) ha  detto che , e cito per non spararle grosse e per, abbassando la mia, dar voce al fiato suo che viene da Oltretevere, insomma ha detto che “anche dentro la Santissima Trinità stanno tutti litigando a porte chiuse, mentre fuori l’immagine è di unità”. Parole, le sue, che a me han fatto male, come una pugnalata, diciamo così, perché con i Santi non si scherza e figuriamoci poi con la Santissima Trinità che è il mistero più solenne e grande che ci portiamo nel cuore e nel quale io beatamente vivo.
Ma passi (il mondo neppure se n'è accorto) e vado avanti perché al Pontefice piace, a volte, mettersi il naso rosso dei clown e dire anche che Gesù, sulla croce, “si è fatto serpente e diavolo”. Altre parole come frecce che a me hanno fatto male come prendere il morbillo al mare, quando tutti sono in spiaggia e noi a letto con la febbre (avevo quindici anni quando mi è capitato…) e so di che cosa sto parlando. E mentre di male in peggio, mi leccavo le ferite dell’anima ferita da tanto straparlare, qualcosa, invece, mi sussurrava all’orecchio e mi diceva che tutto questo non era nuovo per me, che lo avevo già sentito, che era già stato detto, ma da chi, mi domandavo…
Poi, ecco, nel lume della non conoscenza, la memoria mia, fatta gazzella, salta di sasso in sasso per superare il ruscello degli anni passati ed eccomi a Lisbona, ragazza e sto preparando la mia tesi di laurea su Fernando Pessoa, china sui libri nella bella Biblioteca nazionale. Leggo tutto quello che posso e trovo di Fernando Pessoa per scendere a spirale nel suo abisso e ritornare a galla con gli strumenti per commentare un brano di poesia in prosa dal titolo "Nuvole", che è parte - due paginette appena - del Libro dell'Inquietudine. E che è l'uovo della mia laurea...
Sì, sì è questo il cammino di Pollicino che, a forza di miche, mi condurrà sul sentiero giusto. Sì, sì, Pessoa. O meglio uno dei suoi eteronimi, Sì, sì, Alberto Caeiro, il “custode del gregge”. E’ lui, è proprio lui che, nella sua poesia bucolica "O Menino Jesus", parla del bambino Gesù che stanco della colomba "stupida" (lo Spirito Santo) e del suo altro padre "falegname", decise di scendere sulla terra e racconta al poeta (che lo sogna) tutta una serie di spiritosaggini sulle perone Sante… Ricordo che anche allora rimasi di sale. Ma Pessoa, o Caeiro, mi dicevo, era un poeta, un ateo, anzi una persona di un’altra religione. E di certo non era Papa.


lunedì 22 maggio 2017

Pollo arrosto

Sotto un sole che sembrava elevato alla terza, spedita in abbrivio sulla Prenestina, eccomi lanciata con la mia Cinquecento verso la Esselunga che, da quando è aperta, è protagonista assoluta delle mie spese. Altrove non vado e devo dar ragione ai milanesi che la considerano unica e sola. Tali e quali a me. Insomma sono lì, nel traffico matto di questa Roma infuocata di maggio e vado e torno, piena di bennibags ricolme di questo e quello, e giunta all’altezza di via Panisperna, in odore quotidiano di casa, ecco il solito spettacolo del degrado al quadrato che tutto trascolora; immondizia indifferenziata che erutta dai bidoni della differenziata e persone di tutti i colori che frugano con i bastoni in quel mare per pescare i pesci loro e poi, ecco, i venditori di acqua fresca, tutti piccoli, colorati, tutti illegali a vendere acqua presa - e chi lo sa - dalle fontane e che parlano a stento l’italiano.
Benvenuti a Roma, la città dei Cesari e mentre, dolente, proseguo il mio cammino, ecco sbucar dal nulla due carabinieri, un lui e una lei, tutti e due giovani e carini e anche sorridenti. Oh no, mi fermano. Mi fermo e comincio a rovistare tra le carte per trovare i documenti richiesti che trovo ora uno ora l’altro, sotto gli occhi severi del ragazzo che mi spiega (a me che ho il triplo dei suoi anni) come si vive a Roma… La signorina che ha l’accento siciliano mi domanda se ho fretta. Gentile, ma che carina, voi che cosa avreste risposto? No, no per carità, rispondo come il sarto di Manzoni, si figuri, mentre penso alla mia spesa che si squaglia al sole e penso che hanno occhi solo per me e per la mia macchinetta mentre, intorno, Roma ha la febbre alta, sanguina, tossisce, langue e si lamenta. Invano. Vabbè, dai, a pranzo c’è il pollo arrosto!

giovedì 18 maggio 2017

La zuppa della sera

bennibag in forma di rosa
Quando cure e preoccupazioni mi svegliano la notte e, accesa nel mio occhio aperto, guardo al mare delle cose per come si sono svolte e le pieghe dei dettagli in cui si annidano gli errori, io so,  perché lo so, che fuggire è piccola cosa inutile e insignificante. Essa, la croce, ci raggiunge a modo suo nelle curve a zig zag della vita che si rincorre nel novero dei giorni. Lo so  - perché è questo il sugo del nostro santo credo – e così senza scappare io mi carico di tutto quanto, al pari di qualcuno che amo su ogni cosa, e, curva sotto il peso, come schiacciata mi avvio per il mio cammino, incurante dell’attorno, delle chiacchiere del mondo e di tutto quel che mi circonda. Andar per la mia strada, nelle tre virtù teologali, è, per me, lume e grazia. Così, in questi giorni di travaglio, mi ritrovo ardente di felicità, come fatta anche io parte del creato.
Pensavo a questo e ad altro così quando, qualche giorno fa, ho incontrato per la via una certa signora che, ad ogni nostro abboccamento casuale, tra i baci e gli abbracci, non fa che elencare le sue grane e disperarsi, pesando sulla mia spalla. Essa cerca, pesando su di me, di sgravarsi dei chili tanti delle pene, ma non sa, meschina, che a nulla vale, che non siamo affatto unite come affluenti di fiumi.  Ognuno di noi ha un panierino dove conta le piccole e grandi croci sue e portandole, solo portandole, esse diventano peso leggero. Chi scappa, invece, non fa che ritardare l’incontro. Che comunque ci sarà. Ed ecco perché ho sorriso quando la mia amica, stanca di lamentarsi con me, ha adocchiato un’altra conoscente e via, spedita, a tentar di rovesciare addosso a lei il suo cestinello. Le ho viste che andavano via allacciate e ognuna, lo giuro, aveva sulle spalle una gerla (io l’ho vista!), di quelle che portavano le nonne nostre quando, al ritorno dai campi, tiravano su qualche erbetta per cucinare la zuppa della sera…

