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giovedì 19 novembre 2015

Cioccolatini Perugina



Quando ero piccolina, in Via Beccari, gli unici vicini di casa che avevamo erano Sormario e Ulisse, zio e nipote (o almeno così si diceva e chi lo sa) che abitavano in una casetta con pavimento in terra battuta in un terreno incolto il quale fiancheggiava sulla destra, separato da una rete di ferro, il gran giardino della villa alla cova e che portava, scritto su un cartello piantato a metà tra l’erba e la terra (e chissà perché), il nome di “Salute”, scritto in stampatello. Piccolo così, con le orecchie a punta da elfo, Sormario portava sempre una giacca color noce e addosso un odore di fumo che gli veniva diritto dal braciere che usavano per scaldarsi e per cucinare. La pelle era, mi pareva, di cuoio e i capelli radi e bianchi. Tutto il contrario Ulisse, nero di capelli e di sguardo, e sempre in sella alla sua bici che lo portava, nel volo del vento, fino ad Ariccia ad Albano e su su per il bei colli romani che, quando il tempo era terso, vedevo in lontananza dalla solitudine urbana di Viale Marco Polo…

Buono era Sorma che regalava a noi piccoli Ponti (ma anche ai Salini) certi cioccolatini della Perugina, incartati di stagnola color oro e azzurro (se al latte) e oro e rosso (se invece eran fondenti). Bastava che, Vivian e io, spinte dalla gola e dalle abitudini spartane d’allora, ci portassimo fin sotto la griglia e a sbraito: “Sorma! Sorma!”. Usciva, piccolo così, con tra le braccia il fagottello di cioccolatini che venivano, diceva, dalla Fao, dove lavorava Ulisse. Con Sorma, uscivano abbaiando Birba e Zorro i due cani di casa. L’una a pelo raso, e snella con orecchie e muso aguzzi, l’altro tutto di pelo e ballonzolante come se addosso avesse troppa carne e pelo tutt’insieme. Poiché insieme a noi c’erano anche i cani di casa nostra, Iago e Shilock, ecco partire la cagnara. Di qua, i nostri, di là, i loro e su e giù, muso a muso, mostrando denti e abbaianno a forsennati, in una nuvola di polverone. Mentre Sormario andava via col sorriso, usciva Ulisse, come un temporale, nero di fuliggine e di rabbia e: “Ce l’avete na casa? Annatevene a casa!”, strillava. Noi, piene di paura, via, di corsa, con il nostro tesoro che ho ritrovato ieri, sano, e anche di altri colori che non conoscevo, durante la spesa settimanale alla Lidl. E solo ora, mangiando il cioccolatino, mi accorgo che non ha il sapore d’allora e che quelli di Sorma, nonostante Ulisse, erano molto più buoni... 

lunedì 16 novembre 2015

Raccolta differenziata

Una bennibag in danza di Medusa, per vedere tutta la nuova collezione vi aspetto a Roma, al mercatino degli artisti davanti a Eataly, sabato e domenica prossima.

Qualche tempo fa, mi pare a settembre, è arrivato a casa a me (e agli altri condomini), portato dal gran bel vento europeo (si fa tanto per dire), un cestinello in plastica marrone e dentro tanti bustoni verdi, insomma il kit della raccolta differenziata. Pochi giorni dopo, o forse il giorno stesso, non ricordo, nell’androne del palazzo che è color ocra antico e panna e pare il grembo di una vecchia signora  e risale al milleottocento, ecco comparire quattro bidoni sgraziati, di grata, e dentro, a tuffo, dei gran sacchettoni di cellophane colorati. Bello, proprio no, e neppure carino. Nossignore, una cosa brutta, figliola del nostro mondo del caos, a sconciare l’antica, armoniosa bellezza del mondo del cosmo che io, grazia di grazia, mi porto dentro. D’altronde, per capire come si fa a render il meraviglioso orrido basta far quattro passi lungo i Fori Imperiali, verso il Colosseo, dove proseguono dal tempo di Silla e Mario, i lavori per la metropolitana C…

