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sabato 21 ottobre 2017

La bellezza della semplicità

la bellezza della semplicità
Oh quanto ho penato, durante i  miei anni universitari, per passare l’esame di storia moderna! Ricordo - e lo ricordo abbracciando nell’anima Annalisa che se n’è già volata in cielo – che andavo da lei, da Annalisa, a studiare e che lei, in quattro e quattr’otto, memorizzava date, luoghi, trattati, generali, monarchi primi e secondi e terzi e anche quinti e che io rimanevo indietro, col fiato mozzo. Lei, mettiamo, già a pagina 50 e io, alla 10, arrancando in affanno. Decidemmo, di comune accordo, di finirla lì e, con grazia, ognuno per la sua strada. Lei verso il suo – immagino – trionfale 30 e lode; io, al mio misero 26 (che presi per due volte di seguito, avendomi il professore, bontà sua, consigliato la prima volta di tornare al prossimo appello). Di tutto quello studio, ricordo che studiai a fondo anche il Concilio di Trento con il quale la Chiesa, la mia Santa Romana Chiesa, si difendeva dalla Riforma di Martin Lutero che già a guardarlo mi pareva, grande e grosso com’era, un gran mangione piuttosto che un teologo…

Avevo allora, mi pare, una ventina d’anni. E Lutero era il gran nemico, colui che aveva diviso la Chiesa, la quale, grazie ai suoi Santi tanti (Santa Teresa e Pippo Neri e San Camillo De Lellis) riuscì a rialzarsi, radicata nell’umiltà e nella legge eterna e immutabile del Signore. E ora, a cinquant’anni suonati, mi tocca sentire che Lutero è stato un “dono dello Spirito Santo”, che bisogna andare fino in capo al mondo per celebrarlo, e mi pare di vedere lassù al Colle Vaticano, come una voglia di protestantesimo, una deriva strana che vuole cambiare l’eterna legge e  chissà dove precipitarci. E pensare che proprio un santo gesuita (proprio il fondatore dell’ordine del Pontefice regnante), Sant’Ignazio di Loyola, aveva creato la sua compagnia di soldati di Gesù per combattere la riforma luterana, gli eretici come si chiamavano allora e secondo me anche oggi… E le tante, bellissime chiese barocche romane (compresa la Chiesa del Gesù che è ecclesia ecclesiarum dei gesuiti) furono una risposta viva, in marmi fioriti e gran dipinti di inarrivabile bellezza, al pauperismo di lassù. E perfortuna!

mercoledì 18 ottobre 2017

Il fucile di Giamburrasca

...in lana rosa
Non so se anche voi, come me, andate ogni tanto al “Mercatino” (uno dei tanti, perché è una catena che corre lungo l'intera Penisola) dove l’Italia tutta è in vendita, dove si possono trovare a poco prezzo persino i pupazzetti plasticati dei formaggini Mio, dove le foto sacre degli avi diventano uno smercio, a mazzetti, in bustine di plastica date via per tre euro o poco più. E’ un Italia in svendita, davvero, nell’economia che succhia via l’anima alle cose, traducendole in monete e banconote.
E anche se, lo ammetto, qualche volta ho trovato lì qualche pillola dolce della mia infanzia che mi ha riacceso il lume dei ricordi (una bambola Ratti che avevo amato tanto, da bambina, e che non avevo avuto mai…) e il terzo occhio, devo ammettere che, vagare tra tutta quella storia di anime, conservata nella naftalina preziosa dell’amore e rovesciata lì, a casaccio, mi mette un gran magone nel rammentarmi, tanto per dirne una, che quando mio padre (da me molto amato) se ne volò in cielo, di lui restò ben poco quanto a oggetti: un orologio d’oro, qualche fotografia, le boccette della sua collezioni di sabbia dei deserti…

Ebbene oggi ero lì e mentre, in coda aspettavo il turno mio, per vendere un certo paio di scarpe da ginnastica mai messe che dormivano nell’armadio in corridoio, ecco arrivare, tutto sorridente, un piccolo uomo un poco sghembo, vestito con una tuta alla Forza Lazio. Con sé ha molte scatole grandi e grosse e, nell’aprirle, mostra a noi e a tutti, il suo tesoro: tre gran fiuciloni in plastica con tanto di proiettili in una sorta di biberon. Li monta, tutto compiaciuto, e poi spara in una busta blu per far vedere come funzionano a puntino i suoi giocattoli. E tutt’intorno noi a guardarlo in facile ironia, pensando che mai nessuno comprerà quella roba. Sì, sì, certo. Invece, dalla folla assiepata spunta un tipo con una barba mansueta e tira fuori i soldi necessari all’acquisto che neanche si posa tra l'altra mercanzia. E poi il barbuto, cacciatore metropolitano, se ne va, felice, uomo moderno col bel fucile in plastica, che un tempo (e ora no, nel trionfo del politicamente corretto che nega ai bimbi il gioco delle armi) avrebbe fatto felice Giamburrasca…

domenica 15 ottobre 2017

Due km dal Circo Massimo

Proprio in questi giorni, per anni e anni, il Rione Monti, profumato di tradizione romanesca, festeggiava in piazza una bella e ricca “Ottobrata Romana”, perché, si sa, a Roma ottobre è un mese di sole d’oro e di ponentino alpestre e starsene all’aperto, eh sì, era (ed è) una grazia e una gioia. Ci si ritrovava con i vecchi e i nuovi abitanti così diversi tra loro ma che, nelle radici vecchie e nuove, si davano la mano, nella piazzetta della Madonna dei Monti, sotto alla bella fontana dei Catecumeni ricca d’acqua e di vita (che oggi piange incrostata di licheni), a mangiare pane e porchetta, con un bicchiere di vino in mano. In allegria ritrovata. Le botteghe erano aperte e ognuno offriva quello che voleva per stare tutti assieme in aria di stornello.
Ma da qualche anno a questa parte, cioè dai tempi di Ignazio Marino (che tanto diversi da quelli di Virginia Raggi non sono), a causa della burocrazia che divora l’anima nostra, la festa romana tanto cara a chi abita il Rione, non si fa più. Troppi legacci, troppe scartoffie, troppi burrò. Gli organizzatori, sopraffatti, hanno lasciato correre e hanno chiuso baracca e burattini. Così, dal 2016, non si vive più la festa, non ci sono più gli spettacoli in piazza e noialtri monticiani, desolati, se vogliamo festeggiare il nostro Rione – e la nostra Roma - dobbiamo andare sull’Appia antica dove, come facevamo noi, si canta, si ride, si mangia e si balla. Ci sarà tanto da fare e da vedere a "2 chilometri dal Circo Massimo  e 1 chilometro da San Giovanni". Certo, accipicchia, bellissimo. E gli organizzatori sono quelli dell'Associazione culturale Rione Monti. Tu guarda! Ma non si poteva fare qui, nel cuore di Roma la festa romana, riaccender l'ottobrata lì dove è nata  si è fatta ragazza? Mi dico e giro la domanda alla signora sindaca...
In attesa di risposta, bisogna prendere la macchina e andare in un posto che porta un nome forestiero e cioè “Roma village”, un nome che di Roma non ha che il gusto insipido dell’americanità. Ma il cuore mio ha un sobbalzo quando, nello scorrere la locandina, leggo che il parcheggio consigliato è quello del ristorante "Ar Montarozzo"... Un sospiro di sollievo in ave Cesare, tra gli stornelli, buona ottobrata a tutti!

