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sabato 24 settembre 2016

bennibags nel cosmo


Dal mio angolino casalingo, vedo, lassù, un ritaglio di cielo turchino, trapunto di foglie verdi che fan contrasto con il giallo zafferano del gran palazzo seicentesco che si affaccia, come il mio, su un cortile segreto dove io, quando il sole picchia d’estate vado, per così dire, nel mio mare romano.
Dal mio angolino casalingo mi pare, in quell’angoletto di colorata meraviglia, di ammirare tutta quanta la bellezza dell’universo e, creatura (tornata creatura, figlia dell’uomo), ringrazio e m’inchino davanti al piccolo, piccolissimo che si fa grande agli occhi miei, aperti per privilegio divino alla legge leggera, semplice, vera che tutto regola in danza di cosmo…

Io, quella legge, quel cosmo ordinato e solenne provo a viverlo, in combattimento sereno, nel giorno in giorno, nell’ordine della mia esistenza nuda, di gioia, dormendo quando il sole, in pigiama, chiude il suo occhio di fuoco e la notte, silente, apparecchia la sua tavola di stelle lucenti. E così, lo stesso, quando cucio le mie bennibag, ecco che il mio cosmo segreto si fa fiori e righe e  ricami e fiori di lana, e poi se ne va, benedetto, in giro per il mondo, nel suo chic quotidiano…

venerdì 23 settembre 2016

Pranzo alla trasteverina

Le belle bambole Inge di Norimberga
A volte - quando Pulcinella, diciamo così, ha la pancia piena - ho il privilegio di andar con un'amica in un supermercato molto speciale, chiuso tra mura antiche che rendono un altrove ciò che è invece nella Città Eterna. E dentro, nel tripudio di trecce di bufala, carne di tutti i tipi e colori, cioccolate svizzere e francesi, burri bavaresi in azzurro e bianco, passo del tempo con questa grande amica a parlare dell'Istituto Mater Dei, dove, bambine, ci siamo conosciute e dove abbiamo passato, sedute in lontananza (e allora guardandoci in cagnesco) tredici anni in quel cosmo ritagliato nel caos della modernità, addormentato lungo la discesa di San Sebastianello. Sempre (dopo la corsa per il pesce fresco che viene da Anzio), la prima domanda, tra noi due, è sempre: "E il Mater Dei?" E ci scambiamo notizie su questa e quella, ricordando nomi e cognomi delle belle della Terza Liceo (di allora) e delle sister che hanno lasciato uno stampo di miele nella nostra anima. A volte sono racconti lieti, altri tristi perché, si sa, il tempo scava impietoso nell'album delle vite altrui. E c'è anche chi se n'è volata via ed era la prima della classe, con l'erre moscia e due grandi occhi celesti aperti sulla vita che sembravano non dover chiudersi mai...
E proprio di lei, di Annalisa, abbiamo parlato anche oggi e non solo al supermarket, ma anche dopo, nella latteria di Borgo Pio, dove siamo solite, con il bottino seduto anche lui con noi sulle spoglie sedie di ferro battuto, prenderci un cappuccino con cornetto.
C'era anche lei, Annalisa, con noi, quest'oggi, nell'allegria del ricordo e nel mio rimorso, colorato di dimenticanza, di non aver partecipato a una certa riunione serale in Piazza Barberini...
Ma via, via, è ora di filare a casa e mentre me ne andavo a prender l'autobus tal dei tali, con le mie sporte cariche di roba, mi si avvicina un signore dall'aria trasteverina, il tipo del Ciceruacchio, di cui si è perso lo stampo oramai e mi chiede, senza sorriso e lì per lì, di invitarlo, di grazia, a pranzo...

lunedì 19 settembre 2016

L'oro e l'arancio della Sabina

Perché ho amato la Sabina come si ama qualcosa di perduto e ritrovato, non so. Non so perché quelle colline verdi, in danza di ulivi d'argento, mi hanno rapito l'anima, no, proprio non lo so. Non so perché, nel verde della Valle Santa, mi sono sentita come chiamata a tornare dalla ninfa eco che, in quelle verdi balze, raminga andava. Ero alla guida della mia Cinquecento bianca, con il mio piccolo in sonno nel sedile di dietro, e scendevo dall'Umbria dove, a un battesimo, avevo salutato un Tristano sul Clitunno e, in me, lavorava l'incanto di quell'abbraccio silente. Guidavo e guardavo, rapita, lo smeraldo e l'azzurro che mi stringevano il cuore di una malinconia allegra; guidavo e respiravo l'oro e l'arancio dell'autunno che dipingevano intorno le loro eterne malie.
No so. Non sapevo. Tornata alla verità, nelle mie radici quirite, risvegliate dalla sacra colomba, ho capito (ma svelarlo non voglio) e so che cosa mi ha spinto e perché, nell'amore del seme che sempre rinasce, continuo a tornare come se tornassi, bambina, a casa...
E ora che conosco le storie di sabini illustri per aver letto un volume di cui scriverò presto l'autore (in cui si parla, tra gli altri, di un grande pittore sconosciuto ai più: Calcagnadoro...), vi voglio parlare di un grande imperatore sabino, Vespasiano, il quale, per chi non lo sapesse, era nato a Cittareale, e bambino era stato tirato su da sua nonna, Tatulla (ah, un nome d'amore!), nei pressi di Accumuli, lì dove oggi si piange per il terremoto. C'era in Vespasiano tutta la forza dell'imperium condita nel sale e nel pepe della simpatia fescennina. Generale e imperatore, diede a Roma il Colosseo (l'Anfiteatro Flavio), una tassa sulla pipì (pecunia non olet) e un figliolo Tito, noto come "delizia del genere umano". Vespasiano, lì  lì per morire, ricordandosi di essere imperatore e quindi divino, disse: "Puto deus fio"... E morì. In piedi. 

