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giovedì 5 maggio 2016

Di Dolores per la via

Io, si può dire, sono cresciuta nel mio amor per le parole con tante amiche scrittrici che, pur passate a miglior vita erano più vive in me delle persone vive, avevano lasciato a me e a tutti i sassolini che conducono al solar del bosco (così lo chiamava Maria Zambrano, la cui sorella, Aracoeli diede il nome al titolo di un libro proprio della Morante) dei loro libri. Ragazzina, a diciannove anni o giù di lì, a Elsa Morante mi pareva di dover tutto, l'amore per la lettura e la gioia celeste di correre a dormire per perdermi, a lume acceso, io sola con lei, prima di addormentarmi, nelle pagine vive di "Menzogna e sortilegio". Più avanti, ci fu Katherine Mansfield, scrittrice neozelandese di racconti folgoranti ("The Garden party", ad esempio) che faceva morir di invidia Virginia Wolf (che non ho mai amato) per l'uso magico che faceva delle parole. Lei, Katherine, tutta vita, gelo invece Virginia (almeno per me). Ma è di Dolores Prato, scrittrice marchigiana e romana insieme, che mi sento sorella d'anima e che rileggo appena posso, tenendo i libni suoi sempre nel comodino. Nel suo "Giù la piazza non c'è nessuno" (la gloria di quel libro, che stovcrileggendo, credo, per la quinta volta!) tutto l'incanto dell'epifanie che vivo, nei miei passi d'argento, in questa vita. Sue e anche mie le improvvise rivelazioni di verità che giungono improvvise a chi ha occhi per vederle...

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