lunedì 9 ottobre 2017

Galileo a Santa Maria degli Angeli

Ieri pomeriggio per ragioni allegre che non sto qui a raccontare perché sono del mio cuore mi trovavo, sola soletta, in Piazza della Repubblica in attesa e davanti alla meravigliosa basilica di Santa Maria degli Angeli, progettata da Michelangelo, sulle terme di Diocleziano; no, non ho resistito e sono entrata a farmi un giro di grazia in tanto splendore. Dopo la preghiera che accompagna i miei giorni chiari, nella pace del cuore, eccomi a gironzolare in lungo e in largo nella pancia della grande chiesa di Maria e degli Arcangeli. Mi sorprendono, per la dimensione, le grandi pale che se ne stanno appese alle pareti e mi è difficile, a naso in su, riconoscere e capire le scene sacre. La testa si rovescia all’indietro, gli occhi si appannano
Così, eccomi, in sacrestia dove è allestita una mostra, tutta piantine e planimetrie della basilica. Da lì a uscire è un passo e il cielo mi schiaccia un occhiolino, due passi e oh che cosa è mai questa statua? Chi è questo colosso? Mi giro, di qua e di là, e sulla parete noto un lenzuolo, diciamo così, di spiegazione. Si tratta di una statua bronzea di Galileo Galilei, progettata da un cinese,  Tsung Dao Lee, che è stato anche premio Nobel per la Fisica. Certo, Galileo, oltreché scienziato, era e rimase un uomo di fede, ma, mi chiedo, in profusione di rispetto e di umiltà, era proprio necessario questo “dono”? E non occorre certo che aggiunga altro perché, nel proseguire il mio divin giro, mi trovo, a scorno, proprio lì dove si distende la bella Meridiana (che si accende di luce nel giorno del solstizio d’inverno) di fronte a una macchinaccia, a pendolo, di cui, in sancta sanctorum, si racconta del funzionamento sulle pareti della Chiesa. Peccato che proprio al lato di tale manufatto (con gran rispetto del Galilei che non lo avrebbe mai messo, dico io, in una Chiesa…) c’è una tela grande e grossa che attrae il mio sguardo per veder piovere dal cielo un uomo avvinghiato a un demonio nero. Per sapere chi lo ha dipinto (Pompeo Batoni) e che cosa rappresenta (la caduta di Simon Mago che voleva vendere lo Spirito Santo…) mi tocca star qui, adesso, a pesticchiare sul tastiera in gioia di visione e d’angeli e, via, con una riverenza, a tutti auguro una felice giornata.

sabato 7 ottobre 2017

Amiche mie

Amiche ne ho avute molte, nel mio pellegrinaggio quaggiù. Alcune, ancora adesso mi sono care e care le loro figlie, altre non le vedo più e, solo per incidente so che sono vive, che si sono separate, che vivono qui e lì, in giro per il vasto mondo. O forse solo a Roma, magari vicino a casa mia, in Piazza Navona, in una via che amo per il nome sacro che porta, ma non le ho mai incontrate e siccome io i social non li uso (per non saperli usare) non ne incontro mai, di amiche, dico, in questo mondo che non è il mio primo né il secondo mondo e che mondo non è.
Di alcune immagino la vita perché è rimasta sempre quella, nel su e giù loro consueto e settimanale, nel quale ho vissuto, a tratti, e a tratti no. Così è come se le vedessi, con i libri loro sottobraccio, dalle parti di Piazza della Pilotta o al Vaticano Di altre mi sfugge tutto, e nell’inconsistenza loro, le immagino ancora come erano allora, quando, insieme, gomito a gomito, lavoravamo, per dire alla Rai o al Gazzettino. Ne ho anche di nuove, di amiche, e uso con loro le forme di comunicazione che sono moderne e svelte in agile pestar di tasti. Altre, antiche, le rivedo per caso, magari proprio a Cala Girgolu, sulla spiaggia, e allora è come se il tempo, sospeso, facesse una giravolta all’indietro e sono di nuovo bambina e lei pure.

Siamo, lei e io, tali e quali ad allora, anzi siamo proprio noi bambine. Sono in casa, nella mattina fresca con il vento ancora indeciso se soffiar costì o colì; sono in veranda, e dalla selva di mirti e corbezzoli che esplode a mano manca ecco che arriva lei, l’amica mia del cuore, vestita, anche se è estate e fa un gran caldo, come d’autunno. A mia madre dà del tu (oh meraviglia!) ed elenca le mirabolanti avventure in cui  mi vuole con sé quel giorno: al mercatino di Olbia, poi a saltar le onde a Lu Impostu, a cercar funghi all'ombra del Monte Nieddu. Io, sì, sì io, proprio io! Lo sguardo mio implorante, gli occhi di mia madre severi: “No, Ester va giù sulla spiaggia!”. Così si concluse la mia avventura, pellegrina, mai vagabonda e ora che ci penso fu meglio, molto meglio così…

martedì 3 ottobre 2017

Prima comunione al Mater Dei

La domenica delle Prime comunioni, in boccio di primavera, era festa grande all’Istituto Mater Dei; noialtre, come piccole spose, vestite di organza e tulle, con una cuffietta, ornata di fioretti bianchi tutt'attorno all'ovale del viso e che finiva, scendendo sulle spalle, in forma di dolce velo, inghiottendo i capelli nostri biondi, noialtre (dicevo) svolazzavamo nel cortile, per l'occasione vuoto di motorini. Aspettavamo che la Cappella del Buon Pastore, nella sua affettuosa oscurità, si riempisse di mamme e papà, cugini e nonni, tutti trepidanti, stirati nell’eleganza di quei tempi lì, per il grande momento in cui, nel dono grande della fede, avremmo anche noi bambine partecipato alla mensa eucaristica. Noi, inconsapevoli, festanti, in tripudio, giocavamo tra di noi, inseguendo i nostri personali sogni di ragazzine, tremanti per qualcosa che non capivamo punto, ma che ci faceva sorridere d'importanza tra tutti quei grandi accesi di aspettativa. Niente, pensavo allora (lo ricordo!), sarebbe mai cambiato nella quotidianità rotonda di quegli antichi riti all'Istituto Mater Dei…