domenica 4 settembre 2016

Il potere dell'acqua frizzante

Al Mater Dei, quando ancora Berta filava, si insegnavano il greco ed il latino con un metodo, diciamo così, gentiliano, legato con due nodi alla tradizione e io, ancora oggi, traduco con scioltezza da tutte e  due le lingue e ho anche dato lezioni ad Auri e ad altri che non nomino. 
A noialtre in basco e divisa, ci insegnava, con il pallino d’ovetto fresco per Orazio, la professoressa Cannovale che era piccola così, ridente, di pepe e sale, e con i capelli grigi e corti alla maschietta; il fare era brusco, ma l’amore che portava in cuore per quegli antichi nostri padri era di zucchero e miele e lo bevevamo, noialtre tutte, come da ogni poro della pelle, nutrendoci di loro per fotosintesi clorofilliana. A me (non ricordo percome) insegnò anche che, a Roma, esistevano tre tipi di poteri: imperium, auctoritas e potestas  e cercò, invano, allora, di farmi capire la differenza tra questo e quello e l’altro. Niente, non capivo, ma ora, per un caso che vado a raccontarvi, tutto mi è diventato chiaro e la Cannovale viva e vera è tornata a sbocciarmi dentro come un fiore d’autunno. Ero in un certo posto del Comune di Roma dove regalano un’acqua frizzantina e tanto buona che presto la voce si è sparsa e le file si sono fatte toste. Sicché io, con burbanza, ho cercato di mettere ordine tra furbetti (con molte bottiglie vuote) e furboni (con cisterne da riempire). Ognuno una bottiglia e poi, via, di nuovo in fila (ecco la potestas, cioè il potere di stoppare qualcosa ed anche l’auctoritas perché nulla li obbligava a ubbidire se non la voce mia). Tutti d’accordo, specialmente un signore davanti a me che aveva in caldo due bottiglie. Arrivato il suo turno, non ci crederete, ne riempie una e poi, subito dopo, anche l’altra. Vive proteste e lui spallucce. Sospiro: senza “imperium”, cioè il potere di punire, non c’è cosmo, ma solo caos. Come sapevano bene Augusto, la Cannovale e, vivaddio, ora  anche io…

venerdì 2 settembre 2016

Un dirndl per Wagner a Baireuth

bennibag con stoffa comperata a Monaco di Baviera, in un giorno di sole di speranza
Al Festspiele di Bayreuth si celebra, ogni santissima estate, l’apoteosi di Richard Wagner nelle opere sue, lunghissime, applaudite da un pubblico attento, infiammato da sacro fuoco, seduto, ognuno nella propria, in seggette che sembrano quelle degli asili di una volta, che sono pieghevoli e dure e scomode e vi si frigge dentro come nella conchiglia del dentista…
 Ogni anno, in quel bel teatro che sorride nel verde di un gran parco, c'è il Ring e Parsifal  e anche Tristano. Quest’anno, tra i tanti, c’ero anche io (per un intero Ring di circa 16 ore, sciolto in quattro serate) e, per l’ultima serata, “Il crepuscolo degli dei”, ho messo pure un bel dirndl per la gioia dei tanti americani (Sehr Shoen, mi dicevano, ridenti, fingendosi bavaresi, ma mica tanto visto l'accento a stelle e strisce…) che, nella vecchia Europa cercano ancora le radici che da loro sono state tagliate e via. E giravo, vestita alla bavarese (ma per me era tutto quanto friulano) tra le bellissime giapponesi in kimono fiorito, eleganti come ceri processionali..

Io, il dirndl, lo amo perché piccina ne avevo uno verde a fiorellini bianchi e un grembiuletto a fioretti rossi in campo bianco, che portavo a San Giuliano, nel mio Friuli giovinetto, quando giocavo, innocente, in santa semplicità,con i miei quattro giocarelli stenti: una carriola bianca e rossa, una bambola di coccio vestita di tulle rosa stropicciato e poi una bicicletta ereditata dai fratelli, (Bianchi, neanche a farlo apposta) e Wagner neppure sapevo che fosse esistito...