giovedì 4 maggio 2017

Giù, dabbasso

A volte, per amore solamente, torno giornalista professionista e seduta al computer dello studiolo, scrivo, su commissione per un sito che parla di animali e ambiente, il mio bel pezzetto liscio liscio, come ai tempi del Gazzettino; un articolo, diciamo così,  pulito, senza i condimenti miei (che poco sono graditi dalla professione), una cosina rotonda, piatta, piatterella, con in testa la notizia e il corpo tutto quanto disegnato nel rispetto sacro della regola delle cinque doppie vu (5W) che in me è come scritta nel sandgue e nel Dna. dopo ventitrè anni di lavoro. Scrivo, di consueto, pezzi che parlano di cani randagi, di scimmie rare trovate nel Borneo, di elefanti uccisi dai bracconieri nel parco del Serengheti e altri argomenti così, presi a caso, nell’immensità del creato che tutti ci abbraccia.

Scrivo, certo, tutta concentrata, come sono sempre anche, mettiamo, per far nevicare un pizzico di sale nell’impasto della torta al cioccolato; scrivo, dunque, di questo e di quello e, come d’incanto, eccomi in Africa ad inseguir leoni o a misurar l'inquinamento del Mar Nero… Sono lì, ma anche altrove. Perché quando me ne sto seduta al computer, in faccia alla finestra grande, che inquadra, lassù, un angolino tutto mio, libero dai palazzi intorno, uno scampoletto di cielo  azzurro, fresco di  bucato, un quadratino di quiete e sogno, che sembra, nello splendore suo (che è anche il mio), un lembo svolazzante del manto della Madonna: io, insomma, in quell’immenso piccolino, mi perdo tutta quanta e sento, vivo, lo strazio per le tante misere parole (le mie) che sono nulla a petto di  così tanta luce. Mi perdo, sì, mi perdo e chiudo gli occhi, le dita si riposano sui tasti come addormentate e me ne vado via, per mano a Elisabetta mia, su su nei cieli alti miei (che sono, volendo, di tutti). Ma una voce mi richiama e giù dabbasso, nel mondo dove vivo, una voce che amo: “Mettici anche la storia del coccodrillo che si è mangiato il cacciatore…”. Giù, dabbasso.

giovedì 20 aprile 2017

Buon compleanno dolce Roma mia!


Di rado oramai me ne vado a passeggio per la mia bella Roma ferita dal mondo all’incontrario. Di rado, dico e scrivo, perché mi ferisce vederla ridotta com’è e oggi che è il suo bel Natale glorioso (21 aprile 753), invece di andarmene, che ne so, fino a Santa Maria Maggiore (cosa che invece farò per motivi che terrò legati al cuore) a salutarla in bacio di dama, chiudo gli occhi, li strizzo per benino per cancellare tutto quanto, sano, il presente tristo, e la immagino bella com’era nella mia protostoria antica, quando, bambina, per andare all’Istituto Mater Dei, che era sentinella su Piazza di Spagna, attraversavo, a capo del Pantheon (capolinea dell’autobus, allora, numero 94) il centro addormentato. C’era, nell’aria profumata, il presentimento della giornata futura, che a me regalava l’incanto del mistero rinnovato, camminavo come tasognata in quel frizzantino pulito che mi accarezzava guance e cuore. Camminavo lungo la silenziosa e ombrosa Via del Seminario, una serpe divina nel cielo chiuso lassù, e poi esplodevo a Piazza Sant’Ignazio, in quel palcoscenico settecentesco che è un inno alla bellezza pura, per come ce l’ha regalatail Signore e noi a specchio per lui. Via del Corso mi rapiva, nel suo splendore vivo e poi giù, verso Piazza del Popolo, per risalire lungo la Via dei Condotti, che, nobile come sembra ed è, non è altro che una striscia di strada costruita sulle tubature che portano l’acqua vergine alla Fontana di Trevi. Via dei Condotti, appunto… Perché le strade romane avevano nomi di significanza non come quelle venute poi con i piemontesi che portavano (e portano) nomi e cognomi dei loro eroi del Risorgimento e dell’unificazione…
Quando, in lontananza, vedevo roseggiare le azalee spettinate che facevano da soldatini, nei loro bei vasi, lungo la scalinata che conduce alla Trinità (dei Monti), sapevo che il mio pellegrinare era finito e che presto, in divisa stirata e cuore allegro, avrei recitato il rosario in cappella, fatto l’ìnchinetto alla Madonnella ai piedi delle scale di marmo e poi su, in corsa allegra e in spirale matta, per un nuovo giorno… Buon compleanno dolce Roma!
Aspettando la domenica in albis, prima bennibag post-pasquale...

giovedì 13 aprile 2017

Buona Pasqua!

