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domenica 30 ottobre 2016

Il presepe di Mary Poppins

Una bennibag color castagna del bosco per un autunno felice
Di Pamela  L. Travers, fino a qualche tempo fa, sapevo soltanto (come molti) che aveva scritto Mary Poppins (la cui serie, tutta quanta  in english, a righe azzurre e rosa e verdoline ho letto ancora ragazzina, deliziata dalle avventure  mie e di Jane e Michael…); sì, sì, sapevo questo e niente altro. E siccome, non so perché, mi sono riletta per intero “Mary Poppins comes back, trovandola una scrittrice in nome e cognome e di primissimo ordine, ho cominciato (come faccio sempre per antica abitudine di innata filologia) le mie ricerche. E ho scoperto che la Pamela (tutta miele) in realtà si chiamava Helen , che non era nata affatto a Londra, ma in Queensland d’Australia, che, donna di quaranta’nni (come Katherine Mansfield) si era innamorata – diciamo così – di Gurdjieff e lo aveava seguito negli equlibrismi precari (per me) della gnosi, scrivendo un libro dal titolo assai carino “What the bee knows”. Ho scoperto anche che a quarant’anni suonati, bramando la maternità, si è presa un bambino irlandese, strappandolo alla famiglia e al suo gemello. Sì, sì, proprio così, ha adottato un gemellino e l’altro l’ha lasciato a casa sua… E mi chiedo, e forse mi rispondo, perché mai lo ha fatto e quale gioco pericoloso rincorreva nel suo volo d’aquilone con il parrot umbrella…

E ho scoperto anche che la Mary Poppins le fu ispirata da una zia, Zia Sass, alla quale ha dedicato un libricino davvero delizioso che io mi sono comperata in inglese, ma che so – per chi lo volesse – che è stato tradotto da Sellerio nella collana “La Memoria” (che mi piaceva tanto quando ancora era viva l’Elvira…). Tra tutte, bellissimo è l’ultimo raccontino, dedicato a un irlandese, che nella grama vita sua aveva un tesoro fatto di statuine in legno, un piccolo, prezioso presepe, con canguri e koala invece delle pecorelle…

martedì 25 ottobre 2016

Ottobrata romana


Mi hanno donato tanti, tansissimi cachi e questo è il dolce mio, nell'arancio profondo
Per motivi vari e a volte anche un poco buffi, me ne sono andata in giro per la mia amata Roma a far commissioni, prima fin su alla Chiesa di Santa Maria della Vittoria (in silenzio davanti all’estasi di Santa Teresa) e poi giù a Piazza San Silvestro che, con quei seggioloni di marmo e nessun negozio intorno pare oramai condannata a fare da Sahara alla Capitale, fino poi, e ancora, al Collegio Romano, dove, bello ancora e imponente, sonnecchia il gran palazzo che fu dei gesuiti e che adesso ospita il liceo classico Visconti. E qui e lì, in un viavai festoso, a piedi leggeri, guidata in balzo da Ermes, mi trovo a incontrare personaggi che di solito si vedono in televisione e che visti così, da vicino, sono più o meno come siamo noi, di carne e sangue e poco più. Sulla Via della Mercede, con quell’aria un po’ così da politico in vacanza, incontro un verde (o forse ora è del Pd, non lo so proprio…) ed ha la faccia della famosità alla quale neppure so, oramai, associare il nome. Ma tant’è. Subito dopo, neanche a contar due, mi trovo faccia a faccia, in occhialoni e coda di cavallo, la Carmen Di Pietro. Di pomeriggio, poi, sul Lungotevere, il capello fulvo al vento, è proprio Antonello Venditti che si fa ritrarre, in compagnia, in un selfie. Camminano come noi, anche loro, nel traffico, nel frastuono romano, con sguardi spersi (pure loro) in questo mondo che, in capriola, pare andare a zampe in su. Allegria, mi dico, e felice continuo sui miei passi sicuri nell'oro acceso (anche troppo) di questa ottobrata romana…

mercoledì 19 ottobre 2016

In ricamo di margherita

Tante benniposh fiorite di merletti...


Nel dorato, mio, ritorno, in fondo al cuore le parole sante di chi so io e che certo non svelo, mi capita, con l’anima allegra,  tornata giovinetta, in ricamo felice di margherite; mi capita, dicevo, di  gironzolare per la mia bella Roma e di trovarla, ahimé, sempre più avvilita. Mi pare, nel camminare tra San Marcello e la Gregoriana, dopo un sorso d’acqua preso (e grazie!) dal bottaio di marmo, di udire la sua voce triste in rimpianto di tempi, passati, e assai migliori. Non sono certo io un laudator temporis acti, alla maniera, diciamo così, di Marziale e Giovenale (i quali dimostrano che sempre gli uomini sono tali e quali a se stessi…), ma mi piacerebbe – questo sì, veder togliere dai Fori imperiali tutte quelle robe gialle della metropolitana che rendono tutt’altro che imperiale il bel viale dove, in ave Cesare, gli imperatori osservano, attoniti, il via vai dei turisti con bottiglietta d’acqua, stecco per il selfie, iseguiti dai venditori di ombrelli anche quando splende il sole…

Mi piacerebbe anche che il Colle Oppio tornasse ridente giardino e non accampamento urbano e stenditoio. In attesa, beata nel tramonto che prelude alla sera dell’incantamento, corro a preparare la cena per la famiglia mentre ripenso, tutta in me, a una chiesetta romita, arrampicata a mezza collina tra il Quirinale e la Piazza Venezia, una chiesetta dedicata al Carmelo e sconosciuta anche a certi professori della Gregoriana, dove la Madonnina è una bambola vestita d’argento e di stelle dove e Gesù bambino somiglia tutto quanto al mio Giovannino della Furga che è ancora mio, nonostante i tanti anni…