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venerdì 16 dicembre 2016

Noantri erimo romani

E ora che la Virginia a cinque stelle sta perdendo la sua buona stella, poverina, iniziando ad assaggiare il gusto amaro del governare (che non è salir su un palco a fare il Vaffaday), chiede scusa, poverina, e dichiara, innocente, di essersi sbagliata e non le importa un fico  se in questi sei mesi perduti, a pagare il conto sia stata la nostra bella, bellissima Roma abbandonata a se stessa e sgomenta; no, chissene, lei ci riprova, caparbia, coronata delle cinque stelle…. E a noi che già abbiam subito tutto quanto dalle parti di Palazzo Chigi e oltre, non resta che un sospiro e la speranza di Rossella O’Hara… Sì, sì, ma per fortuna, siccome di grandi italiani in passato ce ne sono stati, ecco che in soccorso al nostro morale arriva la mia Dolores Prato con un volume fresco d’ovetto nuovo, appena uscito per i tipi di Quodlibet e che si intitola “Voce fuori coro” e che doveva raccontare l’Unità d’Italia e Porta Pia e i savoiardi dalla parte dei romani che si videro annessi a un’Italia che capivano come un eschimese i caratteri cinesi.
Il libro è e non è perché Dolores non lo scrisse mai, nel senso che è solo fatto di frammenti luminosi, di scintillanti intuizioni, perle di comprensione e sapienza; un libro ricostruito col bisturi dalla curatrice  Valentina Polci (che ringrazio con una riverenza). Un libro che vale tutti i suoi 25 euro per il lavoro tanto che è costato e perché Dolores, nella sua penna vivida, colorata di verità, profonda come il mare delle Marianne, svuota come un sacco la retorica spavalda del Risorgimento, raccontando, a brani, a tratti, in un abc di verità, tutta la nostalgia grande che i romani papalini ebbero nel veder trasformata la loro piccola, immensa Roma, in una Capitale grande e grossa come Parigi. Roma, che era, nella sua piccolezza di marmo e travertino, incoronata di ville, orti, basiliche e giardini,  Caput mundi, si rimpicciolì, mesta, coprendosi di cemento, e, sventrata del suo cuore, divenne Capitale
E per capire lo spirito di tutto questo, due righe della Doilores che parlan più loro di un re: Il dialogo è tra nonno e nipote. Il primo raccontava sempre le sue storie (e ora comincia la mia citazione che dura fino in fondo al post…) dicendo “Quando gli italiani entrorno a Roma…”, e un giorno non potè farne a meno, lo interruppe.
-Scusa, sai, ma voialtri che eravate?

-Noiantri erimo romani!

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