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giovedì 10 dicembre 2015

Alla prima della Scala

Una rosa è sbocciata per me sul mio balcone...

Per motivi che terrò stretti stretti e legati con un nastro rosa, il 7 dicembre, vestita come si deve nel teatro del teatro, in nero e tacchi alti, ero alla prima della Scala. Non vi dico per arrivarci: c’erano tre posti di blocco e il metal detector e pareva di essere in guerra e non certo a Milano (dove io, ogni volta che vado, compro – cascasse il mondo – un bel paio di ballerine Porselli). Passati dunque mitragliette e giubbotti antiproiettile, eccomi nel foyer di quello che per il mondo è tempio sacro della lirica per assistere a un’opera di Verdi che, mi dice il professor Zempf (mio compagno d’avventura), è tra le minori del compositore, tirata via e un poco, diciamo così, confusa nella trama. Andiamo bene, mi dico mentre osservo chi mi sta all’intorno e l'imperturbabile Zempf analizza il programma di sala. Ollalà, c’è il direttore di un giornale che è stato anche mio vicedirettore per un po’ e invece di essere alto e prestante (come lo immaginavo per averlo visto alla tv), mi cammina ad altezza sotto naso… C’è anche Carla Fracci, vestita di bianco. Presto, presto, è ora di entrare. Seduta nel mio bel posto al numero tal dei tali (numero che era mio anche all’appello del Mater Dei), le luci si spengono e cominciano a cantare arie, diciamo così, che non mi porterò in giro nella memoria e nell’anima. Caro professor Zempf, aveva ragione lei, la trama sembra scritta da Calandrino e  Buffalmacco e provo pena per il soprano con i capelli stagliuzzati che anni fa ho visto nei panni di Elvira e bella nell’abito da puritana. Neppur l’apoteosi finale accende la mia anima. Nonostante i cieli azzurri in lontananza…

Nel buio, il terzo occhio mio si accende e vedo. Vedo il sovrintendente in sofferenza, le mani nei capelli, quando canta  il baritono sostituto del suo cugino maggiore celebre. Il mio sovrintendente, caro Zempf, siede in un palchetto a un tiro di sassolino dal proscenio e accanto a lui c’è la giovane moglie che cerca di sollevarlo. Però il sostituto se la cava e l’angoscia si stempera nella voce che intona il dovuto e pure a tempo. Vivaddio. Alla fine dell’operina, proprio quando comincia la sarabanda degli applausi, oddio, sogno o son desta: vedo capitombolare, a giro di ruota le gambe, qualcuno nella buca dell’orchestra. Dico al professore: “Qualcuno è precipitato nella buca dell’orchestra”. Ma lui, perduto in aeree considerazioni critiche, scuote il capo e fa, “ma che dice, signora?” Dico che è successo e che so anche chi è la tipa in questione per averla vista, durante l’intervallo, confabular con gli orchestrali. Veramente non è una tipa, ma un tipo in vestito lungo, smascherato dal pomo d'Adamo. Via, via, applaudiamo e poi a prendere il cappotto dove incontro un ex ministro (piccolo così che credevo alto lui pure…) tutto sgomitante per aver perduto la sciarpa. Mi passa avanti, sbraita e si sbraccia, (per quel poco che può), torna nel gran teatro del mondo dove la parte di ministro non gli tocca più. Sospiro, prendo il cappotto, e via con il mio Zempf, finalmente disceso dal Parnaso.   

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