Io, di quel mio primo giorno in nuova, immacolata meraviglia, ricordo solo la gioia grande di indossare il vestito bianco (che ereditavo da mia sorella) e le scarpette candide con il loro bel bottoncino sul fianco, che tanto mi piacevano. E poi la cioccolata calda con i cornetti alla crema che mangiammo in una delle tante sale vuote del Palazzo color ocra alto su San Sebastianello.
In cortile, più tardi, con il sole già alto e i borborigmi della fame in pancia, si celebrò il rituale della foto ricordo. Fummo sistemate, in ordine di altezza o secondo criteri che non conoscevo, su pedane degradanti, in due file. In mezzo a noi, vestito di nero, con una gran sciarpa viola intorno alla vita e l’unico maschio seduto all’indiana ai piedi, c'era il Vescovo che era bonario e rotondo come un bel panino fresco. Al momento di scattare l’immagine, una soltanto di noi, si girò di profilo, una soltanto e vi invito a indovinare chi fu. Quella foto è stata pubblicata nel “Centenary Souvenir” del Mater Dei (1886-1986) e il mio naso, che piccolo non è, sembra fare un bucolino nella carta e salutare gli angeli…

lunedì 25 settembre 2017

Profumo di Sardegna



 Senza far code al porto e troppi complimenti con le autorità, nella gran festa delle navi accese in luminaria allegra, mi ritrovo in un fiat nella pancia vuota della Tirrenia, pronta per la traversata che mi porterà, in gloria, nella Sardegna mia amata. Si dorme come una volta, nell’attesa, e la mattina, fresca di nuvole e di sole d’arancio, eccoci, mio marito e io, in corsa lungo l’orientale sarda. E abbassando il finestrino, oh meraviglia, sento il caro respiro della mia isola incantata. Il fiato suo, profumato di mirto e terra e corbezzolo mi fa fiorire in cuore rose e viole mentre la casa bianca mi accoglie con il suo silenzioso benvenuto.
La sera poi, per grazia di Manuel, che porta un nome a me molto e assai caro, ci ritroviamo, sotto i pini di Sant’Anna in una spiaggia bianca di Budoni, alla santa messa per ricordare la nascita in cielo (come dice, giustamente, don Chessa dall’altare) di San Pio di Petralcina. Belle, quanto sono belle le donne sarde con i capelli d’argento, nelle loro gonne nere a piegoline, avvolte negli scialli ricamati! Più in là, sul campo, cuoce allo spiedo un vitello intero e l’odore si spande nella sera che scende a coprire con la sua misericordia le tante pene degli umani. Poi, tutti a mangiare la carne immolata e il formaggio pecorino. Prima, però, in danza, passano le donne con gran cesti pieni di dolciumi: peschette rosse d’achermes, oregliette coperte di miele, meringhe bianche con su una nevicata di palline d’argento. E mai ho mangiato dolci così buoni, fatti, secondo me, nelle cucine del paradiso per i santi del cielo…
Sorrido alla mia Sardegna che mi regala, prima del sonno e della quiete, nel buio e nell’incanto, anche  i passi di danza del suo passato antico, al ritmo sardo di una fisarmonica…


venerdì 15 settembre 2017

La gioia della verità

Non sono e non vorrei essere, come Cacciaguida nella Divina Commedia, una “luadatrice temporis acti", eppure, a volte, quando come oggi mi sveglio all’alba e ripenso al bel passato di bellezza che circondava la vita mia, quando, mettiamo, dovevo andare a far da cronista alla presentazione di un bel volume della Marsilio che raccontava, diciamo così, vita, morte e miracoli dei collezionisti veneziani del Cinquecento, gente piena di buon gusto che in casa teneva, sì sì, senza scherzi, “La Tempesta” di Giorgione, ebbene mi vien su una sorta di magone per il cattivo gusto e la bruttezza che abitua l’occhio e il cuore al caos e all’insensatezza. E tutt’intorno sento i lamenti di amici e conoscenti che cercano, nella pace del mio cuore, un angolo di sereno e di rotondità. Vengono e vanno, in corsa, senza capire che senza poi l’esercizio ed il discernimento a poco servono le mie povere parole…
Intanto, nel segreto mio che palpita, taglio e cucio, in ora et labora, le mie bennibags che se ne vanno per il mondo, parlando di come eravamo, nell’armonia celeste oramai messa, da molti, in naftalina. E tutto mi pare come abbassato di tre spanne. Non ci sono più in giro i Pavarotti. O forse ci sono ma ci sono nascosti, velati dal torrente di parole quotidiane che, in giri convulsi e ruote di potere, annacquano la verità, rendendola scialba, come un’amarena fatta con un goccio di sciroppo e un litro d’acqua vecchia.

E la finisco qui perché ora corro dove so io, dove la quiete mia si fa eternità e nel bacio fresco del mattino, le gambe in spalla, mi par di respirare aria nuova e la gioia della verità.

sabato 9 settembre 2017

Aridatece li centurioni!

Un merlo maschio ai giardini di Sant'Andrea...
Ma che severità, quale forzuto braccio di ferro ha usato la Pubblica amministrazione con i centurioni e i legionari romani, con le scope purpuree in testa, che popolavano le aree romane della nostra bella città! Per quei quattro ragazzi che si guadagnavano la vita, travestiti come ai tempi di Nerone, ci si è messo persino il Consiglio di Stato in latinorum e, in un fiat, via, sciò, né più mai li vedremo con le loro gonnelle a fermare i turisti, a far finta di giugularli di fronte all’Anfiteatro flavio. A me non hanno chiesto mai nulla che si vedeva da lontano che ero, come loro, romana.
E sia, demitto auricolas, ma mi permetto, con la grazia che mi riempie il cuore di carità, di segnalare che se con i nostri simpatici antichi romani lo Stato ha usato le maniere forti, con altri, ben più colpevoli perché mettono a repentaglio la salute altrui, si sta larghi come mutande di tre taglie in più. Mi riferisco ai tanti omini che, sotto la colonna traiana, in Via del Tritone , in Piazza di Spagna e dovunque qui e lì per la Città Eterna, vendono, impuniti, acqua in bottigliette che non sempre sono nuove. Secondo me, ma prove non ne ho, i nostri novelli acquaioli la prendono dai nasoni romani, così per un euro vendono l’acqua marcia o l'acqua vergine (dei nostri antichi romani!) magari anche condita a modo loro… Girano, senza neanche nascondersi, con i loro borsoni pieni di bottigliette, incuranti del fatto che è un reato grave, in questa nostra parte di mondo, vendere cibo e bevande senza autorizzazioni, Ma se dici loro qualcosa, si mettono a berciare, ti mandano a quel paese e fanno anche il gesto dell’ombrello. E nessun vigile li ferma né il Consiglio di Stato se ne occupa...

Ahi, povera Roma mia. E la finisco qui perché è sabato mattina, il sole è già alto e devo preparare il ragù per stasera che ho gente a cena in allegria d’estate. Ma prima di lasciarvi dico, sommesamente, “aridatece li centurioni!”.

domenica 3 settembre 2017

Una gattina a Milano

Un gatto sardo...
Bella Milano nel dardo del sole, bellissima Milano con il cielo color di fumo, quando le gocciole d’acqua fresca cadono festose sul Duomo e lassù sulla Madonnina d’oro. Che respiro, che aria fresca dopo tanta estate infuocata! Io l’ho vista, Milano, così e colì, in questo scorcio di fine stagione, tra agosto e settembre.
L’ho vista, Milano, e me ne sono innamorata, perché è una città viva, piena di energia, popolata da un’umanità indaffarata, seria, elegante. Bè, non solo. Per esempio un pomeriggio, dopo essere arrivata a Sant’Ambrogio, la chiesa con due torri campanarie (una per i benedettini e l’altra per i canonici regolari che, ohimè, litigavano tra loro…) , tornando lungo il corso di Porta Ticinese, sfiorando con lo sguardo prima Sant’Eustorgio, in statua solenne, col suo bel pugnale posato in testa a memoria del martirio, e poi la stupenda chiesa di San Lorenzo, difesa da un ricamo di colonne (che erano un tempo il tempio di Ercole);insomma, dicevo, un pomeriggio mentre me ne tornavo verso il Duomo per incontrare chi non vi dico, incrocio, ma per davvero, una bellissima ragazza vestita da gatta. E’ inguainata in una tuta di pelle (con questo caldo pazzo!), una coda le danza tra le terga, in testa ha due orecchiette nere e nera è la mascherina di colore che le scurisce la strisciata degli occhi. Cammina come niente fosse, come se indossasse un jeans e una maglietta. E io, con tanto di sguardo e un po’ sgomenta per via che sono le tre di pomeriggio. Ma intorno, niente, nessuno la guarda, ognuno e tutti presi dalle cure loro milanesi, e faccia a terra,  e lei, la gattina, se ne va, indolente, senza premura, con fare felino, e mi pare proprio una gatta cenerentola, pronta a qualche sortilegio, nel silenzio tutt'intorno di una Milano addormentata… 

