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venerdì 1 luglio 2016

Il tappeto d'oro

Conto i giorni, a due e a tre, che mi separano dalla sera in cui, imbarcata la mia Cinquecento nella pancia della nave accesa, sarò, come in sogno, di nuovo nella mia Sardegna amata, sarò di nuovo nella veranda mia di cotto rosa e calce, dove, bambina, giovano con la Bea e ragazza, distesa sul muricciolo, osservavo, a pancia in su, la distesa nera del cielo e le stelle, tante, in fuga, come in tappeto d’oriente, lassù, che mi facevano trasalire nell’immensità; le guardavo, puntini luminosi di eternità, e le sentivo, nel brivido, dentro: le stelle erano la mia verità, inseguita, cercata e infine trovata nel mondo quaggiù… Molte notti ho passato distesa su quel muricciolo e quando sorgeva, dietro l’aldia, la luna, il cielo metteva come un aureola di fiato bianco e la luna, la magica, dolce luna stendeva un tappeto d’oro sull’acqua in respiro d’onde, un tappeto d’oro che arrivava fino ai piedi bagnati di sua maestà Tavolara. Mi pareva, allora, di poter camminare sull’acque e, sola, come in chiamata divina, percorrere la strada che mi conduceva, in umiltà, sul mio carmelo, alto sul mondo…

E mentre, in questa notte romana, penso alla mia Sardegna, alla mia Cala dei Gigli e all’unico uomo che ho amato laggiù, un ricordo picchia all’uscio e c’è un’altra luna, una luna jesolana d’agosto di tanti anni fa, una luna che, come quella sarda, versa il suo oro sul mare, una luna rotonda che par quasi di poterla toccare tanto sembra vicina. E c’è un bambino, il mio bambino (che ora è quasi uomo) e ha appena due anni allora o poco di più e alza il ditino e dice, in sorriso giocondo: “Luna!”. E poi, per non far torto a chi gli parlava in inglese: “Moon!”. 

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