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giovedì 26 marzo 2015

Il Signore del mondo



Io, questa mini bennibag (che ho cucito dopo giorni di titubanza), l'ho voluta di fiori e foglie, nei ghirigori che sono sorriso al cuore e alla mia anima
Del Papa, di Francesco I (un nome che mi par da re di Francia…), scrivo poco e malvolentieri perché mi piace tener per me, nell’obbedienza, il mio pensiero e poco  mi va di condividerlo come si fa oggi, con tutto quanto si vive, in leggerezza – secondo me – assai vana. Non sul Pontefice, dunque, scrivo, ma due cose due le vorrei dire su un libro – “Il Signore del mondo” - che a Papa Bergoglio (ma anche a Benedetto XVI) piace molto e che ha consigliato ai giornalisti, in volo, di ritorno dalle Filippine. E così, per obbedienza, me lo sono scaricato  dal Project Gutenberg e, nelle poche ore libere che conto nell’agenda, eccomi stesa di lungo sul letto a perdermi nel mondo che verrà, immaginato da Monsignor Robert Hugh Benson, dove la Massoneria ha vinto e stravinto in Occidente, facendo dell’uomo un Dio e bandendo il Signore e i suoi rappresentanti in terra dal mondo,  prima a Roma (che verrà distrutta) e poi a Nazareth, dove, nelle ultime pagine, si consumerà un misterioso Armageddon, tra l’ultimo Papa (Silvestro III, come San Silvestro si festeggia l'ultimo dell'anno) e l’antagonista Julian Felsenburgh (Giuliano, l’apostata…). Bello è che i due si somigliano, proprio come gemelli sono San Michele Arcangelo e  l’altro, il caduto, Lucifero…

Vabbè, insomma, se vi va, il libro è bello e par di leggere, nello stile vivido, veloce, elegante, un classico del genere, cioè “1984” di George Orwell che tutti conoscono e hanno letto, mentre quest’altro, che deve aver ispirato persino il nostro George, nessuno l’ha sentito – o quasi – nominare. Io l’ho letto e ora tocca a voi. Servirà per capire dove stiamo andando, dove conduce la strada gelata dell’umanitarismo che tutto pensa di sapere in superba prosopopea, ma anche (e confesso che per me è stato il lato sud...) per prendere istruzioni spirituali da Benson, il quale sa bene qual è la strada che conduce nella nube della non conoscenza, in cima alla scala d'oro...

giovedì 19 marzo 2015

Nella semplicità rotonda

Quando sono nella mia verde Sabina, nella carezza delle colline che si rincorrono come pigri cavalloni, ho un mucchio di lavoro che mi aspetta. I bocchettoni del terrazzo sono da ripulire dalle foglie e c'è la casa da spazzare nei suoi tre piani arrotolati verso il paradiso, i letti sono da riassettare e tutti i gatti miei, piccoli e grandi, mi guardan dalla madia carichi di polvere, come nella speranza di un bel bagno con la spuma...
C'è da fare questo e quello e poi da riposare seduta sul terrazzo dove, in quiete, ritrovo le parole che so e che mi hanno insegnato e, nel silenzio del mio raccoglimento, via, lungo la mia strada d'oro. Verso le cinque, quando il sole scolora all'orizzonte e i gatti del paese si arrotolano tra loro in cerca di tepore per passare la notte al caldo, esco alla campagna, con il mio bel borsone nero in simil pelle. Esco, sì, come facevano le donne fino a poco tempo fa, a raccogliere la legna per fare il fuoco. In cerca di ramoscelli, eccomi giù per la discesona che porta alla valle del Farfa e nell'incanto verde e silente che mi abbraccia: di lì il sorriso di sole delle primule, di là, il carminio delle violette in fiore, sul ciglio della strada, i celesti nontiscordardime. E tutti quei fiori, in volo pazzo le rondini, paion darmi il benvenuto mentre mi par di camminare in una protostoria mia soltanto. Respira il cuore e l'anima s'innalza mentre, nella semplicità rotonda,  creatura tra creature, io mi preparo a tornar su, a preparar la cena e ad andare a letto