Splendeva di oro e profumava d’incenso, ieri sera, la magnifica basilica pontificale di Santa Maria Maggiore dove, alle sei di sera ( fino alle otto), si è celebrata, nel respiro di quiete del canto gregoriano, nel din, don dan della campane di Agnone, la Messa in coena Domini, la messa cioè che ricorda l’ultima cena del Signore, la messa dell’istituzione dell’eucarestia e della lavanda dei piedi. Tra i tanti, in seconda fila, c’ero anch’io, persa nella solennità, immersa nella vita vera, santa (nel senso vero della parola, cioè separata) dal mondo che, fuori dalle porte basilicali, celebrava invece i suoi consueti riti quotidiani. C’ero anche io, certo, ma c’era anche una certa signora un poco colorata in viso che portava ritto sul capo un cappelletto di pile color arancio e tutto frange che somigliava, nell’arcano che a volte gioca i suoi tiri, alla cresta di un gallo. E questa signora qui, in prima fila, ogni tre per due, faceva udire i suoi chicchirichì. Io non so che cosa avesse da dire o da protestare, poverina (e la compiango), ma le sue intemperanze, questo posso ben dirlo, erano come  parlare di calcio di fronte a un tramonto sul mare, quando i colori del cielo sono sfumature dell’anima e il silenzio è sovrano. E sia, ha continuato la signora fin durante la processione, rovinando il Tantum ergo e quasi quasi finiva per rimediarsi un pugno da un signore che, al contrario di me, la pazienza non l’aveva messa in tasca e nel cuore…
Per augurarvi buona Pasqua, manderò un coro di passeretti canterini alle vostre finestre, nella magia del mattino presto quando l’incanto del giorno è ancora raccolto nell’uovo, l’uovo della Santa Pasqua: auguri!


sabato 8 aprile 2017

Ricreazioni all'Istituto Mater Dei

Sarà che questo sole lucido, radioso, sfolgorante mi brucia il cuore d’amore per il creato, sarà che è aprile, il mese della resurrezione, sarà per tutte queste ragioni legate in un fascio e così sia ma oggi, nel mattino dorato in cui  palpita il divino, mi sono tornate in mente le ricreazioni all’Istituto Mater Dei.
Per la ricreazione, quando suonava la campanella alle dieci e tante precise, noi tutte (del ginnasio e del liceo) alunne dell’Istituto Mater Dei esplodevamo al sole  sul terrazzo che giace ancora adesso, bianco e come svenuto, sotto gli occhi attenti delle torri gemelle della Trinità dei Monti. Era un pascolare in bianco e blu, a gruppetti, a due a due, in solitaria e c’era chi mangiava la pizza rossa (come una certa Marina) e c’era chi sbocconcellava un  biscotto e chi, niente di niente, come me perché per noi Ponti la merenda non era nel calcolo delle vivande quotidiane. Io me ne stavo con una certa ragazzona dai grandi occhi celesti e dallo sguardo neutro, a leggere con lei i lirici greci tradotti da Quasimodo oppure con la mia preferita, la R., che era la più carina della classe e tanto piena di ragazzi che all’uscita, al portone di San Sebastianello, a prenderla c’era una coda di macchine e tutte lucide e con il telefono dentro (che allora era un portento…).

Musica nelle mie orecchie i versi di Quasimodo e musica il cicaleccio allegro della R. che ancora adesso ricordo con affetto e so pure chi ha sposato e come, adesso, vive sola in una certa bella casa a un tiro di sasso da Piazza Navona. Musica, certo ma il cuore, il cuore sobbalzava, quando Marina (ma non accadeva sempre), mi offriva, generosa, un morso della sua pizza rossa, d’olio e d’amore, comperata in un negozietto (che non c’è più) in Via della Croce…

martedì 4 aprile 2017

L'anima di Roma (e di Maura)

Me ne tornavo, a passi svelti lungo Via Nazionale, per ritrovare il sentiero di casa quando vedo, da lontano, nei pressi della libreria Mel una certa persona che conoscevo da ragazza e che, nel sorriso simpatico, non è da allora affatto cambiata. La saluto festosa, sapendo che proprio lui, qualche tempo fa, ha pubblicato, per i suoi tipi del Colosseo, un libro di cui ho letto una domenica sul Corriere della Sera che mi premerebbe avere e che non sono mai riuscita a trovare in libreria. Il volume in questione si intitola “L’anima di Roma”, con sottotitolo “Guida per i cercatori di Dio nella Città Eterna” e l’autrice è Maura Menaglia che il Signore, credo, lo ha vicino e caro.
Saluti e tanti e mi dice (il mio conoscente che è anche editore) che proprio alla Mel, il libro c’è e si può acquistare. Evviva! Sicché pochi giorni dopo, cioè ieri, nel pomeriggio fresco,  l’ho comperato e iniziato alla sera, quando le cure del giorno rimboccano le coperte e fan pregustare il dolce oblio del sonno e poi  letto in una mattina, snello com’è, ma tanto ricco di sugo sacro. C’è la nevicata del 5 agosto in Santa Maria Maggiore (quei petali, tanti, che scendono dal soffitto mentre l’oro si accende nella messa in latino…), c’è la rosa benedetta di Santa Rita che ogni 22 maggio viene distribuita ai fedeli in varie chiese di Roma (come ad esempio Sant’Agostino). E c’è molto, molto altro ancora che io non voglio anticipare.

  Infatti poiché racconta, con date, numeri di telefono e indirizzi, le tante, tantissime meraviglie che noi pellegrini dell’anima possiamo trovare proprio qui, accanto, tra le strade Romane, vi invito più che a leggerne qui da me, a comprane una copia, per camminare con Maura (e anche con me) lungo le vie del Signore…

martedì 21 marzo 2017

Fiori di campo

Benniposh vestita di primavera
In questo cielo quasi troppo azzurro baciato dal sole d’oro, vedo, con gli occhi del mio fuoco d’amore acceso, danzare nelle sue  tenere scarpette rosa la primavera gentile che spargendo pratoline e nontiscordardime sui nostri prati stanchi di inverno, riaccende in petto la speranza riscaldaondole le gelide manine… 
E io, io, mi pare di tornar bambina nel grande giardino fiorito e profumato ricamato tutt’intorno alla villa Bianca dell’Aventino dove sono nata e diventata donna, nel profumo selvaggio di erba tagliata (che ho sentito, per grazia ricevuta, proprio ieri sul Viale di Marco Polo).
Camminavo, coraggiosa, nell’erba alta, seguita dai cani di casa, incurante della pericolosissima banda delle cicatrici che si acquattava nel verde, dietro la casetta di Marino, sotto il ricamo bianco del bastiono del Sangallo. Non avevo paura, no, come ne ho avuta sempre poca tutta la vita; non avevo paura perché, in cuore, avevo soltanto la voglia, riscaldata dalla rinata primavera, di raccogliere un mazzetto di fiori (margherite e stellarie e garofanini selvatici) da mettere in un barattolo e poi posare sulla scrivania mia, un mazzetto di primavera. Colorato, poi, se ne stava lì a farmi compagnia, senza profumo, in silenzio discreto, riempiendomi l’anima di fiori. Io, felice. E ora che tanti anni sono passati e tanti altri fiori, anche più nobili, ho ricevuto (rose rosse e rosa e margherite gialle, violette da Lorenzo e da Gianni tante orchidee e altri e altri ancora…) è pensando a quegli umili fiori lì, bambini, campagnoli, fiori di campo che si squaderna il cuore mio in  tenera poesia… Buona primavera!  

