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mercoledì 24 febbraio 2016

Ricordando Ida Magli

Oh perbacco, mi sono detta in questi giorni di luce chiara, con la primavera, in danza, a picchiare all’uscio del cuore ancora in gelo invernale, ma è morta Ida Magli ed è morta, lei così lucida e attenta e grande antropologa per davvero, nel silenzio delle televisioni, tutte prese a raccontare, come fosse un profeta di questo mondo all’incontrario, vita, morte e non miracoli di Umberto Eco. Oh perbacco, c’è qualche cosa che non va se una grande italiana, per me, una che aveva ragionato nelle profondità della nostra storia capendone i bandoli più segreti, non viene neppure menzionata, sia pure tra virgola e virgola, dalla sfilza di tiggì che si inseguono, notte e giorno e pure pomeriggio, sulle nostre innumerevoli reti che paiono stirate nel conformismo e tutte uguali come tante ragazzine alla moda. Nossignore, solo Eco, nell’eco triste della ripetizione stanca. Nossignore, per Ida nulla. Il silenzio. Oh che triste Paese, mi dico, mentre un tenero ricordo di me di vent’anni piano piano si fa strada, a gomiti larghi, nel cuore inondato già dal profumo della primavera. E ci sono io, uscita appena dall’ovo del Mater Dei, ben fritta nella tradizione cattolica Romana (come sono anche oggi e felice) in una grande aula della Facoltà di Lettere, dove in cattedra c’è, appunto, una ancora giovane Ida Magli, che parla di fantasmagorie (per me) femministe. Parlava del tè e di come fosse, nel versarlo, simbolo fallico. Io, lo giuro, capii poco o poco più, ma quella signora elegante nella sua semplicità brillava di luce tutta sua e frequentai le sue lezioni, standomene in disparte, senza capire e senza dar l’esame. Solo per ammirarla, da lontano, solo per carpire da lei il segreto di come diventare palombaro delle profondità…   

martedì 23 febbraio 2016

In Viale Marco Polo...-

Presto, prestissimo le bennibags saranno in vendita nel negozio di Handmade Urbana 146, appunto in Via Urbana 146...
Me ne andavo, come faccio spesso di domenica pomeriggio, dalle parti della Piramide Cestia, dove pascola un sottobosco umano che pare uscito diritto diritto da Blade Runner, con i tipi più diversi e stravaganti ad esprimersi nella parlata cittadina o giù di lì. C’è l’islamico con il gran gonnellone bianco a sciabordar nel passo lungo, con il muso lungo e un cioppetto in testa che lo fa sembrare, per fortuna per lui, un poco più alto della sua reale altezza; c’è una giovane africana, con un cappellino fiorito in stile anni Quaranta, che gira con uno zaino fantasioso, in arlecchino di buste di plastica; ci sono molte ucraine che non so perché hanno tutte i denti d’oro, i capelli vaporosi stile Brigitta di Paperone e una certa indefinita età che le rende tutte quante, in fascio, matriosche e poi tanti ragazzi di colore, tutti vestiti all’ultima moda, con le cuffie alle orecchie, gli occhi al cellulare, e le scarpe da ginnastica colorate che sparano le loro tinte al neon le quali fanno a pugni con l’antica secolare nostra bellezza, che ne so, delle mura Aureliane nel loro semplice cotto e della stessa Piramide laggiù, in bianco lucore di marmo…

Io cammino e mi diverto a guardar e tante diversità che fino, diciamo, a una ventina d’anni fa, bisognava andare in America o in Brasile per trovarle. E cammino e sorrido tra me, nel pensare che presto, ghermiti dalla bellezza e dalle radici profonde del quir, radici che ci conducono in secula seculorum, anche tutti costoro, così differenti ognuno a modo proprio, come accadde ai barbari nei primi secoli dell’Anno Domini, diventeranno Romani e i loro figli parleranno romanesco e canteranno gli stornelli. .. E mentre penso a questo e sorrido tra me e me, evviva, ecco il 130 che prendo al volo. Una signora un poco colorata ma non tanto, mi chiede in splendido italiano: “Scende?”. Alla prossima, grazie. E lei, innocente e bene educata: “In Viale  Marco Pollo?”. Bè, ci vorrà del tempo… 

sabato 13 febbraio 2016

Il ponte di Santa Caterina

Mi capita sovente, in questo febbraio di purificazione, di andarmene in giro a fare commissioni  tanto noiose quanto lo è, sempre, la burocrazia, e tanto necessarie in questo mondo a piedi in su quanto lo è l’ossigeno alla vita. Sicché parto al mattino presto, appena sistemata la famiglia ognuno al posto proprio nell’ordine del cosmo ritrovato, e via, nella gamba svelta, di qui e di lì, dove mi conducono le carte e il dovere. A volte, a ritirare una raccomandata, all’ufficio postale di Largo Brancaccio, altre volte alla Torretta, in Campo Marzio, all’Ordine dei giornalisti, a tentar di far valere crediti di lavori miei che contino punti per i corsi di formazione, inventati  da Mario Monti, secondo, me soltanto come tormento dei professionisti che devono imparare a fare le somme e ascoltare per ore e ore, nello sbadiglio, cose che servono nel quotidiano come un paracadute al Polo Nord… Va bene, bisogna “formarsi” e dimostrarlo con i voti, come a scuola. E tornar ragazzi  e scolaretti, anche con i capelli bianchi e con trent’anni di professione sulle spalle, come se la coscienza di ciascuno non fosse sufficiente a studiare il necessario per fare il proprio mestiere…

