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lunedì 19 settembre 2016

L'oro e l'arancio della Sabina

Perché ho amato la Sabina come si ama qualcosa di perduto e ritrovato, non so. Non so perché quelle colline verdi, in danza di ulivi d'argento, mi hanno rapito l'anima, no, proprio non lo so. Non so perché, nel verde della Valle Santa, mi sono sentita come chiamata a tornare dalla ninfa eco che, in quelle verdi balze, raminga andava. Ero alla guida della mia Cinquecento bianca, con il mio piccolo in sonno nel sedile di dietro, e scendevo dall'Umbria dove, a un battesimo, avevo salutato un Tristano sul Clitunno e, in me, lavorava l'incanto di quell'abbraccio silente. Guidavo e guardavo, rapita, lo smeraldo e l'azzurro che mi stringevano il cuore di una malinconia allegra; guidavo e respiravo l'oro e l'arancio dell'autunno che dipingevano intorno le loro eterne malie.
No so. Non sapevo. Tornata alla verità, nelle mie radici quirite, risvegliate dalla sacra colomba, ho capito (ma svelarlo non voglio) e so che cosa mi ha spinto e perché, nell'amore del seme che sempre rinasce, continuo a tornare come se tornassi, bambina, a casa...
E ora che conosco le storie di sabini illustri per aver letto un volume di cui scriverò presto l'autore (in cui si parla, tra gli altri, di un grande pittore sconosciuto ai più: Calcagnadoro...), vi voglio parlare di un grande imperatore sabino, Vespasiano, il quale, per chi non lo sapesse, era nato a Cittareale, e bambino era stato tirato su da sua nonna, Tatulla (ah, un nome d'amore!), nei pressi di Accumuli, lì dove oggi si piange per il terremoto. C'era in Vespasiano tutta la forza dell'imperium condita nel sale e nel pepe della simpatia fescennina. Generale e imperatore, diede a Roma il Colosseo (l'Anfiteatro Flavio), una tassa sulla pipì (pecunia non olet) e un figliolo Tito, noto come "delizia del genere umano". Vespasiano, lì  lì per morire, ricordandosi di essere imperatore e quindi divino, disse: "Puto deus fio"... E morì. In piedi. 

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