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domenica 1 marzo 2015

Finalmente libera

A diciannove anni o giù di lì, non so come né perché, cominciai ad accarezzare l’idea di diventare, da grande, una scrittrice. Era tanto  grande e forte in me il bisogno di veder la verità dietro al palcoscenico del mondo, che, senza saperlo, presi a picchiare a un uscio sacro il quale doveva aprirsi, in grazia divina, molti e molti anni più tardi, nel mio sbalordimento e nella mia paura. Intanto scrivevo e in quelle storie mie (che conservo ancora in tante cartelle colorate), tentavo di trovare il sentiero della verità nascosto tra i rovi delle menzogne del mondo, cercavo di squadrare l'esterno che mi pareva, dal di fuori, tutto annodato in ghirigori e pieno di trappole e velato.
Pur scrivendo nel sacro fuoco già acceso (io inconsapevole), cercavo tuttavia, in contraddizione tutta umana, un posto nel mondo e così, via, da un giornale all’altro, per guadagnarmi quel briciolo d’indipendenza che mi serviva poi per chiudermi in casa a batter sui tasti della mia Olympia bianca…

 Ma torniamo a me di diciannove anni, sugli stivali del gatto di Carabas. Due balzi, anzi tre ed eccomi ad Ascoli Piceno, una città di ricami di marmo e bianca come un’anima purificata, una città di grazia, circondata da verdi colline, che mi è rimasta nell’anima  anche perché lì, in una libreria Feltrinelli (mi par di ricordare) per la prima volta, grazie a un premio letterario della Provincia, vinsi i primi soldi che non eran mercenari, guadagnati cioè scrivendo per un giornale, per un ufficio stampa, che ne so, per un onorevole. Il racconto s’intitolava (e s’intitola) “Finalmente libera” e io sola so perché l’ho scritto e a chi va, oggi pure, il mio pensiero se lo rileggo. Ebbi l’assegno (che conservo in fotocopia come una reliquia) ed ebbi, ancora ne sento il profumo, un mazzo di fiori tanto grande che bisognava inventarsi una terza mano per portarlo a casa. Ebbi il denaro, i fiori, anche applausi, ma non mi piacque punto. Molto di più mi piacquero . e come lo ricordo! - le olive ascolane in un cartoccio che mangiai sola soletta, le dita unte di delizia, alla sera prima di tornarmene in albergo. Finalmente libera...

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