lunedì 21 agosto 2017

Polpette al sugo

Una torta di pezza e pizzo fatta da me...
Nei lunghi e caldi giorni della mia estate romana, al mattino presto, quando il sole ancora non dardeggiava nel suo bianco furore, io me ne andavo in giro per la mia Roma amara, come spettinata, dolente e abbandonata a se stessa. Di brutte cose ne ho viste tante, ma preferisco tenerle racchiuse nello scrigno della memoria affinché non contaminino il futuro che spero migliore. E quando, un poco sgomenta, me ne tornavo a casa, ricordavo i Monti miei nei primi tempi del mio trasloco, quando il vociare allegro della romanità si perdeva tra i balconi e, vicini di casa erano sarte e falegnami, gli artigiani insomma di questo, mio, ridente Rione che ora è tutto quanto trasformato dalla modernità in ristorantini alla moda e piccole boutique in gusto parigino.

E presa dalla nostalgia, diciamo così della coda alla vaccinara, mi sono ricordata che, in un libro di racconti sulla Grande Guerra (“La Cocotte) di Federico De Roberto (uno scrittore siciliano che ho letto tutto da capo a piedi) ce n’era uno il cui protagonista, romano de Roma e, mi pare, tenente, parlava di tutto il ben di Dio romano – gnocchi di semolino e pajata  e polpette al sugo - quando non c’era ancora la nouvelle cuisine, i ristoranti si chiamavano osterie o cucine e gli chef erano osti o, perché no, anche cuochi ed avevano tutti un gran pancione. Il nostro tenente finì per meritarsi due medaglie, diciamo così anche per colpa della gola e della fame degli austriaci che mangiavano, meno e più, pane di stracci, poveretti… Roma era Roma, nelle descrizioni succulente del tenente e splendeva come fiamma accesa, colorando d’amore il bigio presente… E così, per riconoscenza, ho finito per riprendere in mano “I Viceré” (un romanzo, secondo me, strepitoso, che lessi or sono molti anni) e mi sono immersa nelle storie degli Uzeda di Francalanza, che sono storie nostre, tutte italiane anche se sono siciliane…

mercoledì 9 agosto 2017

Occhi di pepe e di nocciola



L'immagine, bellissima, è della fotografa Carla Del Ciotto
C’era, all’Istituto Mater Dei, in piazza di Spagna, quel delizioso senso dell’ordine, quell’amor di pulito, che è il cuore stesso del vivere felici. C’era, al mattino appena sveglio, con noialtre in divisa e con il basco in testa, il Rosario quotidiano, che squillava allegro, nei suoi misteri (anche i dolorosi) in viva voce e composita in note argentine di fanciulle in fiore, nella piccola cappella del Buon Pastore dove sono capitata, una mattina di qualche tempo fa, e con la nostalgia a bussarmi all’uscio dell’anima…
C’era, alla fine del Rosario, il rito della genuflessione, cui presiedeva con solerzia e santa serietà, Sister Francis Borgia. Oh, sister Francis! Piccola da metterla in tasca, con due occhi di pepe e nocciola e tanto sale in zucca quanto non ne hanno, messi insieme, certi Azzeccagarbugli di oggi e anche di ieri! Sister Francis ci comandava al battere delle nocche sue sul banco sotto l’altare. Toc, e noi tutte giù, il ginocchio nudo (ché allora nessuna di noi portava i collant) a batter contro il marmo, e giù tutta una fila di code e trecce e mezze code e chignon con sul cucuzzolo il bel basco blu che, all’interno, custodiva la sua bella fodera amaranto. Toc, e tutte in piedi e vi, a razzo, a salire le scale di conchiglia che portavano alle aule, in piroetta, sotto il cielo... C’era, al primo venerdì del mese, la messa in inglese che mi ha lasciato in eredità tutte le preghiere nella lingua dell’isola di Elisabetta.
C’era la sister direttrice, Sister Karlin, bella e altera come una regina, gli occhi, come uncini, a tener sulla riga l’istituto e a dargli quel tono lì, in bianco immacolato e in azzurro cielo, che lo riempiva di tutte noi, figliole di quei tempi lì ordinati. C'era e a un certo punto non ci fu più. E non so bene che cosa accadde. So che arrivò un’altra sister direttrice, tanto scialba e anonima che il nome mi sfugge, buona sì, con gli occhi come di tenera agnella, e fece franare le regole e sbriciolare l'ordine profumato di lavanda. Cominciò col consentire a noi di tradire la divisa di gonna e camicetta, indossando i pantaloni. Fu così che iniziò il precipite declino. Fu per un paio di pantaloni. E ora che al posto dell’Istituto Mater Dei, tutto quanto irlandese, c’è una sede de British Council nel palazzo color ocra e sole di Piazza di Spagna a me si stringe il cuore ogni volta che ci passo davanti, ma per grazia divina, il sorriso mi torna quando, come facevo allora, percorro in corsa allegra, il serpentello ombroso di San Sebastinello... 

giovedì 3 agosto 2017

Correndo, correndo

Piccola
Con i sogni della notte ancora in tasca, nel mattino presto quando Roma si sveglia pensando di essere ancora Caput mundi, io me ne vado in giro a far commissioni e fuori e dentro le chiese mie dove mi perdo in orazione. Oggi, per esempio, ero, con il sole ancora basso a picchiare all’uscio del mattino, a San Giovanni in Laterano, la Regina Ecclesiarum. Ho scelto San Giovanni, ispirata, lo so, dal bel programma sulla Roma del Giubileo del professor Paolucci che, con la mirabilia di Raiplay, mi sono goduta, ieri sera, tutto intero, amando come si può, alla distanza, il professore che era direttore dei Musei Vaticani e che, nell’umiltà sua potente, mi pare tanto vicino al Signore…
La madre di tutte le Chiese romane, voluta da Costantino, costruita sugli orti della potente famiglia del Laterani, era ed è uno splendore. Entrando, nel saluto alato dei cherubini borrominiani, a me par già di toccare il cielo con un dito e giro, nel vuoto sacro, nel silenzio santo, tutta quanta in me, nelle virtù che inseguo e che sono patrimonio della Legge eterna. Cammino e penso, dolente, alla Roma che ho visto nell’andare, una Roma nel caos, perduta nella disaffezione e nel disincanto. E non c’è Raggi che tenga, soltanto nell’ordine è la vita, la luce del bene. Nel caos, si perdono dignità e speranza e non si è più Caput Mundi…