venerdì 13 marzo 2015

Cinquecento anni orsono

Cinquecento anni fa, il 28 marzo, nasceva in un paesetto piccolo così della Spagna, una certa Teresa Sanchez con molti titoli nobiliari che non scrivo; una ragazzina come tante che, piccolina, sognava col fratello di partir per le crociate e che lo fece per davvero, fagotto in spalla, a sette anni o giù, di lì, via marciando per la strada, col fratellino; e i genitori, figurateli poveracci, morti di paura, col cuore in gola a cercare i due mini crociati… Cinquecento anni fa, nasceva, dunque, Teresa Sanchez che doveva diventare, anni più tardi, Teresa D’Avila o di Gesù, una santa grande, dottore della Chiesa (ma per favore non pensatela in un santino, ma un donna vera, di sangue e viva), che  qualche tempo fa è stata festeggiata in un convegno al Teresianum, che è l’università pontificia della spiritualità, dove padroni di casa sono i carmelitani scalzi, figli spirituali della gran Teresa, mistica potente e umile nell’ascesa del Carmelo.

Al convegno, tra tanti consacrati, c’ero, modestamente, anche io, E di quel convegno, ma non solo, conservo qualcosa che dirvi non posso e non voglio, ma una parola di Teresa, sì, voglio regalarvela, perché può metter luce nel buio e insegnar a chi è lontano quanto semplice può essere la verità divina. Scriveva Teresa: “Pregare è stare per un po’ soli soletti con chi ci ama”.
E la finisco qui e mentre vedo la piccola Teresa col fratellino, loro due soli e piccini, camminare nella vastità del cuore di Castiglia, ripenso a me, piccolina e a Beatrice, nell’immensità solenne e deserta di Cala dei Gigli perduta nell'incanto della mia  Sardegna di tanti anni fa. Insieme, noi due, piccole così, decidemmo, e chissà perché, di andare a prendere un gelato a Monte Petrosu che era un paesetto piccolo così anche lui e in cima a una collina.
Io e lei, per mano, venti anni e metro di capelli biondi  in due, zitte zitte, come a partir per le crociate, senza dire nulla ai genitori, cominciammo la camminata. Certo, non andavamo alle crociate: un gelato al cioccolato, se si può scrivere così, era il nostro graal, ma la punizione, una volta avvistate, in capo al nulla, e acciuffate, fu – credo – la stessa che ebbero Teresa e suo fratello cinquecento anni orsono… 
Tavolara mia...

giovedì 5 marzo 2015

Matisse può attendere

Ho cucito tante bennibag bianche, sorelle tutte quante del mese di febbraio appena concluso, mese bianco di februa cioè di purificazione...
A veder la mostra di Matisse alle Scuderie del Quirinale non andrò di certo. Roma è in sé una meravigliosa mostra a cielo aperto e, spiace dirlo, sine ira et studio come scriveva il grande Tacito, ma Matisse, con tutti i suoi colori e questo e quel gran parlare dei curatori della mostra, è un nanerottolo, una cosa piccola  al confronto, mettiamo, di quanti sono considerati, e per me ingiustamente, minori, di scuola, della gran pittura italiana di tutti i tempi. E figuriamoci al paragone dei grandi… Io, alla mostra non andrò, come non sono andata a quella di Frida Kahlo, perché mi basta entrare in una chiesa romana a caso per trovare la bellezza tutta quanta rotonda del bel disegno, del colore, dell’arte che mai passa di moda. Entrando, per dire, a San Marcello, so che posso fermarmi ad ammirare il San Paolo caduto da cavallo dei fratelli Zuccari che (come ho già scritto) è per me mille volte più bello e allegro e grande del fratello caravaggesco che si trova a Santa Maria del Popolo, la chiesa “occupata” dai no global quando doveva venir Salvini a Roma. Roba che gli angeli di Raffaello e la Madonna del Carracci devono aver pianto dallo sconforto, in un frullo d’ali divine, nel constatar che si può esser tanto antidemocratici pur sostenendo il contrario…

