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mercoledì 24 giugno 2015

Ibam forte Via Sacra

A volte, quando mi sveglio presto al mattino e compio, col sottofondo del trillo degli uccellini ad accompagnar i gesti quotidiani, il rito del caffè, l’arte di riassettare che tanto mi dà gioia, ho tempo e agio di gironzolare un poco sulla rete per trovare, che ne so, una notizia ghiotta da commentare poi con il marito, una ricetta da usar  per colazione, oppure solamente per controllare i casi miei. Così, questa mattina, durante il consueto giro sui quotidiani (abitudine che mi resta incollata addosso insieme con la tessera da giornalista professionista), leggo su uno dei tanti che il Comune di Roma ha istituito i “volontari del verde”, gente come me, persone comuni che, stufi di vedere la città ridotta un letamaio, un’ombra di com'era e immalinconita e triste che neppure la miseria, rimboccandosi le maniche, partono alla ripulizia dei parchi e delle aree verdi di questa nostra Roma bella e bellissima che a tutti piace e che tutti (o quasi) trattan tanto male.

Ma che bella idea! Sbalordisco perché di cose buone, in questi tempi grami, ne sento e vedo poche; sbalordisco e penso, però, mica malaccio e già mi vedo - io che a Cala dei Gigli (sto arrivando…) mi trasformo in Chance giardiniere - con i guanti a raccogliere cartacce, a svuotar cestini, a parlare con gli acanti e a rincorrer merli. Vola la mente e si fanno intanto le nove del mattino. Telefono, mi dico, subito allo 060606 per aver lumi. Lo faccio e mi risponde la voce tal dei tali del numero tal dei tali. Porgo, cortese, la domanda. Ma il mio interlocutore, dice, non ne sa nulla e mi dà un numero di telefono di un certo ufficio del Dipartimento Ambiente. Lo faccio, nessuna risposta. Vabbè, faccio da me. In fondo non sono giornalista per caso. Due click e trovo subito il numero dell’Urp del Dipartimento Tutela Verde e Ambiente (mi pare proprio che reciti così il titolo onorifico comunale…). Mi risponde, lesto, un tipo con la parlata romanesca. Benone, mi dico, e sto per porgere di nuovo la domanda quando click, la linea cade. Senza darmi per vinta, riprovo e mi risponde il signore di prima. Alla mia domanda, comincia col chiamarmi “cara signora” (e, penso io, già butta male). Infatti, non sa un bel cavolo di nulla, lui neppure. E allora, sai che c’è, gli chiedo (non è forse la Urp l’ufficio che si occupa dei rapporti con il pubblico, cioè anche io?) di informarsi (mi pare quasi di vederlo alzare gli occhi al cielo…), gli dico che posso lasciargli la mia mail e magari… D’un tratto, mentre continuo il mio ragionamento, sento che la voce di lui si fa prima spezzettata, come se il cavo fosse mordicchiato da un gatto, e poi, patapunfete, immersa in un ovata acquosa, precipite nella gran fossa delle Marianne, infine farsi silenzio. E chissà perché, indovinatelo un po’ voi, mi è tornata un mente una cara amica che, per togliersi dai piedi un seccatore, rispondendo al telefono,  disse con voce filippina: “No signola è uscita, non essele in casa…” 

martedì 16 giugno 2015

La Sora Camilla

La “Sora Lella”, ai tempi miei verdi, era un ristorante che si trovava, mi pare, proprio sull’isola tiberina, isola sacra ad Esculapio, dio della medicina, che con il suo serpente sacro vi si stabilì, venendo dalla Grecia ai tempi delle guerre puniche Ci andai, una sera, in quella trattoria, passando rasente la Chiesa dell’apostolo San Bartolomeo, e pareva, nell’ascoltar la gente che vi si radunava, ai tavolini, di veder tanti Alberto Sordi, tutti là, in un gruppo, a chiacchierare, nella romanità ridente di quei giorni lì innocenti. Non so se il ristorante c’è più, di certo la Sora Lella se n’è andata nei giardini elisi, ma di sicuro nessuno chiama più le donne “sora” né “comare”, che era come dir siamo tutti affratellati nel gran mondo rotondo. La Mimma, la Mimma sì, mi parlava di comari, che erano quelle che, al paese, controllavano da dietro le persiane che i bambini giocassero in pace e serenità. Comare è vice-mamma, un occhio vigile che osserva, discreto, da dietro le finestre… Sora è sorella e poi signora; per i romani signora e basta, come madonna per i fiorentini del Duecento.