Ma vabbè, mentre me ne vado a far le commissioni mie, ripenso in gioia, a un incontro buffo avuto poco prima all’imbocco di Via Leonina. Vedo due pimpanti runners di bell’aspetto e in uno riconosco, poiché per caso ho seguito un'intervista su Raitre, il nuovo amministratore delegato dell’Atac, di cui ignoro il nome ma conosco il volto. Per sicurezza attendo che mi superino. Lui parla con l’amico… in veneto. Sì, è proprio lui, sorrido, brindo al buon gusto dell’ora mattutina e gli auguro buon lavoro perché davvero ne ha bisogno!

giovedì 27 luglio 2017

More e capperi a San Nilo

Sarà che per motivi tal dei tali, e molto concreti, sono stata, diciamo così, cinque giorni di fila (dall'alba al tramonto) prigioniera a Grottaferrata, ritornando a sera stracca a casa, dove il dovere mi metteva subito sull'attenti, sarà  perché a passare ore e ore seduta sul pavimento comodi si sta poco, sarà anche perché l'età non è più verde e  il tempo in tasca meno; sarà che a volte  ero tentata di mollar tutto e via; sarà per tutti questi motivi presi in fascio e anche altri che taccio fatto sta che, oggi, nel mio primo giorno di ritrovata libertà, me ne sono andata, fresca nella sera calda romana, a Santa Maria Maggiore, a sentire una messa di ringraziamento, a recitare il mio rosario in compagnia e mi sono sentita tanto allegra, nel ritrovare le mie abitudini intatte e sane e come nuove,  che avevo voglia di saltellare e di cantare. Non l'ho fatto, però, e il cuore, in petto, nutrito nella vera carità quasi mi scoppiava d'amore. E mentre me ne stavo, in letizia, tutta quanta in me ho pensato che, in fondo, anche nella prigionia di Grottaferrata il mio angolino di felicità me lo ero ritagliato. Dovete sapere, infatti, che la scuola che ci ospitava è proprio sotto alla bella Abbazia di San Nilo ed è tutta quanta immersa in un oliveto d'argento. Sicché quando le mie compagne di avventura uscivano per andare a mangiare recandosi nel centro della cittadina, io, tutto il contrario, mi avventuravo tra gli ulivi e piano piano, nel sole caldo,  tutto l'intorno diventava mio, nel verde acceso di alberi e cespugli, nel giallo arso delle erbacce al sole. E dai e dai, una mattina (che è quasi pomeriggio) mi ritrovo a varcare un cancello e oltre il cancello, ecco gli spalti del castello di San Nilo! Guardano diritto su una valle verde. Giro lo sguardo e, che meraviglia, sul muretto: more e capperi! Mentre ripetevo tra me le lezioni prossime venture, con due sacchetti ho fatto, diciamo così, la spesa quotidiana, baciata dal Signore.

sabato 8 luglio 2017

Sardegna mia piccola e nascosta...

Bennibag blu ceilo notturno, con ricami bianchi, in dolce riciclo: ricavata da un paio di shorts
Al mattino presto, nell'arancio acceso del sole che sorge lassù tra il verde cupo dell'aldia baciato dal cielo, io, sveglia con gli angeli, me ne sto seduta nel terrazzino riparato che io chiamo la casa delle bambole - ed è privilegio tutto nuovo per me -  e da lì, come spettatrice privilegiata nella vita vera bagnata dal fiume sacro, ritrovo la mia Sardegna bambina, quella che mi chiamava allora nei primi anni della mia piccola storia.
Già, la mia Sardegna non è punteggiata di ombrelloni colorati, profumata all'olio di cocco, rumorosa di racchettoni alla ricerca del bronzo del sole, no, no, la mia Sardegna è silente, ritrosa un poco anche selvatica e al mattino, quando timido sboccia il nuovo giorno, rinnova la sua eterna meraviglia. Questa mattina, ad esempio, sull'anello di rena che congiunge le due braccia della baia protese verso Tavolara, passeggiavano impettiti tre gabbiani che parevano far da sentinella alle ore danzanti a venire. Su e giù zampettanti sulla sabbia rinata dalla purificazione notturna, sembravano osservar, nell'acqua, un cormorano tutto dedito alla caccia, all'inseguimento dei pesci suoi d'argento. E quando la gallinella nera emergeva con la sua preda (che però non riuscivo a vedere) ecco la scaramuffa con i contendenti vestiti di bianco. Poi tornava la pace e quelli di nuovo su e giù nella livrea loro di piume e quella di nuovo a pescare, a siluro, sul pelo dell'acqua.
Lumeggiava, la mia Sardegna, anche nella mattina tarda bruciata dal sole, quando per comperare la pulpedda eccomi, con mio marito, in un certo centro agricolo che sta sulla strada di Padru. In una valletta verde, tra l'arso giallo dell'intorno,

sabato 17 giugno 2017

Amici miei

In tanti e tanti anni di professione, colleghi ne ho incontrati e conosciuti molti. Ho scritto per tanti e diversi giornali e tra una redazione e l’altra, un’amicizia, una simpatia restava sempre nel cuore. Di alcuni, ora che gli anni si sono scoloriti come in lontananza, ricordo appena il volto e forse, camminando per strada, neppure li riconoscerei più, di altri mi sovviene al pensarci un particolare bislacco, oppure solo la voce; di altri, ancora poco o nulla.

Ma di Andrea Montanari, che ora è direttore del Tg1 (e gli faccio i miei auguri grandi!), ricordo il sorriso, la simpatia, l’intelligenza negli occhi celesti e chiari. Lo conobbi quando, non so come, si inventò con un amico il mestiere – anche, s’intende – di editore. E fu a lui, e al suo socio, che proposi i racconti di Jeanne De Casalis e fu lui – e non il suo socio – che si impuntò per pubblicarli. Ricordo che la sera del suo sì, eravamo in quattro: sua moglie, un cane e lui. Jeanne, da me trovata a un mercatino di libri usati in Piazza San Silvestro, tornò viva e vera e grande scrittrice (com’è) e io, in lei, felice. Durò poco perché Andrea Montanari, non so il motivo, lasciò la casa editrice e l’altro Andrea, che la Jeanne l’amava poco o nulla, in qualche anno ritirò tutti i libri invenduti e li mandò al macero. Così, solo nella pancia di un certo armadio, i superstiti vestiti di carta attendono una migliore primavera e un altro Andrea…

