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martedì 21 giugno 2016

La penna a cinquestelle di Cechov

Io, a volte, quando mi vengono a noia i libri (che lascio a metà o anche prima se mi gira) che provo a prendere in biblioteca (ad esempio Anne Enright, scrittrice irlandese da me abbandonata perché ho indovinato da subito dove andava a parare il suo “The Gathering”), ritorno in volo ai miei antichi amori, la Dolores e la Mansfield e ora Cechov e ritrovo in loro la passione mia per la scrittura ancora integra, pura, rotonda, proprio com’era nella mia dorata gioventù, quando, di sedici anni e qualche mese, scrissi il mio primo racconto (“Riti di passaggio”) che ha poi vinto un piccolo riconoscimento suo in un premio piccino (il sesto concorso letterario di Terre di Mezzo…) per essere poi ripubblicato dall’editore Moby Dick nella rivista Tratti di non so quale primavera. Sì, la ritrovo lì, tutta quanta ancora giovane, verde come la mia voglia di allora di cercare e di trovare la verità dietro alle tante lusinghe del mondo, tirata la tenda dell’illusione e dell’ipocrisia che conduce le trame sul palcoscenico del mondo. Io, Per questo soltanto desideravo scrivere. Scrivendo, la nebbia dell’apparenza si diradava ed emergeva, chiara aurorale, libera, con i capelli suoi al vento, la verità. Allora, certo, perché ora io, quella verità, altrove l’ho trovata, senza averla punto più cercata, condotta per mano dalla grazia che le parole trascende…

Eccomi dunque nel lungo pomeriggio biondo di questo biondo giugno del Sacro Cuore, tutta quanta perduta nei racconti brevi di Cechov che è, per me, maestro insuperato, per ironia di naufragi e di allegria. Distesa, con un tomo color panna delle sue novelle, piantato, diciamo così, sul petto, mi perdo in quel mondo tanto lontano, fatto di isbe e di samovar e di steppe e di cavalli e mi pare, nella sua lontananza lo stesso mondo di oggi, tra Via del Boschetto e Via Baccina, un mondo vicino, presente, tutto chiuso nell’ oggi, convinto della propria assoluta novità, illuso e cullato nella sua vuota prosopopea a cinquestelle eppure sempre identico a ieri e uguale al domani, raccontato, lui pure, dalla gran penna regale di Anton Cechov… 

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