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mercoledì 24 febbraio 2016

Ricordando Ida Magli

Oh perbacco, mi sono detta in questi giorni di luce chiara, con la primavera, in danza, a picchiare all’uscio del cuore ancora in gelo invernale, ma è morta Ida Magli ed è morta, lei così lucida e attenta e grande antropologa per davvero, nel silenzio delle televisioni, tutte prese a raccontare, come fosse un profeta di questo mondo all’incontrario, vita, morte e non miracoli di Umberto Eco. Oh perbacco, c’è qualche cosa che non va se una grande italiana, per me, una che aveva ragionato nelle profondità della nostra storia capendone i bandoli più segreti, non viene neppure menzionata, sia pure tra virgola e virgola, dalla sfilza di tiggì che si inseguono, notte e giorno e pure pomeriggio, sulle nostre innumerevoli reti che paiono stirate nel conformismo e tutte uguali come tante ragazzine alla moda. Nossignore, solo Eco, nell’eco triste della ripetizione stanca. Nossignore, per Ida nulla. Il silenzio. Oh che triste Paese, mi dico, mentre un tenero ricordo di me di vent’anni piano piano si fa strada, a gomiti larghi, nel cuore inondato già dal profumo della primavera. E ci sono io, uscita appena dall’ovo del Mater Dei, ben fritta nella tradizione cattolica Romana (come sono anche oggi e felice) in una grande aula della Facoltà di Lettere, dove in cattedra c’è, appunto, una ancora giovane Ida Magli, che parla di fantasmagorie (per me) femministe. Parlava del tè e di come fosse, nel versarlo, simbolo fallico. Io, lo giuro, capii poco o poco più, ma quella signora elegante nella sua semplicità brillava di luce tutta sua e frequentai le sue lezioni, standomene in disparte, senza capire e senza dar l’esame. Solo per ammirarla, da lontano, solo per carpire da lei il segreto di come diventare palombaro delle profondità…   

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