Ma, vabbè, così hanno voluto e così si deve fare nella spietata messinscena della burocrazia, così io, per respirare nella vera vita (che amo e che mi è necessaria, quella sì…), tra un dovere e l’altro, mi siedo in una panchina, magari al Colle Oppio oppure ai Giardini di Sant’Andrea (che sporchi piangono nel degrado) e lì seduta, fatta albero, sto, tutta quanta nel pensiero mio che non è più mio, sul ponte di Santa Caterina…

lunedì 8 febbraio 2016

Il mistero della vita

Dopo aver scritto per ventidue anni di politica (e sempre le stesse cose, con aggettivi e verbi diversi, tentando di render fresco e vivo ciò che sembra in eterna carta da macero...), pur cresciuta a pane e letteratura, non mi occupo punto perché, detto in due parole, sento una gran noia del latinorum loro che somiglia - mamma mia quanto! – alle pappardelle solenni che dovevo scrivere io in gabbie standard da trenta, quarantacinque o sessanta righe per un caporedattore che era coraggioso come un gianconiglio. Tutto mi pareva squagliato in una marmellata senza sugo, lo zucchero impastava lingua e palato e nulla mai cambiava, nonostante Tangentopoli (che ho vissuto con disgusto) e poi l’ascesa dei vari salvatori della patria che di salvatori avevano poco e anche di patriottico. Tant’è, oggi però voglio dire la mia sul gran parlare che si fa del Cirinnà. E dico, semplice, semplice, che un bambino ha bisogno della sua mamma, che senza il seno caldo e protettivo che lo ha messo al mondo gli si prepara una dura, dura vita, già da subito, senza neppure attenere il domani. E per chiarire il concetto, passando dalle castagne al cielo, vi voglio mostrare (e scrivo oggi sotto un cielo di ragnatela e musone come il gigante egoista…) l’affresco che Giovanni Santi, padre di Raffaello, dipinse a casa sua, a Urbino e che riproduco qui sopra per gioia di delizia pura. E io non so se è la Madonna oppure no col Sacro Bambino. E non mi importa. Ma nella dolcezza dell'abbandono che corre tra la madre e i suo bambino, con lei che legge mentre lui, sicuro dorme a lei in braccio, pur senza anche pannolini, c’è tutto il mistero della vita, l’eterno, incantato, profondo mistero che lega per sempre due creature e l'uomo, il padre, che le ha dipinte… 

mercoledì 3 febbraio 2016

La verità nuda di Piero

Nell'armonia dei colori, nel balzo rosa della primavera che sento già nell'aria, una nuova bennibag
Sarà che a me Piero della Francesca, in quell’armonia silente delle pitture sue, fa sobbalzare il cuore e e innalzare l’anima fin sul pinnacolo del Carmelo; sarà che le sue Madonnine bionde, di gote lisce, dai gran manti protettori, restano conficcate nello spirito muto mio; sarà perché per vedere la Pala della Madonna dell’ovo, con il Bambino del corallo e del sacrificio, mi sono presa apposta un treno per Milano, sarà perché ad Arezzo sono andata soltanto per ammirare il ciclo della vera Croce a San Francesco, sarà per questi motivi e anche per la curiosità che nutro sempre verso chi ha studiato più di me e capisce quel che a me sfugge, insomma sarà per tuto questo e altro che non so, ma ieri non ho potuto mancare di vedere il programma di Claudio Strinati, “Strinarte” che affrontava, appunto, il mistero del piccolo dipinto intitolato “La flagellazione di Cristo”.
E ascolto diligente ciò che han da dire gli studiosi, la Ronchey, con le sue idee bizantine, e altri che non conosco, di quei tre misteriosi personaggi che se ne stanno, uno e tutti a fare i casi loro, senza parlarsi punto, in primo piano, mentre sul fondo il Cristo viene flagellato. E mentre loro parlano l’occhio mio terzo, quello dell’anima, si accende e capisco, io che non sono nulla, che a Piero non importa di Bisanzio, che èè solo nell'assoluto la sua grammatica interiore, che nella Provvidenza trova il pane (proprio come me) le due scene, quella davanti e quella per di dietro, sono speculari nel mondo. In tutte due, la verità, lì il Cristo nostro Signore e qui il biondo fanciullo dalla tunica rosso sangue (il sacrificato, la verità nuda che viene negata e poi anche uccisa) e i piedi scalzi come i carmelitani di Teresa, è sacrificata alle logiche del mondo, alla menzogna che guida le cose di questo nostro mondo a piedi in su, dove il contrario par diventato diritto, dove l’armonia è bandita e il diseguale diventa negozio alla moda…