La Sora Rosa portava i fiori al cimitero del Verano, invece di mia nonna e trafficava a tener linda e fiorita la tomba avita sul promontorio del Pincetto. Lei, la nonna Lilla, pigra com’era, si risparmiava il viaggio, diceva in casa sua gli eterni riposo e l’altra, con la sporta carica di crisantemi, si guadagnava quel poco che serviva a comperare il caffè e il latte per la famiglia sua. Lei fu Rosa e poi lo fui io. Io, invece, per molto tempo (gli anni della rosa che sboccia), in casa fui la “Sora Camilla, che tutti la vogliono e nessuno la piglia”. Ci scherzava su mio padre quando squillava il telefono ed era spesso una voce di ragazzo per me di sedici anni… Trasecolai nello scoprire, anni e anni dopo, che la sora Camilla era esistita per davvero e altri non era che la sorella del gran Papa Sisto V, la quale, al contrario di me, non se la prese proprio nessuno, finendo, in pace e gloria, al monastero…

venerdì 12 giugno 2015

Pane di rosa

Non so dire perché o percome, non so se è stato per nostalgia della mia, diciamo così, prima vita, che a volte, da lontano, mi chiama, o perché la danza dell’alfabeto è per me sacra come lo è una santa messa, fatto sì è che questa mattina, cosa che non facevo da anni oramai, ho ripreso a leggere la mia Dolores Prato, nel suo capolavoro “Giù la piazza non c’è nessuno”. E, oggi come allora, le parole sue alate sono diventati gesti e verità di vita, nel quotidiano dello spirito, tra pentole e padelle. Proprio come piace a me. E leggevo di lei, a tavola, composta, con Zizì, a descrivere le pietanze e strozzapreti e cocomeri ed ecco, tornar vive e profumate, le tavole mie, io bambina, nella lontananza del passato bruciato in me eppure ancora vivo nell’amore del ricordo.

A casa Ponti, non c’era varietà di cibo. All’una, quando noialtri, tutti affamati, tornavamo dalla scuola, c’era la pasta rossa (già cotta, se ne rimaneva lì nell’olio e bisognava farla tuffare nel sugo di pomodoro, perché diventasse golosa); per secondo, cascasse il mondo, era fettina e insalata senza pomodori. Alla sera, per l’avvocato, mio padre, il minestrone, noi, invece, la verdura lessa, un uovo, del formaggio. Solo al venerdì sera, quando la settimana, con i giorni a tenersi per la mano, andava a dormire, mia madre stendeva la pizza. La stendeva, certo, ma quella pasta gonfia, morbida di vita, era frutto del lavoro di mani e di gomito della Mimma, che l’aveva fatta di buon ora, lasciandola in una ciotola a riposare, coperta da un panno bagnato. Al pomeriggio, la rimestava già gonfia com’era. E passava, poi, alla battitura. Sollevatala per aria la precipitava sul tavolo con un tonfo che era frustata d'amore,  in una brina di farina,  incanto di porporina di fate. Contava fino a trenta e io, nel mio cuore, con lei. Io: tutta quanta  assorta, perduta nel rito del pane. Al paese, mi diceva un forno soltanto c'era e passava al mattino una comare, con la tavola in spalla a ritirar le pagnotte da cuocere al foco. Ogni pane, un disegno. Chi una croce, chi un taglio,  chi uno squarcio soltanto. Chi un fiore, diceva, "pane di rosa"...