domenica 19 marzo 2017

I maestri cantori del prof. Zempf

Riceviamo e volentieri pubblichiamo le ultime stravaganze del professor Zempf, l’ineffabile melomane completamente miope, già nostro compagno di avventure alla Scala: questa volta, nel tempio della lirica, è alle prese con I Maestri cantori di Norimberga. Il professor Zempf insegna alla Regia Università del Settimo Cielo, lì dove abitano ancora le persone serie (come lui) e non, come qui, i "docenti", diciamo così, al burro d'arachidi... Buona lettura, sulle ali della primavera che già picchia alla porta e che, un tempo, e ora non più festeggiava il Santo di Norcia con il delizioso detto: "San Benedetto, le rondini sotto il tetto". Buona primavera!

Né poesia bretone, né mito nibelungico: per l’ambientazione appassionatamente storica, i Maestri cantori di Norimberga sono un caso unico nella produzione wagneriana. Il compositore si documentò bene leggendo la secentesca cronaca del Wagenseil e la storia della poesia popolare tedesca del Gervinus. Ma tanto i personaggi realmente esistiti (Hans Sachs, Sixt Beckmesser, i maestri della corporazione) quanto la storia d’amore tra Eva Pogner e Walther von Stolzing, il  cavaliere che cerca fortuna in città, sono solo un pretesto, utile a Wagner per affrontare gli argomenti che gli stanno a cuore davvero: l’arte, l’artista il rapporto dell’artista con il pubblico.
Concepita nel 1845 come un pendant comico al Tannhäuser (con i cantori borghesi in luogo deiMinnesänger cortigiani), l’opera che va in scena al Kōnigliches Hof- und Nationaltheater di Monaco il 21 giugno 1868, presente il re-mecenate Ludwig, è soprattutto un colossale monumento dell’autore a se stesso e alla sua estetica.
Non è arte, neanche lontanamente, quella dello scrivano comunale Beckmesser, il Censore della corporazione dei “Cantori”. Sul pedante e presuntuoso custode delle regole l’autore rovescia tutto il repertorio di giudizi (e pregiudizi) che lo spirito creativo di solito riserva al pensiero riflettente: in primis l’accusa di impotenza, di aridità, di invidia per il talento naturale e perfino per la giovinezza. Del resto, la tentazione è troppo forte, il pedante da ridicolizzare è a portata di mano.  Nella seconda stesura Wagner non esita a battezzare il Censore con il nome di Veit Hanslich, per poi tornare sui suoi passi. Troppo scoperto è il riferimento al più celebre critico musicale dell’epoca, Eduard Hanslick (1825-1904), ostile al titanismo e alle innovazioni wagneriane e, peggio ancora,  estimatore di Brahms.
Non è arte neanche quella del “giovane signore” von Stolzing (in tedesco “Stolz” vuol dire “orgoglio”). Senza le regole, la sua sarebbe solo spontanea espressione del sentimento. Invece, sotto la guida di un vero maestro, di un uomo maturo nella vita e nell’arte come il poeta-calzolaio Sachs, il “sogno mattutino” di Walther - un sogno che potremmo sognare tutti, anche senza essere artisti – diventa poesia e musica, diventa il Preislied che gli conquista la mano di Eva: “Finché c’è tempo – consiglia Sachs – imparate le regole dei maestri/ che vi guidino fedeli/ e vi aiutino a conservare/ ciò che negli anni della giovinezza/ con dolce impulso/primavera ed amore/ a voi, inconsapevole, hanno infuso nel cuore/affinché voi sappiate mantenerlo vivo”.
In Sachs, per usare la felice espressione di Dahlhaus, Wagner ci presenta “il suo autoritratto come classico”. Si raffigura, appunto, maturo nella vita (saggiamente rinuncia ad Eva) e nell’arte (sintesi di tradizione e innovazione, di tecnica e sentimento), depositario della forza creatrice di tutto un popolo, e dal popolo costantemente applaudito e quasi venerato.  Il  poeta-calzolaio è un Wagner ideale (quello reale aveva i suoi peccati) che “rimette a posto le cose”: intrappola Beckmesser e lo fa canzonare, ma, nel celebre sermone finale,  rimprovera anche l’ “allievo” Walther e gli ricorda che deve la sua felicità ai maestri e alle loro regole. “Riflettete con gratitudine: come può essere indegna – dice il ciabattino - l’arte che custodisce nel suo scrigno tali  premi?”.
Gli ultimi versi, dove Sachs accenna alle “maligne insidie che ci minacciano”, sono i più discussi e contestati dell’opera. Ma dietro e oltre lo scoperto proclama politico contro “la falsa maestà latina” di Napoleone III, che la nuova Germania di Bismarck si appresta a liquidare sul campo di battaglia, spunta la nostalgia per il “piccolo mondo antico” della “fervida” Norimberga, nel cuore della vecchia Germania: semplice, onesta, profonda.  Per colmo di ironia, proprio l’idea nazionale, cui l’autore tanto aveva sacrificato nella vita, avrebbe poi eclissato, estremizzandosi, le virtù di quelle anime borghesi. Il “fumo e l’orpello latino” – lo si è presto capito – non erano un problema. Dove batte dunque, per noi, oggi, l’accento finale? Non sull’ “arte tedesca” come la pensava Wagner nel 1868, ma sull’arte senza aggettivi, sul capolavoro aere perennius, che sopravvive agli errori e al declino, anche dei popoli e delle civiltà.
Sia pure con una produzione dell’ Opernhaus di Zurigo, i Maestri cantori tornano alla Scala dopo 27 anni. E tanto basta per dar conto dell’eccezionalità dell’evento. Michael Volle è un Sachs impeccabile e instancabile, Markus Werba un Beckmesser comme il faut, petulante e ridicolo: entrambi applauditissimi. All’altezza gli interpreti di Pogner (Albert Dohmen), Eva (Jacquelyn Wagner), Magdalene (Anna Lapkovskaja), David (Peter Sonn). Fa quel che può Erin Caves, chiamato a sostituire il titolare Michael Schade: il suo Walther fatica a sovrastare l’orchestra, come si chiede all’Heldentenor wagneriano. Ma in giro, a dire il vero, non se ne vedono molti capaci di tanto. Bravo, bravissimo il direttore Daniele Gatti, beniamino del pubblico milanese. Impressiona il rilievo che è riuscito a dare ad alcune pagine di sommo virtuosismo contrappuntistico come la “zuffa” del secondo atto. Sobria e perciò lodevole la regia di Harry Kupfer e Derek Gimpel, efficace la scenografia di Hans Schavernoch. Più che alla guerra, a sua cattedrale in rovina fa pensare ai tempi bui che stiamo vivendo.

