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sabato 9 aprile 2016

Concerto all'Auditorium

Un angolo di felicità
Ieri, come non mi capita quasi mai, chiusa come sono – e volentieri – nel mio bel mondo aperto, diciamo così, in verticale, sono andata con mio marito all’Auditorium di Roma (dove non ero stata mai) a un concerto organizzato dall’Accademia di Santa Cecilia, dal titolo “Pappano Grimaud”, che poi sono il maestro d’orchestra e la pianista dello spettacolo. Raccolta in quella gran scatola foderata di legno, una gran folla di gente, sciamava da tante porte aperte e io con loro. Eccomi, seduta accanto a mio marito, nel posto tal dei tali, un poco in alto, ma che fa, tanto bisogna più ascoltare che vedere. Mi pare, a chiudere gli occhi, di ritrovarmi, ragazzina, all’Opera House di Sydney, dove Jane, la mia Jane, mi portava una volta a settimana, insieme alle amiche sue e io (allora di diciassette primavere), nell’agonia di quei concerti (per me), imparavo l’arte dell’esser lì e trovarmi altrove... Ma i tempi sono cambiati e io maturata, per così dire, in madre e moglie e altro che non saprei neppure dire.


Comincia il concerto con l’overture della Cenerentola di Rossini che è, l’opera tutta intera, la mia preferita del pesarese buongustaio. A casa ne ho una registrazione che mi sento, a volte, quando posso, al mattino fresco, quando gli altri sono via e io, armata di scope e di ramazze, metto a posto e pulisco e faccio. C’è già Pappano e poi arriva il pianoforte a coda e anche la Grimaud che è davvero carina, tutta vestita di nero e svolazzante. Orchestra e pianoforte insieme suonano il Quarto concerto per pianoforte di Beethoven, in un volteggiar di note che, lo so che pare uno sproposito (e perdonatemi) a me arriva al collo, e mi pare troppo vanitoso e troppo umano. La bella Grimaud, che balla coi lupi (ed il concerto era dedicato proprio ai lupi...) finito il brano, entra ed esce tra scrosci infiniti e maiuscoli di applausi. Entra, suona un po’, viene ricoperta di applausi e poi di nuovo via e di nuovo ritorna, in un gioco di vuota, per me, vanità… Brava, bravissima lo è, ma io preferisco ricordare, di tutto il concerto, il percussionista di tamburi che ha dato davvero il meglio di sé durante l’ultima parte del concerto che era la Terza Sinfonia di Saint Saens. Guardarlo cambiar di bacchettine,  riporle casomai con tanta cura, come una mamma fa col suo bebè, accarezzare i suoi tamburi e pestarli poi a dovere, con trasporto alato, mi ha regalato, nella sua semplicità, una mezz’ora intera di felicità rotonda e d’oro. Grazie!  

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