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mercoledì 23 novembre 2016

Nella luce d'oro

Poiché eravamo cinque fratelli, cinque come le dita di una mano, non c’erano abbastanza stanze, in casa Ponti (pur grande com’era), per ogni figliolo. E siccome mia sorella (che mai mi fu sorella), non voleva dividere la sua con me - che ero sorellina minore - dormii per diciotto anni di fila, al piano di sotto di un letto a castello che era, vivo il ricordo, di acciaio pitturato di rosso fuoco. Al piano di sopra, mio unico fratello nelle temperie della vita in quella casa troppo grande che pure non aveva spazio per me, c’era Marco. Avrei dato un perù per dormire una volta, una volta almeno, all’attico, ma no, giù, al piano di sotto, quello che abitai (ma il letto a castello allora era un altro, in bambù, forestiero e alieno) la notte prima di sposarmi. Ricordo il pensiero mio tornare alla mia prima giovinezza quando, nel buio, dicevo a marco: “Parliamo un po’?”. E confortante, arrivava la sua voce e il sì di velluto che cominciava il nostro tenero parlare, tra fratelli, nel tepore del letto caldo finché le parole non diventavano sonno e oblio…

A diciannove anni, per volontà di una sorte capricciosa, ebbi la stanza da sola e tutta per me. Ricordo ancora la gioia del possesso, quell’angolo che era tutto mio e mio soltanto. Avevo il pianoforte, i miei libri su una piccola libreria; avevo la mia macchina da scrivere Olivetti (dono di mio padre, l’avvocato) e avevo già, in nuce, la mia vetrina delle meraviglie. E ricordo, come fosse ieri e ancora vivo in me, la gloria del mattino presto quando sveglia con gli angeli alle sette, vedevo i raggi del sole entrare di tra le taparelle appena schiuse e sapevo, senza guardare l’ora, che dovevo alzarmi per andare a scuola. Era mia, ora lo so, anche quella luce d’oro… 

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