Pagine

lunedì 9 novembre 2015

Straulas dell'Ave Maria

I miei cagnetti in fiore, piccoli portachiavi crescono

Alla domenica, durante i tre mesi tre, che la famiglia Ponti passava a Cala Girgolu, non si mancava mai alla messa domenicale. Cascasse il mondo, eccoci, stivati nella Peugeot amaranto di papà, lungo l’orientale sarda per raggiungere San Teodoro dove, a celebrar l’Eucarestia, c’era Don Pala, un quattro quarti di allegria e sapienza, che ci salutava per nome, infilato nella sua tonaca color carbone che aveva, sul davanti, una filza allegra di bottoncini che ho ritrovato tali e quali, in bianco, nel mio abito da sposa.  Altrimenti, mi pare alle nove del mattino, c’era la messa nella chiesa di Straulas, solitaria, cascata dalla tasca di un gigante, lungo la via, una chiesa che amavo per quel suo nome buffo che mi faceva far, nel pronunciarlo, una smorfia di bocca e lingua, come una strambata  in barca a vela. Lungo l’orientale, ecco prima Vaccileddi, seduta sotto un monte che aveva (ed ha) per cappello un sassolone in bilico sul tetto che par sempre pronto a scivolare e invece se ne resta lassù a godersi il panorama di tavolara in lontananza. Poi, Monti Pitrosu, dove viveva la Domenica e che pietroso lo era, nelle sue poche case basse, alla sarda, tute color terra. Proseguendo, sulla sinistra si staccava la strada di polvere e sassi che conduceva all’allora deserto Capo di Coda Cavallo. Ma noi, si andava diritti, superando sulla sinistra lo stagno di San Teodoro che confinava con l'indaco del mare. E via, un poco più in là, passando il bivio, a Straulas. A San Teodoro, Don Pala ci faceva cantar Resta con noi e Signore sei tu il mio pastor (che amo), ma fu a Straulas, bambina, che sentii, intatta, primigenia, l’Ave Maria in sardo. La cantavano le donne che allora, in chiesa, portavano tutte un velo nero e gonne come rotonde, a piegholine, che parevano tulipani rovesciati. A bocca aperta, trasognata, bevvi le note che mi inondarono di luce l’anima. La fiamma mia già ardeva anche se non lo capivo. E dovevo aver chissà che viso, smorto e di cera, perché sentii sul fianco la gomitata di un fratello e la voce come un morso: “Ma che fai, dormi?” 

Nessun commento:

Posta un commento