Seconda rappresentazione, 19 marzo 2017.

giovedì 16 marzo 2017

Nella letizia di Pippo

Il 16 marzo di ogni anno che il buon Dio manda su questa terra piena di perché, le porte di Palazzo Massimo alle Colonne che si affaccia, maestoso e un poco tetro, sulle ampiezze piemontesi del Corso Vittorio Emanuele, apre le sue porte  per consentire ai Romani (ma anche a chiunque lo desideri) di visitare la cappella barocca del miracolo di San Filippo Neri, dove cioè il gran Santo tanto amato dai Romani e anche da Sant’Ignazio di Loyola (che lo venerava, pur così diverso che da lui era…) risvegliò dai morti il figlio del principe Massimo, Paolo, per consentirgli, diciamo così, di morire nei Sacramenti e di salutare il suo “Pippo” (che gli era buon amico paterno…).

Così ecco che, per ricordare quel giorno sacro e santo, del 1583, che è poi oggi in ricorrenza, sotto al portone del Palazzo principesco (la famiglia è una delle più antiche di Roma essendo suo antenato persino Quinto Fabio Massimo), si riunisce una folla di curiosi, turisti e fedeli che piano, piano riempiono il cortile (magnifico) e salgono, lenti, lungo le scale scricchiolanti d’ombra e mistero  per raggiungere, attraversando due studioli un poco bui, la bella cappella barocca che era, poi, la stanza dove se ne stava il piccolo Paolo, il principino nel lontano, appunto, 16 marzo 1583. C’era, anche quest’anno,  molta gente e c’ero anche io, salutata all'ingresso da un valletto in livrea e altri ce n’erano anche al piano di sopra dove, in un salotto nascosto, entravano solo gli ospiti scelti e sceltissimi (alcuni cardinali). Per me, solo la gioia di essere lì dove Pippo il buono, che, pur fiorentino, si chiamava però Romolo, era di casa e mi pareva, nella mia gioia rotonda e in preghiera che mi sedesse addirittura accanto, versandomi la sua letizia nel cuore che vorrei mandare, exprés, a voi tutti in tante bustine colorate..

lunedì 13 marzo 2017

La mia Australia giovnietta


A diciassette anni compiuti da pochi spiccioli di mesi, fui messa su un aereo dell’Air India che tremolava tutto sfidando nuvole e cielo, in ventotto ore e tre scali, mi ritrovai dall’altro capo del mondo e tra le braccia della mia Jane. Di quel lungo volo in solitaria adolescenza ricordo il sole che sorgeva e tramontava senza sosta, come se stesse facendo per me gli straordinari, regalandomi squarci di immensità dorata e cieli sfolgoranti di arancio; ricordo l’atterraggio a Bombay dove, alla ripartenza, ci salutavano, seduti sul tetto dell’aeroporto tanti omini vestiti di bianco, con i turbanti freschi di bucato scintillanti all’aria in bacio di sole. E ricordo l’aeroporto di  Singapore dove arrivammo a notte fonda, che mi parve, nella sua pulizia e nell’ordine, come ritagliato da un album da colorare…

A Sydney c’era Jane e tutto un mondo nuovo che ebbi modo di amare e di conoscere per i tre mesi in cui il mio orizzonte di casa si trasformò nelle acque di Rose Bay. La famiglia di Jane era fatta di mille rivoli e cuginanze infinite che io, in pochi giorni, conobbi e amai. Si andava a Bulkara Road da H. oppure dai M… che avevano un gatto vecchio di nome Pugliese (ma loro lo leggevano PuGliese). Il padre loro, tutto di barba e miele, con l’aria di un sacro vate, se ne stava da un canto a osservarci, noi gioventù, che si passava ore al pianoforte o a imparare due paroline di cinese. E solo adesso che è mancato (e l’ho saputo questa mattina) ho scoperto che lui, da bravo pediatra quando era giovanotto e ancora  a Londra, era stato invitato, un giorno, a casa del gran luminare Winnicot, e, nell’ascoltarlo aveva preso, solenne, appunti, come usa fare un buon discepolo dal maestro. Oh bella, ma subito dopo, uscito di lì, a chi gli domandava lumi aveva risposto: “Io? Non ho capito una parola!” E aveva continuato a fare il pediatra, vivaddio, a modo suo. E bene! 

