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lunedì 2 maggio 2016

Fiammiferi, zolfanelli e prosperi


Asciugamano della mia collezione rasarosae
In casa Ponti, ognuno aveva una collezione tutta sua, un piccolo grande piacere segreto di contare il diverso nell’uguale e di crogiolarsi ogni volta, al ritrovamento di un nuovo esemplare, nell’illusione di possedere il mondo. Il su durava un tic e poi il giù in un tac, e di nuovo, ad ogni pietruzza sul cammino… Mio padre, l’avvocato Ponti, collezionava sabbie di spiagge e di deserti. Le conservava, orcioli dorati, in piccole bottiglie di vetro e ci scriveva su, in bella calligrafia, il luogo e la data del reperimento. Per Marco, c’erano i soldatini. Schierava le sue truppe, dipinte a mano (oh, come li dipingeva, al pomeriggio, con la lingua lunga a toccare il naso e le dita in pennello…) in apposite teche di legno e vetro appese al muro; mia sorella, non so che cosa la spingesse, collezionava scatole di fiammiferi. Li teneva, disordinati, in una busta bianca di carta, appallottolati nel suo armadio, dove sedeva, spelacchiato, un orso tedesco, vestito all’inglese. C’erano scatolini di ogni grandezza e forma, quadrati, in rettangolo, fatti a mo’ di bustina, con gran marche di alberghi rinomati o solo diciture di semplici trattorie, e alcuni erano fiammiferi (ma la Mimma li chiamava “fulminanti” per via che si accedevano improvvisi come i fulmini in cielo), altri cerini, vestiti appunto di cera, altri ancora zolfanelli perché erano legnetti con su un cappellino rosso di zolfo appunto. Sormario, il Sorma, li chiamava prosperi. “Mi passi un prospero?”, diceva quando, al pomeriggio, dopo il cappuccino bevuto con la nonna Stella, si accendeva la pipa che fumava tabacco profumato. Una volta, a chi gli chiedeva un piacere, una cortesia, non ricordo ben quale, un conoscente rispose, seccato: “Sì, un prospero!”. Ed ecco accendersi in me la memoria di quegli antichi zolfini che dormivano nella pancia di un armadio, molti e molti anni fa… 

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