lunedì 8 giugno 2015

Fratelli d'Italia

bennibag d'arancia e fiori
Ci sono dei giorni, e questo è uno di quelli, in cui la fiamma mia soave, nel mio silenzio rotondo ricco di preghiera, mi fa veder vivi e veri e lucidi come se fossero stati spolverati da stracci di seta, tutto quel che altri, sembra, vedono poco o forse non vedono punto o forse, meglio ancora fingono di non vedere per ragioni arcane che capire non so. E sono stanca, lo dico e non lo scrivo, di tirar su bottiglie per le strade belle e oramai ridotte a letamai della mia Roma che amo. E di protestare con i vigili o allo 060606 perché nel tale posto – nella fattispecie, davanti al cimitero del Verano - bivaccano frotte di persone che non fan nulla da mane a sera, persone, che prese una per una, di sicuro sono bravissime, ma che in quel numero molesto forse stavan meglio a casa loro… Non è questione, lo scrivo a Pisapia, di leggere il Vangelo (che leggo e rileggo e ascolto a messa ogni domenica e anche di più) perché Gesù diceva “alzati e cammina”, mica insegnava a stare a ricasco di chi capita a naso…

Ma oggi è contro “Azzurro” di Adriano Celentano che sento un groppo nella strozza e la voglia di dire al nostro Matteo Renzi:_“Svegliati. Che cosa ridi? Non vedi che t’hanno messo una canzonetta al posto dell’inno nostro del giovane Maneli? Non vedi che umiliano la tua Patria? Lo sai che il Mameli è morto, patriota, a poco più di vent’anni? Ma un poco di dignità non potevi mettertela in tasca al posto dell’e-phone?”. Questo mi vien su da dire, con quel tanto di rabbia che mi piace stemperare in acquerello, perché – lo so  - le parole sono vane e figuriamoci questo piccolo blog che sembra un trenino arrampicato sulle Alpi, col fiato corto, in grazia del Signore. E mentre respiro l’azzurro che è in me tutt’intorno, invito Renzi a canticchiar tra sé, come faccio io a volte, Fratelli d’Italia, per cantar l’inno nostro bello anche alla Merkel in caso di bisogno…

giovedì 4 giugno 2015

Campane a San Ginesio

Da tre anni in qua, tutti i primi due venerdì del mese che il Signore regala a questa terra bella come una Regina di Saba, sono in una certa Chiesa di Roma, dedicata a due martiri, madre e figlioletto, che sta, tanto per farvi figurare un poco il posto, a un passo dal Foro di Augusto; sono in questa chiesa un poco discosta, poco conosciuta, assai romita, e me ne sto con una certa Rosa a decider quali panni sì e quali no possono andare alla distribuzione del sabato mattina. Un gran lavoro lo è, visto che ci voglion naso e muscoli e qualche ora regalata agli angeli. Sapendo io bene per chi lo faccio – ma non lo dico - mi torna facile il mestiere, anche se a volte trovo nei sacchi spazzolini usati, vesti strappate, roba desueta che per carità e maglioni che paiono di feltro e raspi e a volte (come oggi) non ci sono neppure i guanti per far la cernita tra zizzania e grano…

Vabbè, dicevo, dunque che oggi, e non venerdì, ero lì per certi casi che non sto certo a raccontare. Ero lì quando arriva Padre A., il francescano che, diciamo così, mi ha assunto al compito, e comunica a me e alla mia compagna di avventura, che se ne va, dal primo agosto in un paesello delle Marche, che conta poche anime e una chiesa trecentesca, bella come sono belle le pievi. Oh che peccato, e noi cosa faremo? Ma mordo il sassolino in bocca e, invece, gli chiedo il nome solamente, del borgo dove andrà in grazia del Signore. Mi risponde: “San Ginesio, lo conosci?”. Il cuore mi fa un piroetta in petto. A lui, rispondo che no, non ci sono stata mai, ma dentro di me, il mio pensiero corre alla dolce Dolores Prato, scrittrice di gran talento e sorella mia, della vita mia di prima del foco. Fu lì, a San Ginesio, che Dolores insegnò Dante e Leopardi e a San Ginesio è dedicato il titolo di un suo romanzo (ahimè, poco riuscito) che recita “Campane a San Giocondo”. Dove San Giocondo è proprio San Ginesio. Tutto questo chiacchiericcio nel mio silenzio e a lui dico soltanto: “Io verrò a trovarti, un giorno”.
Per i miei piccoli amici del mattino presto, nell'oro della giornata che comincia...