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venerdì 12 giugno 2015

Pane di rosa

Non so dire perché o percome, non so se è stato per nostalgia della mia, diciamo così, prima vita, che a volte, da lontano, mi chiama, o perché la danza dell’alfabeto è per me sacra come lo è una santa messa, fatto sì è che questa mattina, cosa che non facevo da anni oramai, ho ripreso a leggere la mia Dolores Prato, nel suo capolavoro “Giù la piazza non c’è nessuno”. E, oggi come allora, le parole sue alate sono diventati gesti e verità di vita, nel quotidiano dello spirito, tra pentole e padelle. Proprio come piace a me. E leggevo di lei, a tavola, composta, con Zizì, a descrivere le pietanze e strozzapreti e cocomeri ed ecco, tornar vive e profumate, le tavole mie, io bambina, nella lontananza del passato bruciato in me eppure ancora vivo nell’amore del ricordo.

A casa Ponti, non c’era varietà di cibo. All’una, quando noialtri, tutti affamati, tornavamo dalla scuola, c’era la pasta rossa (già cotta, se ne rimaneva lì nell’olio e bisognava farla tuffare nel sugo di pomodoro, perché diventasse golosa); per secondo, cascasse il mondo, era fettina e insalata senza pomodori. Alla sera, per l’avvocato, mio padre, il minestrone, noi, invece, la verdura lessa, un uovo, del formaggio. Solo al venerdì sera, quando la settimana, con i giorni a tenersi per la mano, andava a dormire, mia madre stendeva la pizza. La stendeva, certo, ma quella pasta gonfia, morbida di vita, era frutto del lavoro di mani e di gomito della Mimma, che l’aveva fatta di buon ora, lasciandola in una ciotola a riposare, coperta da un panno bagnato. Al pomeriggio, la rimestava già gonfia com’era. E passava, poi, alla battitura. Sollevatala per aria la precipitava sul tavolo con un tonfo che era frustata d'amore,  in una brina di farina,  incanto di porporina di fate. Contava fino a trenta e io, nel mio cuore, con lei. Io: tutta quanta  assorta, perduta nel rito del pane. Al paese, mi diceva un forno soltanto c'era e passava al mattino una comare, con la tavola in spalla a ritirar le pagnotte da cuocere al foco. Ogni pane, un disegno. Chi una croce, chi un taglio,  chi uno squarcio soltanto. Chi un fiore, diceva, "pane di rosa"...

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