giovedì 8 giugno 2017

Lezione al Campidoglio

Lisa con mini-bennibag
Qualcuno, penso Mario Monti, si è inventato da qualche anno a questa parte i corsi di formazione permanente per i professionisti e quindi anche per i giornalisti con la tessera dell’Ordine e, come per loro, per me pure. Demitto auricolas anche se, al passare cinque ore ad ascoltare (spesso) il nulla mi pare di avere una palla di ferro alla catena legata alla caviglia destra e le manette ai polsi. E dunque eccomi, ieri, di bel bello nella Sala della Protomoteca al Campidoglio dove si tiene un corso che vale tot punti e non chiedete di più perché, nel mio bloc notes, appare la stessa scritta che il povero Luigi XVI annotò il giorno della presa della Bastiglia…
Ero lì, in mezzo a tanti colleghi, o meglio ex visto che io non lavoro più se non per qualche amico che, in ghost writer, me lo domanda. E ridevo tra me al pensiero di che cosa avrebbe detto di tutto ciò il mio Giampiero, caporedattore della redazione romana del Gazzettino di Venezia, ai tempi miei. Lui che se la prendeva con i “cretini laureati” e che pensava che i giornalisti si formassero solo per strada, parlando con la gente e non certo contando i like su Facebook e i tweetter. Ah, Giampiero mio, pensavo e nel guardarmi attorno mi pareva che lui, ironico, pungente, dai teneri capelli bianchi, fosse più vivo di quelli che avevo intorno per davvero. Vabbè, ma intanto devo trovare una via di fuga, mi dico, perché a star qui tante ore a sentire questo e quello proprio non resisto. Detto fatto, eccomi a scender le scale sulla sinistra per recarmi alla toilette che è sempre un bel posto, secondo me, dove rifugiarsi con i propri pensieri clandestini. E mentre seguo la via, oh beata me, mi imbatto nei busti di marno di quanti hanno fatto, loro sì, grande questo piccolo Paese a forma di Stivale. C’è il mio amatissimo Domenichino! E Galileo, pensoso. C’è Masaccio, c’è Mantegna con un gran nasone; c’è anche Benedetto Marcello e c’è Paisiello. Toh, guarda,  Annibal Caro, il traduttore di Virgilio e giù, lì dove le scale terminano in gloria, un vecchio tappeto arrotolato ai piedi del gran muraglione che rimane del tempio di Giove Ottimo Massimo…
Riemergo in platea e sorrido ad altri busti vivi, laggiù, in fondo, sulla sinistra, riconosco Dante! Mi consolo così, tra gli spiriti magni, mentre sullo schermo compare, come fosse del Divin poeta, una frase pronunciata da un certo collega (di cui taccio il nome) che conosco per averci lavorato a lungo insieme… Sospiro, sorrido e via, il tempo è scaduto, la lezione finita e io sono di nuovo libera nel sole e nel vento di questo giugno di fuoco e fiamme.

mercoledì 7 giugno 2017

Vento di Sardegna

Gatto combattente a Cala Girgolu
Dalla Germania e da altri posti ancora, ecco, per motivi che sono, diciamo così, condominiali,  una pioggia a incrocio di mail in cui si chiedeva pulizia e decoro per la bella spiaggia di Cala Girgolu, anello d’oro della baia dove tante belle ville bianche e gialle, come altrettante gallinelle alla cova, si godono, tra le bouganville i plumbago, profumato di mirto e di corbezzolo, il venticello di ponente e il bel sole sardo acceso. Si chiedeva pulizia e decoro e ben vengano tutti  e due in questo mondo a gambe all’aria che pare rovesciato nei valori e nella quotidianità! Nel silenzio, va da sé, mi aggiungo al coro, ma senza scrivere punto ché la scrittura mia la conservo e la risparmio per dire due parole d’amore proprio per l’incanto perfetto di quei luoghi baciati dal divino dove io, per grazia e per la carezza della sorte, sono arrivata ancora bambina. E dove ancora adesso vivo, nel respiro del mistero.
Ricordo, ricordo come fosse appena ieri che al risveglio, infantile, in quella protostoria ancora tutta da scrivere del destino mio, nel bel pigiama bianco, ereditato dai fratelli, uscivo sulla veranda ad aspettare che il disco solare sbucasse in allegria dall’alto dell’aldia bianca che si ritagliava un posto sull’altro lato dell’anello. Ricordo, ricordo come fosse ieri che all’apparire del sole, tutto s’accendeva e anche il mio cuore. Ricordo, ricordo che gli occhi miei passavano dal cielo al mare che, toccato dai raggi, si colorava come d’argento e seguivo, con lo sguardo serio dell’infanzia, il vento che soffiava ora di qui e ora di lì per decidere la sorte della giornata. Se era ponente (o almeno così lo chiamavo io), il cielo spazzava via le nubi e impossibile era rimanere in spiaggia per la sferza della sabbia che colpiva gambe e anima e cuore. Se era levante, sfilacciate le nubi popolavano l’orizzonte e da mano manca, dalla terra arsa, potevano anche arrivare i cumuli e la pioggia. Ricordo, ricordo che bambina mi sentivo tutt’uno con quel cambio d’umore del giorno. E anche io vivevo nel vento, che mi chiama, le mie fole

venerdì 2 giugno 2017

Concerti casalinghi

Una modella davvero deliziosa per la bennibag con le margherite: vi presento la bella e dolcissima Cecilia!
Il mio caro, carissimo amico, Professor Zempft, musicologo e melomane, avrebbe tanto e tanto da scrivere essendo andato, negli ultimi tempi, molto e parecchio in giro per concerti romani, ma per ragioni tutte sue, che sono misteriose come la sua lingua tedesca, non mi manda neppure un rigo e io me ne rimango a bocca asciutta ad aspettare che al prossimo concerto sia ispirato, chissà, e mandi le sue eleganti righe che danno valore al mio piccolo angolino sul web.
Mi consolo ascoltando un bel disco che mi ha regalato e che mette in musica i gorgheggi e le cantate delle fanciulle veneziane del prete rosso, ovvero le orfanelle di Antonio Vivaldi. Che voci, che melodie di paradiso! E si capisce perché, ai tempi loro, erano famose come e di più delle rockstar di oggi che io neppure conosco né mi viene voglia di farlo. Eppure, eppure, più belli ancora dei concerti veneziani di Vivaldi io ho il privilegio di ascoltare due volte al dì, ossia alle quattro di mattina e poi verso le sei di sera quando il giorno stanco si prepara il giaciglio per andare, travestendosi d’ombre, a dormire, un concerto tutto quanto speciale e che gli uomini, per quanto si sforzino, non sapranno mai imitare per quanto si chiamino Mozart o Beethoven... E’ il concerto degli uccelletti, passeri e fringuelli, che abitano, pur invisibili, il cortile interno del palazzo dove vivo.
I trilli rispondono ai cinguettii, ora di qua si chiamano ora di là si rispondono, in allegri duetti e poi nel silenzio rotto appena da qualche nota magica: doremi, doremi, in scala maggiore e minore, in salite e rapide discse come di ruscelletti d'acqua. Zampilli e spirali di allegria in musica preziosa. Cantano il giorno, al risveglio, e alla sera, quando anche io conto i minuti per spegnere la luce. Cantano e a me sembra, ma so che è un’illusione, che ripetano il mio nome “Ester! Ester!”, chiamandomi nel mondo loro dove io vivo per privilegio di grazia divina. Cantano e io, nel mio cuore, canto con loro nella gioia sempre rinata del creato che in loro vive.


