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sabato 5 dicembre 2015

Passeggiate romane

Seduta, tutta un nervo teso, il muso a triangolo, la piccolì aspetta l'osso che le ho portato e io, zacchete, l'ho fotografata. Non è mia, ma lo è nel mio cuore rotondo...

Ieri mattina, nell’oro acceso del bel sole dicembrino, eccomi, passata sulla destra Santa Caterina, a scender giù per la scalinata di Magnanapoli per raggiungere la biblioteca Rispoli dove ho prenotato un libro di Ernesto De Martino, che io, se chiudo gli occhi, immagino come un sub, a lume di luce, nelle profondità semplici della verità. Sia lui che Giuseppe Cocchiara sono stati a me maestri e, con una riverenza a piedi in croce, li ringrazio, mentre cammino ritagliata nel cielo terso e turchino con la brezza a carezzare i capelli miei lunghi e sciolti. Cammino svelta e non immagino che presto dovrò fare una gimcana tra i tanti mendicanti. Io i soldi miei d’elemosina li do a chi so io che sa e distribuisce proprio per non dover, io, distinguere per la via chi scegliere tra tanti miseri che tutti quanti mi stringono il cuore. Il primo è un uomo di etnia rom, appostato sul Plebiscito. Mi saluta e quasi mi inseguono le sue parole mentre scivolo via per imboccar di corsa la via della Gatta. Un occhio mio a lei e subito dopo alla strada dove ecco altri due che mi chiedono denaro. Proseguo, dopo il ritiro del volume, verso San Marcello, chiesa dei serviti che, per chi non lo sapesse, contano ben sette fondatori. Io, per parte mia, conto San Marcello tra le chiese mie, non tanto per il sacro crocefisso del miracolo, ma perché c’è un quadro grande, sulla sinistra, di San Paolo convertito e caduto da cavallo che mi innamora: l’apostolo delle genti vi giace biondo e col suo bel giubbino color turchino e in alto c’è il Signore che lo chiama… Davanti a San Marcello, passo altre due mendicanti in nenia di richiesta di soldini. Sono in chiesa, ma i sacerdoti sono tutti occupati; va bene, sono comunque  in salvo e sto per far la mia elemosina per l’acqua benedetta, quando sento una voce in bisbiglio, Mi giro: c’è una signora, italiana, sui settant’anni e bella rotonda e con un piumino che le scende fino alla caviglia. Prende a raccontarmi, in medias res i guai suoi, arrotolati sulla lingua come una cingomma. Insomma vuole soldi. Dimitto auricolas e apro il borsellino, poi però scappo a Santa Maria Maggiore dove i padri domenicani sono sempre pronti a confessare e dove trovo pace e riposo.  

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