Va bene, dimitto auricolas, obbedisco come diceva Giuseppe Garibaldi e parto con la differenziata che, per ora, “conferisco” (è il verbo che si usa) in una certa “isola ecologica” (ah, la neolingua al sapore orwelliano…) davanti alla mia amata Chiesa della Madonna dei Monti. E butto carta, plastica e umido e bottiglie, non dalle due alle tre, ma verso le nove. L’ho fatto ieri pure prima di recarmi a casa di una certa signora che mi è cara un poco e un poco anche no. Butto i miei bei fagottelli differenziati e proseguo lungo la Via Leonina per perdermi nell’antro della metro B. Poco dopo sono già alla Piramide. Esplodo nell’aria fresca, all'ombra delle Mura Aureliane, e faccio quattro passi verso piazzale Partigiani. Aria fresca? Ma qui c’è solo un gran puzzo di pipì e con due dita a molletta mi chiudo le narici. Cammino in un desolante letamaio, in un brulicare di gente che vende e compra roba presa dai cassonetti o forse rubata che ne so. E proprio accanto ai cassonetti neri, ci son tre donne, una con un bimbo in collo, che rumegano nel pastrocchio, lanciando in aria ora uno straccio ora un peluche bisunto, ora uno stivaletto tacco dodici. Mi giro, desolata e incontro lo sguardo di un certo signore con cagnetto al guinzaglio che, aprendo le braccia a mo’ di ali eterne, mi fa ridendo: “Cosa vuole, fan la differenziata”.

lunedì 9 novembre 2015

Straulas dell'Ave Maria

I miei cagnetti in fiore, piccoli portachiavi crescono

Alla domenica, durante i tre mesi tre, che la famiglia Ponti passava a Cala Girgolu, non si mancava mai alla messa domenicale. Cascasse il mondo, eccoci, stivati nella Peugeot amaranto di papà, lungo l’orientale sarda per raggiungere San Teodoro dove, a celebrar l’Eucarestia, c’era Don Pala, un quattro quarti di allegria e sapienza, che ci salutava per nome, infilato nella sua tonaca color carbone che aveva, sul davanti, una filza allegra di bottoncini che ho ritrovato tali e quali, in bianco, nel mio abito da sposa.  Altrimenti, mi pare alle nove del mattino, c’era la messa nella chiesa di Straulas, solitaria, cascata dalla tasca di un gigante, lungo la via, una chiesa che amavo per quel suo nome buffo che mi faceva far, nel pronunciarlo, una smorfia di bocca e lingua, come una strambata  in barca a vela. Lungo l’orientale, ecco prima Vaccileddi, seduta sotto un monte che aveva (ed ha) per cappello un sassolone in bilico sul tetto che par sempre pronto a scivolare e invece se ne resta lassù a godersi il panorama di tavolara in lontananza. Poi, Monti Pitrosu, dove viveva la Domenica e che pietroso lo era, nelle sue poche case basse, alla sarda, tute color terra. Proseguendo, sulla sinistra si staccava la strada di polvere e sassi che conduceva all’allora deserto Capo di Coda Cavallo. Ma noi, si andava diritti, superando sulla sinistra lo stagno di San Teodoro che confinava con l'indaco del mare. E via, un poco più in là, passando il bivio, a Straulas. A San Teodoro, Don Pala ci faceva cantar Resta con noi e Signore sei tu il mio pastor (che amo), ma fu a Straulas, bambina, che sentii, intatta, primigenia, l’Ave Maria in sardo. La cantavano le donne che allora, in chiesa, portavano tutte un velo nero e gonne come rotonde, a piegholine, che parevano tulipani rovesciati. A bocca aperta, trasognata, bevvi le note che mi inondarono di luce l’anima. La fiamma mia già ardeva anche se non lo capivo. E dovevo aver chissà che viso, smorto e di cera, perché sentii sul fianco la gomitata di un fratello e la voce come un morso: “Ma che fai, dormi?” 

venerdì 6 novembre 2015

Di Marigold, di sonno e d'altro ancora

Cuscini miei...