domenica 28 maggio 2017

Il custode del gregge

Qualche tempo fa, non so mica in quale occasione e poco mi interessa, il Papa (e lo dico chinando il capo nel rispetto che debbo al successore di Pietro) ha  detto che , e cito per non spararle grosse e per, abbassando la mia, dar voce al fiato suo che viene da Oltretevere, insomma ha detto che “anche dentro la Santissima Trinità stanno tutti litigando a porte chiuse, mentre fuori l’immagine è di unità”. Parole, le sue, che a me han fatto male, come una pugnalata, diciamo così, perché con i Santi non si scherza e figuriamoci poi con la Santissima Trinità che è il mistero più solenne e grande che ci portiamo nel cuore e nel quale io beatamente vivo.
Ma passi (il mondo neppure se n'è accorto) e vado avanti perché al Pontefice piace, a volte, mettersi il naso rosso dei clown e dire anche che Gesù, sulla croce, “si è fatto serpente e diavolo”. Altre parole come frecce che a me hanno fatto male come prendere il morbillo al mare, quando tutti sono in spiaggia e noi a letto con la febbre (avevo quindici anni quando mi è capitato…) e so di che cosa sto parlando. E mentre di male in peggio, mi leccavo le ferite dell’anima ferita da tanto straparlare, qualcosa, invece, mi sussurrava all’orecchio e mi diceva che tutto questo non era nuovo per me, che lo avevo già sentito, che era già stato detto, ma da chi, mi domandavo…
Poi, ecco, nel lume della non conoscenza, la memoria mia, fatta gazzella, salta di sasso in sasso per superare il ruscello degli anni passati ed eccomi a Lisbona, ragazza e sto preparando la mia tesi di laurea su Fernando Pessoa, china sui libri nella bella Biblioteca nazionale. Leggo tutto quello che posso e trovo di Fernando Pessoa per scendere a spirale nel suo abisso e ritornare a galla con gli strumenti per commentare un brano di poesia in prosa dal titolo "Nuvole", che è parte - due paginette appena - del Libro dell'Inquietudine. E che è l'uovo della mia laurea...
Sì, sì è questo il cammino di Pollicino che, a forza di miche, mi condurrà sul sentiero giusto. Sì, sì, Pessoa. O meglio uno dei suoi eteronimi, Sì, sì, Alberto Caeiro, il “custode del gregge”. E’ lui, è proprio lui che, nella sua poesia bucolica "O Menino Jesus", parla del bambino Gesù che stanco della colomba "stupida" (lo Spirito Santo) e del suo altro padre "falegname", decise di scendere sulla terra e racconta al poeta (che lo sogna) tutta una serie di spiritosaggini sulle perone Sante… Ricordo che anche allora rimasi di sale. Ma Pessoa, o Caeiro, mi dicevo, era un poeta, un ateo, anzi una persona di un’altra religione. E di certo non era Papa.


lunedì 22 maggio 2017

Pollo arrosto

Sotto un sole che sembrava elevato alla terza, spedita in abbrivio sulla Prenestina, eccomi lanciata con la mia Cinquecento verso la Esselunga che, da quando è aperta, è protagonista assoluta delle mie spese. Altrove non vado e devo dar ragione ai milanesi che la considerano unica e sola. Tali e quali a me. Insomma sono lì, nel traffico matto di questa Roma infuocata di maggio e vado e torno, piena di bennibags ricolme di questo e quello, e giunta all’altezza di via Panisperna, in odore quotidiano di casa, ecco il solito spettacolo del degrado al quadrato che tutto trascolora; immondizia indifferenziata che erutta dai bidoni della differenziata e persone di tutti i colori che frugano con i bastoni in quel mare per pescare i pesci loro e poi, ecco, i venditori di acqua fresca, tutti piccoli, colorati, tutti illegali a vendere acqua presa - e chi lo sa - dalle fontane e che parlano a stento l’italiano.
Benvenuti a Roma, la città dei Cesari e mentre, dolente, proseguo il mio cammino, ecco sbucar dal nulla due carabinieri, un lui e una lei, tutti e due giovani e carini e anche sorridenti. Oh no, mi fermano. Mi fermo e comincio a rovistare tra le carte per trovare i documenti richiesti che trovo ora uno ora l’altro, sotto gli occhi severi del ragazzo che mi spiega (a me che ho il triplo dei suoi anni) come si vive a Roma… La signorina che ha l’accento siciliano mi domanda se ho fretta. Gentile, ma che carina, voi che cosa avreste risposto? No, no per carità, rispondo come il sarto di Manzoni, si figuri, mentre penso alla mia spesa che si squaglia al sole e penso che hanno occhi solo per me e per la mia macchinetta mentre, intorno, Roma ha la febbre alta, sanguina, tossisce, langue e si lamenta. Invano. Vabbè, dai, a pranzo c’è il pollo arrosto!

giovedì 18 maggio 2017

La zuppa della sera

bennibag in forma di rosa
Quando cure e preoccupazioni mi svegliano la notte e, accesa nel mio occhio aperto, guardo al mare delle cose per come si sono svolte e le pieghe dei dettagli in cui si annidano gli errori, io so,  perché lo so, che fuggire è piccola cosa inutile e insignificante. Essa, la croce, ci raggiunge a modo suo nelle curve a zig zag della vita che si rincorre nel novero dei giorni. Lo so  - perché è questo il sugo del nostro santo credo – e così senza scappare io mi carico di tutto quanto, al pari di qualcuno che amo su ogni cosa, e, curva sotto il peso, come schiacciata mi avvio per il mio cammino, incurante dell’attorno, delle chiacchiere del mondo e di tutto quel che mi circonda. Andar per la mia strada, nelle tre virtù teologali, è, per me, lume e grazia. Così, in questi giorni di travaglio, mi ritrovo ardente di felicità, come fatta anche io parte del creato.
Pensavo a questo e ad altro così quando, qualche giorno fa, ho incontrato per la via una certa signora che, ad ogni nostro abboccamento casuale, tra i baci e gli abbracci, non fa che elencare le sue grane e disperarsi, pesando sulla mia spalla. Essa cerca, pesando su di me, di sgravarsi dei chili tanti delle pene, ma non sa, meschina, che a nulla vale, che non siamo affatto unite come affluenti di fiumi.  Ognuno di noi ha un panierino dove conta le piccole e grandi croci sue e portandole, solo portandole, esse diventano peso leggero. Chi scappa, invece, non fa che ritardare l’incontro. Che comunque ci sarà. Ed ecco perché ho sorriso quando la mia amica, stanca di lamentarsi con me, ha adocchiato un’altra conoscente e via, spedita, a tentar di rovesciare addosso a lei il suo cestinello. Le ho viste che andavano via allacciate e ognuna, lo giuro, aveva sulle spalle una gerla (io l’ho vista!), di quelle che portavano le nonne nostre quando, al ritorno dai campi, tiravano su qualche erbetta per cucinare la zuppa della sera…

giovedì 4 maggio 2017

Giù, dabbasso

A volte, per amore solamente, torno giornalista professionista e seduta al computer dello studiolo, scrivo, su commissione per un sito che parla di animali e ambiente, il mio bel pezzetto liscio liscio, come ai tempi del Gazzettino; un articolo, diciamo così,  pulito, senza i condimenti miei (che poco sono graditi dalla professione), una cosina rotonda, piatta, piatterella, con in testa la notizia e il corpo tutto quanto disegnato nel rispetto sacro della regola delle cinque doppie vu (5W) che in me è come scritta nel sandgue e nel Dna. dopo ventitrè anni di lavoro. Scrivo, di consueto, pezzi che parlano di cani randagi, di scimmie rare trovate nel Borneo, di elefanti uccisi dai bracconieri nel parco del Serengheti e altri argomenti così, presi a caso, nell’immensità del creato che tutti ci abbraccia.

