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domenica 10 luglio 2016

Come eravamo

Cerco, come Diogene l’uomo, la prudenza e la buona educazione che ai tempi miei, di Cesare e Pompeo, non erano chimere ma dame dai lunghi capelli di vita, capaci, loro sì, di affrontare a petto nudo come la carità, la dura legge di questo mondo a capo in giù. Cerco e non trovo più nella burbanza di certe ragazzine dai capelli blu, quella piccola io, con il basco in testa, penitenziale, in divisa bianca e turchine che, all’Istituto Mater Dei, salutava le sister, incrociando il piede destro dietro al sinistro per precipitare in un allegro inchinetto e: “Good morning sister!, diceva, in una modulazione di dolce inglese prima di volar via, in classe a studiare, a capo chino, come non si fa più, senza collettivi, occupazioni e altre invenzioni democratiche buone, per me, soltanto a distrarre l’anima e il corpo dall’amore per il sapere che si nutre del silenzio e della religiosa sequela della mente la quale, se turbata da mille Facebook, perduta in labirintiche ossessioni, in giudizi apodittici e categorici, mai potrà raggiungere le vette del sapere e neppure, evvia, l’uomo di Diogene…

Dico e scrivo tutto questo mentre ricordo il mio primo esame di letteratura latina all’università con il professor Michele Coccia. Portavo il IV libro dell’Eneide, quello in cui Didone, innamorata, implorava Enea di lasciarle almeno un “piccolo Enea” a consolarla, e mi piaceva così tanto quella ginnastica di esametri che ancora oggi, a volte, ne leggo un rigo o due per nutrire il cuore. C’erano, allora, a far l’esame con me certi ragazzi di una scuola pubblica, famosa a Roma, tutti quanti ben nutriti di politica e di Sessantotto (e poco, a mio parere, di Virgilio…) e si burlavano di me che avevo studiato “dalle monache”. Sia pure, ma a petto del mio trenta e lode in basco e divisa, loro presero tutti quanti un ventisette stiracchiato. E quando ci ritrovammo insieme dopo l’esame, chissà perché non mi canzonarono più…   

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