Ma vabbè. Continuiamo nella caccia alla meraviglia romana. Ed eccoci a San Luigi dei Francesi dove, come si sa, c’è il gran Caravaggio con la chiamata di Matteo. Sì, ma entrando a destra, per chi come me ama Domenichino, ecco le storie di Santa Cecilia: garbate, eleganti, uno splendor di stelle in firmamento. Potrei continuare così, di chiesa in chiesa, se non fosse che qualche giorno fa, alla presentazione di un libro “Il corridoio di Sant’Ignazio”(edizioni Artemide), scritto dalla professoressa Lydia Salviiucci Insolera, in una piccola libreria (tutta tappezzata di libri e mio marito in brodo di giuggiole) in via dei Sediari, scopro che, senza entrare in chiesa, si possono ammirare meraviglie. In un sussurro, vi invito a entrar – e senza spender euri - nella porticina che sta sulla destra del portone del Gesù, dove vi attende, oh meraviglia, il gran corridoio affrescato da Andrea Pozzo, in un crescendo di anamorfosi tutte mistiche, da guardar con gli occhi del cielo. E in fondo in fondo al corridoio spirituale, una sorpresa, una sorpresa grande, nell’umiltà del piccolissimo.  Una sorpresa che non vi svelo. E ora sapete perché la mostra di Matisse, con rispetto parlando, può attendere… 

domenica 1 marzo 2015

Finalmente libera

A diciannove anni o giù di lì, non so come né perché, cominciai ad accarezzare l’idea di diventare, da grande, una scrittrice. Era tanto  grande e forte in me il bisogno di veder la verità dietro al palcoscenico del mondo, che, senza saperlo, presi a picchiare a un uscio sacro il quale doveva aprirsi, in grazia divina, molti e molti anni più tardi, nel mio sbalordimento e nella mia paura. Intanto scrivevo e in quelle storie mie (che conservo ancora in tante cartelle colorate), tentavo di trovare il sentiero della verità nascosto tra i rovi delle menzogne del mondo, cercavo di squadrare l'esterno che mi pareva, dal di fuori, tutto annodato in ghirigori e pieno di trappole e velato.
Pur scrivendo nel sacro fuoco già acceso (io inconsapevole), cercavo tuttavia, in contraddizione tutta umana, un posto nel mondo e così, via, da un giornale all’altro, per guadagnarmi quel briciolo d’indipendenza che mi serviva poi per chiudermi in casa a batter sui tasti della mia Olympia bianca…

 Ma torniamo a me di diciannove anni, sugli stivali del gatto di Carabas. Due balzi, anzi tre ed eccomi ad Ascoli Piceno, una città di ricami di marmo e bianca come un’anima purificata, una città di grazia, circondata da verdi colline, che mi è rimasta nell’anima  anche perché lì, in una libreria Feltrinelli (mi par di ricordare) per la prima volta, grazie a un premio letterario della Provincia, vinsi i primi soldi che non eran mercenari, guadagnati cioè scrivendo per un giornale, per un ufficio stampa, che ne so, per un onorevole. Il racconto s’intitolava (e s’intitola) “Finalmente libera” e io sola so perché l’ho scritto e a chi va, oggi pure, il mio pensiero se lo rileggo. Ebbi l’assegno (che conservo in fotocopia come una reliquia) ed ebbi, ancora ne sento il profumo, un mazzo di fiori tanto grande che bisognava inventarsi una terza mano per portarlo a casa. Ebbi il denaro, i fiori, anche applausi, ma non mi piacque punto. Molto di più mi piacquero . e come lo ricordo! - le olive ascolane in un cartoccio che mangiai sola soletta, le dita unte di delizia, alla sera prima di tornarmene in albergo. Finalmente libera...