giovedì 9 marzo 2017

Di Berthe e di Domenico e della Raitv


Con le magie moderne si può, e facilmente, vedere della RaiTv molti programmi vecchi e stravecchi o anche abbastanza recenti e anche quelli di ieri. Si può (ma io non lo faccio) rivedere il litigio tra Alba Parietti e Selvaggia Lucarelli e anche l’ultima puntata di quelle trasmissioni – e sono tante –che io non vedo i n diretta e figuriamoci se lo faccio, dopo, grazie a Raiplay. Però due programmi sì, me li sono rivisti, alla sera, quando terminate le cure e le faccende quotidiane, distendo le gambe, seduta sul divano mentre in cucina bolle l’acqua per la pastasciutta di casa. Il primo programma, in onda su Rai5, era chiamato “Quattro secoli di arte al femminile” ed è stato davvero bello riscoprire Sofonisba Anguissola (molto considerata persino da Michelangelo) e Artemisia Gentileschi e poi tante pittrici francesi, d’epoca più recente, tra le quali Berthe Morisot, una straordinaria pittrice impressionista che, secondo le studiose del programma è morta senza riconoscimenti e senza l’aureola di pittrice. Come come? Apro le orecchie e ridacchio tra di me.  Ma va là! Ma se persino io, che non sono certo storica dell’arte, la conoscevo per essere stata modella preferita di Eduard Manet, avendone ella sposato il fratello… La Berthe era tutt’altro che sconosciuta, faceva mostre persino negli Stati Uniti e frequentava tutto il bel mondo di pittori di quella Francia d’allora. E olè!
Il secondo programma che mi sono vista è stato Strinarte nella puntata dedicata al capolavoro di Domenico Fetti “La moltiplicazione dei pani e dei pesci”. Nota l’ottimo professor Strinati che nel quadro, grande e davvero magnifico, che il pittore (morto giovanissimo) aveva dipinto per i Gonzaga  di Mantova non si vede traccia né di pani né di pesci e non se ne capacita. Ma, caro professore ( e lo bisbiglio nella massima umiltà a petto di un grande, davvero, storico dell'arte) , il pane e i pesci – come sapevano tutti i pittori d’allora e anche i comuni mortali - sono la parola del Signore (e infatti Gesù è ritratto mentre parla e ammaestra il popolo che accorre numeroso) che nutre il cuore e l’anima degli uomini più di ogni nutrimento terrestre. Si legge nella buona novella: “Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca del Signore”. Per me, un amen. E anche, si vede, per Domenico Fetti. 

sabato 4 marzo 2017

Come ritornare a scuola

Qualche giorno fa, fresca nel mio andare veloce, raggiungo a passi svelti l’Università Pontificia tal dei tali, dove – a causa dei crediti formativi per i giornalisti, che, per me, sono soltanto un’agonia di ore perdute – mi tocca un corso di formazione sull’informazione religiosa, tenuto da professori del detto ateneo. E sia, tra un corso sul femminicidio e uno sull’informazione religiosa, io scelgo il secondo senza meno. Detto fatto, eccomi seduta nell’aula tal dei tali, a fianco di un’amica cara, incontrata per caso (evviva!). Comincia un professore messicano…, un giovanotto che sfodera, soddisfatto, i suoi power point alla maniera – ohi lui - del nostro ex premier Renzi. Comincia, in latinorum, a parlare di “framing e refraiming” (ma non si capisce un’acca di quel che vuole dire, poverino, nonostante la tanta buona volontà che mi pare  a stelle e strisce e non certo Tricolore) e  la mia amica mi guarda, desolata e mi confessa che, come me, di questi concetti “liturgici” non ha inteso un bel nulla. Il mio consiglio a lui, rileggere il passo del Vangelo in cui Gesù invita il nostro parlare ad essere semplice, sì sì, no, no. E punto e a capo.
 Il professore messicano si salva in corner, illustrandoci il magistero del Papa, distinguendo tra Bolle e Motu proprio. E meno male! Oh, tiriamo il fiato per una decina di minuti per l’intervallo ed ecco arrivare il secondo professore che è italiano e belloccio e sacerdote: un sacerdote in blue jeans. Davvero difficile dire di che cosa abbia parlato, passando per Crono e Urano fino a Gilgamesh e poi di Radio Radio dove tiene una rubrica grazie, diciamo così, a Santa Rita. Vabbè, sorrido e durante il coffee break (ma che buoni i cornettini farciti!) mi godo dalla finestra la bellezza del chiostro immacolato…

Riprendiamo, via, con tre vecchie volpi di vaticanisti e finalmente si prendono appunti. Si parla di Francesco e di come sia criticato non solo perché Papa “riformista” (e chiamiamolo così pro bono pacis!), ma anche per le sue risposte “stizzose” (sic) a chi si sogna di fargli il contropelo. Dulcis in fundo, un professore giovanetto che insegna a noi (vecchie carampane) come si scrive un pezzo e come sia necessario, per imparare, far da “garzone” a un maestro. Ovvia, ma questa è l’acqua calda! E mica sa, per caso, che per noi il “praticantato” è proprio viatico alla professione? Vabbè, per carità di patria lo applaudiamo. E in fondo lo ringraziamo pure, almeno io e la mia amica, perché ci ha fatto ridere tanto, riconducendoci per mano ai tempi della scuola…

mercoledì 22 febbraio 2017

Racconti monticiani

Gonna bennibags e co. In allegria di primavera e fiori futuri
Se c’era una cosa che a Lisetta, otto anni in fiore e pizzo di sangallo, proprio non andava giù era fare, al pomeriggio presto quando il sole chiamava ancora alla corsa per i campi tra ranocchi e fiori, le lezioni di matematica con la Marcolin. Non c’era scampo e verso: doveva chiudere finestra e cuore al richiamo dorato e profumato della primavera e mettersi, a capo chino, a far le equivalenze e le divisioni e i problemi di geometria con quel corazziere in gonnella che non le piaceva né virgola né punto. Nulla, nella persona grossa della Marcolin, le accendeva un qualche interesse. Nulla, proprio. Gli occhi erano di un colore verde smorto, gli zigomi immersi nella troppa carne neppure si vedevano, il naso era come schiacciato sul colmo e ai due lati, le narici, parevano due scivoli scoscesi. I capelli erano grigi e raccolti alla meglio sulla nuca. Gioielli nulla. Neppure una crocetta al collo. Avesse avuto almeno in capo un cappellino alla moda, che ne so con una grande ala nera di corvo a far da visiera sul davanti, oppure una linea a turbante che ricordasse l’oriente, un’odalisca, che ne so, ma no, la Marcolin aveva una paglietta di Firenze e sopra frutta e fiori, neanche fosse al banco del mercato dove si andava al giovedì al braccio della Eva per comperare arance d’inverno e pesche dolci d’estate. Per non dir niente, poi, delle scarpe che erano sempre come usate da un soldato nella Grande Guerra, lassù sul Carso, e provate da vento e fango e pioggia e niente affatto deliziose come gli stivaletti di vacchetta alla moda che Lisetta e Maria calzavano  nei piedini eleganti loro…