Scrivo, certo, tutta concentrata, come sono sempre anche, mettiamo, per far nevicare un pizzico di sale nell’impasto della torta al cioccolato; scrivo, dunque, di questo e di quello e, come d’incanto, eccomi in Africa ad inseguir leoni o a misurar l'inquinamento del Mar Nero… Sono lì, ma anche altrove. Perché quando me ne sto seduta al computer, in faccia alla finestra grande, che inquadra, lassù, un angolino tutto mio, libero dai palazzi intorno, uno scampoletto di cielo  azzurro, fresco di  bucato, un quadratino di quiete e sogno, che sembra, nello splendore suo (che è anche il mio), un lembo svolazzante del manto della Madonna: io, insomma, in quell’immenso piccolino, mi perdo tutta quanta e sento, vivo, lo strazio per le tante misere parole (le mie) che sono nulla a petto di  così tanta luce. Mi perdo, sì, mi perdo e chiudo gli occhi, le dita si riposano sui tasti come addormentate e me ne vado via, per mano a Elisabetta mia, su su nei cieli alti miei (che sono, volendo, di tutti). Ma una voce mi richiama e giù dabbasso, nel mondo dove vivo, una voce che amo: “Mettici anche la storia del coccodrillo che si è mangiato il cacciatore…”. Giù, dabbasso.

giovedì 20 aprile 2017

Buon compleanno dolce Roma mia!


Di rado oramai me ne vado a passeggio per la mia bella Roma ferita dal mondo all’incontrario. Di rado, dico e scrivo, perché mi ferisce vederla ridotta com’è e oggi che è il suo bel Natale glorioso (21 aprile 753), invece di andarmene, che ne so, fino a Santa Maria Maggiore (cosa che invece farò per motivi che terrò legati al cuore) a salutarla in bacio di dama, chiudo gli occhi, li strizzo per benino per cancellare tutto quanto, sano, il presente tristo, e la immagino bella com’era nella mia protostoria antica, quando, bambina, per andare all’Istituto Mater Dei, che era sentinella su Piazza di Spagna, attraversavo, a capo del Pantheon (capolinea dell’autobus, allora, numero 94) il centro addormentato. C’era, nell’aria profumata, il presentimento della giornata futura, che a me regalava l’incanto del mistero rinnovato, camminavo come tasognata in quel frizzantino pulito che mi accarezzava guance e cuore. Camminavo lungo la silenziosa e ombrosa Via del Seminario, una serpe divina nel cielo chiuso lassù, e poi esplodevo a Piazza Sant’Ignazio, in quel palcoscenico settecentesco che è un inno alla bellezza pura, per come ce l’ha regalatail Signore e noi a specchio per lui. Via del Corso mi rapiva, nel suo splendore vivo e poi giù, verso Piazza del Popolo, per risalire lungo la Via dei Condotti, che, nobile come sembra ed è, non è altro che una striscia di strada costruita sulle tubature che portano l’acqua vergine alla Fontana di Trevi. Via dei Condotti, appunto… Perché le strade romane avevano nomi di significanza non come quelle venute poi con i piemontesi che portavano (e portano) nomi e cognomi dei loro eroi del Risorgimento e dell’unificazione…
Quando, in lontananza, vedevo roseggiare le azalee spettinate che facevano da soldatini, nei loro bei vasi, lungo la scalinata che conduce alla Trinità (dei Monti), sapevo che il mio pellegrinare era finito e che presto, in divisa stirata e cuore allegro, avrei recitato il rosario in cappella, fatto l’ìnchinetto alla Madonnella ai piedi delle scale di marmo e poi su, in corsa allegra e in spirale matta, per un nuovo giorno… Buon compleanno dolce Roma!
Aspettando la domenica in albis, prima bennibag post-pasquale...

giovedì 13 aprile 2017

Buona Pasqua!

Splendeva di oro e profumava d’incenso, ieri sera, la magnifica basilica pontificale di Santa Maria Maggiore dove, alle sei di sera ( fino alle otto), si è celebrata, nel respiro di quiete del canto gregoriano, nel din, don dan della campane di Agnone, la Messa in coena Domini, la messa cioè che ricorda l’ultima cena del Signore, la messa dell’istituzione dell’eucarestia e della lavanda dei piedi. Tra i tanti, in seconda fila, c’ero anch’io, persa nella solennità, immersa nella vita vera, santa (nel senso vero della parola, cioè separata) dal mondo che, fuori dalle porte basilicali, celebrava invece i suoi consueti riti quotidiani. C’ero anche io, certo, ma c’era anche una certa signora un poco colorata in viso che portava ritto sul capo un cappelletto di pile color arancio e tutto frange che somigliava, nell’arcano che a volte gioca i suoi tiri, alla cresta di un gallo. E questa signora qui, in prima fila, ogni tre per due, faceva udire i suoi chicchirichì. Io non so che cosa avesse da dire o da protestare, poverina (e la compiango), ma le sue intemperanze, questo posso ben dirlo, erano come  parlare di calcio di fronte a un tramonto sul mare, quando i colori del cielo sono sfumature dell’anima e il silenzio è sovrano. E sia, ha continuato la signora fin durante la processione, rovinando il Tantum ergo e quasi quasi finiva per rimediarsi un pugno da un signore che, al contrario di me, la pazienza non l’aveva messa in tasca e nel cuore…
Per augurarvi buona Pasqua, manderò un coro di passeretti canterini alle vostre finestre, nella magia del mattino presto quando l’incanto del giorno è ancora raccolto nell’uovo, l’uovo della Santa Pasqua: auguri!


sabato 8 aprile 2017

Ricreazioni all'Istituto Mater Dei

Sarà che questo sole lucido, radioso, sfolgorante mi brucia il cuore d’amore per il creato, sarà che è aprile, il mese della resurrezione, sarà per tutte queste ragioni legate in un fascio e così sia ma oggi, nel mattino dorato in cui  palpita il divino, mi sono tornate in mente le ricreazioni all’Istituto Mater Dei.
Per la ricreazione, quando suonava la campanella alle dieci e tante precise, noi tutte (del ginnasio e del liceo) alunne dell’Istituto Mater Dei esplodevamo al sole  sul terrazzo che giace ancora adesso, bianco e come svenuto, sotto gli occhi attenti delle torri gemelle della Trinità dei Monti. Era un pascolare in bianco e blu, a gruppetti, a due a due, in solitaria e c’era chi mangiava la pizza rossa (come una certa Marina) e c’era chi sbocconcellava un  biscotto e chi, niente di niente, come me perché per noi Ponti la merenda non era nel calcolo delle vivande quotidiane. Io me ne stavo con una certa ragazzona dai grandi occhi celesti e dallo sguardo neutro, a leggere con lei i lirici greci tradotti da Quasimodo oppure con la mia preferita, la R., che era la più carina della classe e tanto piena di ragazzi che all’uscita, al portone di San Sebastianello, a prenderla c’era una coda di macchine e tutte lucide e con il telefono dentro (che allora era un portento…).

Musica nelle mie orecchie i versi di Quasimodo e musica il cicaleccio allegro della R. che ancora adesso ricordo con affetto e so pure chi ha sposato e come, adesso, vive sola in una certa bella casa a un tiro di sasso da Piazza Navona. Musica, certo ma il cuore, il cuore sobbalzava, quando Marina (ma non accadeva sempre), mi offriva, generosa, un morso della sua pizza rossa, d’olio e d’amore, comperata in un negozietto (che non c’è più) in Via della Croce…