Quando scende la sera, più o meno verso le nove,  dopo aver messo a tavola i miei e sistemato la cucina, io sento, per davvero, che gli occhi si fan pesanti e offuscato il vedere e le palpebre cascan giù come quinte di teatro alla fine dello spettacolo e allora so, come lo sanno i cani e i gatti che ancora vivono nel paradiso terrestre, che il sonno, gran signore dell’umanità e di tutte le creature, mi chiama al suo talamo nuziale. Senza voltare uno sguardo alla televisione accesa che, in tentazione perenne, mostra i suoi fischi e i suoi richiami, mi ritiro nel io silenzio, a stare un poco – prima di dormire – con chi so io, che è la fonte viva di acqua sorgiva,  dove beve, in serenità, la mia anima liberata. Mi fermo un poco a conversare, in gioia e canto, mentre accorre anche Elisabetta e così passo in rassegna, nel buio  stellato che m’abbraccia, la giornata per esaminare i chiaroscuri e quel che mi è successo e come ho risposto alle tante e troppe sollecitazioni. Serena, poi, mi allungo sul letto e dormo al tocco, in celestiale paradiso.  Come ritornata bambina. E ricordo, ricordo che ero in Via Beccari e ancora fresca nell’argentato mio domani, e correvo a letto per leggere qualche pagina di libro e poi lasciarmi dormire. Leggevo, ricordo, “Marigold”, di Lucy Maud Montgomery, che è una scrittrice canadese (che ho riscoperto nei racconti poco fa) e nelle tante storie sue (ché Marigold è proprio lei, la Lucy piccolina) della “Nuvoletta tra gli alberi”, mi perdevo e mi riconoscevo. Da lì, da quel nido primigenio di storie e di memoria, è nato in me – lo so, lo so - l’amore per le parole che ancora adesso, dopo il lungo viaggio nel mondo invisibile, mi accompagna, in serenità, nel mio girovagar nel mondo con mani e piedi e occhi e orecchie e tascapane.
Piccola bennibag in danza di Medusa...

mercoledì 4 novembre 2015

Dal cucuzzolo del Palatino

Avevo comperato, per un amico grande e grosso per due,  tutte le monete della lira, di quando eravamo, lui e io, ancora bambini, nel boccio inconsapevole dell’immensità. Erano monete  che, nel loro fior di conio, raccontavano tutta quanta, in gloria, pur nel loro umile piccino, la nostra storia. Nell’euro, via, diciamolo, non c'è un bel nulla. Sì, c'è la Mole Antonelliana, per carità, ma non basta, secondo me, un monumento per dire che sono monete italiane… Come spiegarlo non so, ma, scusate se posso, nell’umile aratro delle dieci lire, l’aratro con cui Romolo tracciò il boverium (che divenne poi il pomerium), ovverosia il solco sacro oltre il quale viveva il sacro mondo (invisibile ma vivo) dello spirito, c’è condensata in umiltà suprema tutta la grande storia romana che cominciò, sul cucuzzolo del Palatino, in tre capanne per due, e col ratto delle sabine che vivevano nell’altro colle, il Quirinale, per scivolare giù nei secoli e raggiungere, pensate un poco, Palmyra, nei deserti sconfinati della Siria… Girando la moneta, ecco la spiga eterna: c’è, riassunto in uno stelo, tutta la nostra grande cultura del seme, seme che muore custodito nella terra ammantata di gelida neve per poi rinascere nella rosa primavera e biondeggiare al vento nell’estate matura della grande Dea Vesta (è da lei che prende il nome la nostra lunga estate calda). E nelle cento lire? C’era Atena, che veniva dalla Grecia, e c’era il nostro caro ulivo d’argento, che allora come oggi regalava il suo oro fuso ai mortali. In una monetina, tutto il mondo nostro. Trovai la stessa cosa tale e quale visitando il medagliere di Vittorio Emanuele II in quel museo grande e poco abitato che il Palazzo Massimo alle Terme. C’era una moneta ateniese dell’età di Pericle. E sopra, in effigie, un delfino, il simbolo della Grecia intera, a modo suo. E anche nostro perché lo ritrovo, tale e quale, nelle nostre cinque lire perché è nell'antica lotta tra "antiqui mores" e grecità il sugo della nostra storia. E nel delfino che è allegro e pieno di vita e che è anche mammifero nel mare e forse utero e matrice, finisco questo veloce mio galoppare tra l’antico profondo che in me respira e palpita ancora, nonostante la gelida modernità.


Bennibag di velluto a coste, con giro di perline e girotondo fiorito
Il 21 e il 22 novembre sarò con tutte le mie bennibags al mercatino degli artisti di Eataly, alla Stazione Ostiense.