Ho cominciato questo racconto, come ai vecchi tempi quando sognavo di fare la scrittrice. L’ho cominciato, dicevo, e lo finisco qui perché la penna si fa arida e il cuore in singhiozzo quando cammino (come ho fatto stamattina) per le strade di Roma, sudice e piene di pollaietti indecorosi. No, non scrivo più, mi dico, e molto meglio sarebber andare con la ramazza a raccogliere cartacce bottiglie di birra vuote davanti al Colosseo… e mi consolo ricordando l’incontro, sempre stamattina con un vecchio monticiano, uno di quei romani veri come non ne fanno più, che all’incontrarmi carica di sacchetti della spesa, mi guard e fa: “Ce devo proprio venì a magnà a casa tua…”. Una risata assieme, cuore a cuore, e via ognun o per la strada sua. 

giovedì 9 febbraio 2017

Gatti di Roma

Ma dove sono andati a finire i gatti di Roma, mi chiedo, mentre non ne vedo più uno in giro e ne vedevo, assai, bambina e “regazzina” (che a Roma, la “i” diventava “e” allora, ai tempi miei…). Sì dove caspita sono andati a finire i gatti di Roma che dormivano tra i monumenti, per poi andarsene raminghi, scorrazzando tra i ciuffi d’erba verde, ignari di calpestare, tra un capitello e un marmo, le vestigia dell’impero. Per trovarne uno, ma di marmo appunto, mi tocca scarpinare giù fino  a via della Gatta, dove un gattolino c’è, arrampicato sul cornicione di palazzo Grazioli, a un tiro di sasso da piazza Venezia e bisogna tenere gli occhi in su e il collo storto per vederlo.. Un gattolino, sì, un gattolino c’è ma è così stento e bianco, lassù, che non sembra più il gatto sacro egizio dei tempi belli suoi e poi mica fa miao miao e neppure le fusa…
No, i gatti di Roma non ci sono proprio più. E pensare che anni orsono (ma pochi, eh!) uno dei libri di Madeleine era dedicato proprio a loro, ai mici della Capitale e si intitolava proprio "Madeleine and the cats of Rome". E’ triste non vederne sgusciare uno tra i vicoli, con quell’andar felino e sospettoso che tanto mi divertiva. Ecco, lì un gatto rosso, con la sua bella lisca in bocca, di là, un soriano, un Romeo degli Aristogatti, e lì, più in là, una madamigella tutta bianca, flessuosa e piena di chic... Era tutto un miagolare, a sera, in piazza Argentina e anche al foro, dove portavo il mio bambino, piccolino, a giocare tra la casa delle Vestali e i Rostri e il tempio di Giunone moneta (quello che ha dato il nome alle nostre “monetine”) perché se ne stava accanto proprio alla zecca romana. Tanto tempo fa. Sì, tanto tempo fa, c’erano i gatti di Roma e ora non più.

 Con un sorriso, eccomi a cucire questa bennimiao che è, a modo suo, un inno di pezza ai tanti gatti che c’erano e che non ci sono più…

sabato 4 febbraio 2017

Piccola avventura in farmacia

bennibag azzurro cielo
Nel lattiginoso mattino presto di questo sabato di febbraio, mese della purificazione, mese ancora piccolo così, tutto ancora chiuso nel suo ovetto sacro, eccomi di bel bello scendere, a gambe nude come fosse già primavera, a fare una commissione sotto casa. Scendo in vortice le scale, giro sulla sinistra, uscita da portone grande, e sono già nella profumata farmacia dove devo comperare questo e quello per il marito che ne ha bisogno. Come entro vedo, prossimi al bancone, due uomini intenti a comperar gli affari loro e così, al turno mio, attendo un poco in disparte, verso la porta. D’un tratto, sento qualcosa di umido schiacciarmisi sul polpaccio e, seduti gli occhi a terra, vedo che c’è un grosso barboncino color bianco rosato, che, al vedermi, festoso, si è messo a far zig zag con la coda e a schiacciare il muso, appunto, sulle gambe mie, in segno di grande simpatia. “Ah che gran maleducato sei!”, gli dico, faccia a terra, e quello, di tra la frangia, gli occhi a spillo neri, mi guarda e la coda si fa più ferma e come circospetta. “Nessuno ti ha insegnato le buone maniere?”, continuo e lui, a muso in giù ascolta, il tapino. “E ora, avanti, mettiti composto in farmacia e seduto, via!”. E, patapunfete, crolla il suo popo a terra e composto e quieto (finalmente), mentre il proprietario, che deve far un esame non so, se lo porta via. Prima di andarsene, si gira nel saluto, la coda torna a tremolare e io su vai e sii un cane signorile, via! “Scusi – mi fa la farmacista, sorpresa al mio silenzio – desidera?”. E sorride. Sorrido anche io, le chiedo una scatolina di cerotti e via anche io come il barboncino, per la mia strada.


