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venerdì 13 febbraio 2015

Pane ai Quattro Venti

C’era, molti e molti anni fa, tra la Via Panisperna e la Via dei Serpenti, un forno piccolino dove la pizza bianca, con il suo bel colo d’olio extravergine d’oliva, era tanto buona e calda, pronta da servire – casomai - all’Arcangelo Michele; dove il pane cuoceva a legna per restare fresco anche giorni tre, dove si tirava una piazza rossa, fina così, alla romana, da sciogliere anche il nodo di Gordio. C’era e ora non c’è più, il forno dei Monti che non aveva nome perché per tutti era l’unico e il solo. A chiuder gli occhi ricordo, ora come fosse allora, i due gemelli che si alternavano alla cassa, quando non c’era il papà loro che era, a capo raso, un Giove ottimo massimo. Gemelli sì, lo erano pure, ma diversi come il giorno è diverso dalla notte. L’uno, alto alto, dinoccolato, con un bel facciotto da buono come il pane (appunto) che cucinava nel retrobottega e l’altro, piccolo, tascabile direi, con gli occhiali sul naso, e ricciuti i capelli e un’aria da intellettuale prestato al forno così per caso, perché alla vita piace rimescolare le carte come a briscola. C’era anche, lo ricordo, un terzo fratello,  che aveva una moglie bella e due figlioli. Un giorno, il forno chiuse e niente l’ha mai sostituito, e per comperare il pane buono, come dico io, ci si deve arrampicar su per la Via di San Martino ai Monti, lì dove s’apre la bocca secondaria e sempre chiusa di Santa Prassede…

Ma questa mattina, per motivi che tengo ben cuciti nel mio cuore, eccomi sulla Via dei Quattro Venti, a Monteverde, dove si respira l’aria pura che viene da Villa Pamphili e l’anima abbraccia un limoneto nascosto i cui frutti color sole si tengono per mano tra le verdi foglie e fanno a me, proprio a me, una bella riverenza.
Eccomi, dunque, ed è tardi, quasi Mezzogiorno, e prima di tornare a casa devo comperare il pane, ma niente vedo, neanche un supermercato, e via, cammina cammina, per mano, io, a chi so io, d’un tratto vedo una fila di gente che squaderna sul marciapiede, in festa e attesa. Sogno o son desta, mi dico, e siccome sono ben sveglia, mi avvicino e l’odore mi parla da sé: è un forno. Un forno senza insegna, semplice come semplici sono le cose belle e buone, un forno tale e quale a quello che c’era da noi, ai Monti, tanti e tanti anni fa. Mi metto in coda e aspetto il turno mio, poi compero rosette, frappe, biscotti in mascherina, pizza bianca, castagnole e anche un filone di pane di Lariano. E felice, come ai vecchi tempi, me ne sono tornata a casa mia.
 

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