lunedì 30 gennaio 2017

Diciotto anni

In quei tempi là miei, più o meno nell’età di Pericle, ai diciott’anni, si organizzava un gran ballo con i disk jokey e i tavolini vestiti di bianco e tante cose buone da mangiare. la festa si chiamava semplicemente "I diciott'anni". In cravatta nera i ragazzi, stirati sull’attenti come tanti ufficiali di cavalleria, e le ragazze con l’abito lungo fino ai piedi e i tacchi alti. Ogni ragazza diventava così una principessa, al braccio del suo principe in valzer danzante, e l’eleganza nel pallore dei cognomi in livrea era regina…
 Il giardino della villa Bianca romana si  vestì di lumini, colorandosi di musica celeste la sera dei diciotto anni di mia sorella. Lei, in verde e oro e in gloria (credo), ma io non c’ero. Non so perché, e ancora me lo chiedo, io fui esiliata a Castel di Decima in casa di una zia mia amatissima. Non mi rimasero che i racconti. I palloncini bianchi, nel buio, a grappolo in caduta dal cielo e la bellezza di una certa Polissena (e basta il nome) che io non vidi mai, ma immaginai, nel piedino di Cenerentola, bella tra le balle e quasi un mito omerico.
Anche i gemelli, di nuovo io assente, ebbero una festa di cui non un racconto serbo. Marco no ché lui veleggiava per i sette mari e io, una festina in tono minore, invernale nel su e giù della casa che non era  certo giardino fatato. Non ebbi il ballo, ma il mio principe  azzurro sì  lo ebbi e conservo ancora il regalo che mi fece, bello come una promessa d’amore…

lunedì 16 gennaio 2017

Buongiorno signora Furga

E’ con dolore vivo, con un senso di sgomento che mi fa pestare i piedi nel cuore che mi ritrovo, a volte, davanti al Colosseo. E tutte le impalcature gialle di questa assurda metropolitana che non finisce mai (da venti anni vanno avanti i lavori, in un’eternità che non ha capo e neppure, così pare, coda, in quell’indiavolato non senso della nostra dopostoria romana…), e l’orrore del degrado nei cumuli di spazzatura gettati qui e lì, nelle coperte dei senza tetto abbandonate tra gli archi dove zampilla ancora, memore di tempi migliori, una innocente fontanella, e ora anche la tettoia bianca, lassù, a rovinare il panorama del Palatino verde del verde che piace al cuore, ecco, tutto questo, nel chiuder gli occhi, non lo vedo e da tutto questo io (che pure amo la mia Roma come un fiore la sua terra sacra e anche il bel Colosseo maestoso), lo sguardo a terra, me ne fuggo via e ogni volta faccio santo voto di mai più passare da queste parti… E, per motivi tanti che so io, mi ci ritrovo, sempre sgomenta e sempre nuova.

E siccome è lunedì e l’anno, bambino, è appena nato e io, dentro di me, porto una pace grande, ricamata di stupita serenità, che è come un balcone fiorito di gerani rossi al sole, preferisco dire due parole due di certe mie gite del mattino presto a Porta Portese, gelata nel gelo di questo gennaio dalla testa bianca, dove compero qui e lì quel che mi solletica e mi piace, col pensiero fisso di essere per le otto e mezzo a Sa Crisostomo per la messa di Padre Paolo che è per me, nelle sue parole belle, fonte di gioia pura e azzurra come un cielo di primavera. E siccome, per tre volte di seguito, mi è capitato di comperare delle bambole italiane per così dire vintage, cioè dei tempi miei, di marchi allora noti e ora non più (Furga, Sebino, Ratti, Italocremona), ieri, io che penso sempre di essere in incognito, come una Mata Hari, avvicinandomi guardinga a una delle mie bancarelle e pronta a scegliere col gusto mio, sento il bancarellante che, sornione, col cappello sul naso, dopo un’occhiata e un sorriso, mi fa: “Buongiorno signora Furga!”  

venerdì 6 gennaio 2017

La spina di Borgo

All’Istituto Mater Dei arrivò portata dal vento come da un parrot umbrella, nella mia classe allora ginnasiale una professoressa tutta nuova e giovane giovane, d’appena un pugno d’anni più di noi alunne in fior di quindici anni. Di nome faceva Pia e in testa aveva un groviglio di capelli ricci, alti e in terremoto che la facevano sembrar più alta di quanto fosse in verità. Il cognome non lo scrivo perché è ancora viva e vera e insegna ancora il greco ed il latino ad altri fortunati come me. Fu lei, e non so perché, che mi parlò per prima della “spina di Borgo” e di com’era il Vaticano prima che ci scavassero dentro Via della Conciliazione, lunga e addomesticata e un poco triste, con tutti quei lampioni mesti, sull’attenti che rendono dolente (per me) il panorama. Era, la Spina, una cosa viva, viva di case, casette, piazzette e vicoli con nomi belli come Scossacavalli  e chiese come San Lorenzo in Pisces e c’erano ville come horti romani e palazzi come l'Alicorni, in bianco unicorno affrescato, e vedute d’archi e di fontane. Una delizia in terra. E lei mi raccontava e io ascoltavo come se tutto quanto lo vedessi…
Ho ritrovato tali e quali i ricordi della Pia alla bellissima (e curatissima) mostra proprio sulla “Spina di Borgo” che chiude tra due giorni ai musei capitolini. E tutto si spiega dal principio, da quando cioè il Vaticano era, per Cesare, “l’altra sponda”, quella degli etruschi, i nemici, a quando ci costruirono sopra un gran tempio di Cibele con i suoi tanti taurobolia. E poi, avanti e avanti, fino alla bella Spina che fu smantellata anche se l’architetto Piacentini diceva, e giustamente, che potevamo ben lasciare la spina a Borgo se San Pietro era pescatore e i pesci, come si sa, hanno lische e spine…

Ho ritrovato tali e quali i ricordi della Pia nelle parole d’affetto, tutte rotonde di romanità, di Alberto Sordi che, in un documentario (che si accende nella mostra) racconta di lui, appena di tre anni, per mano al papà che percorre,intimorito, gli scuri vicoli della romana Spina per esplodere poi, pieno di meraviglia e di stupore benedetto, davanti al Colonnato  e al Cupolone. In infantile, mistica meraviglia. La stessa dei Re Magi di fronte al Santo Bambino: buona epifania a tutti!