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lunedì 23 febbraio 2015

Di boxer e di primavera

Non so dire che cosa sia la primavera, se un senso nascosto che par risvegliarsi al bacio del primo tepore o se invece una danza di vita che, celata eppur viva nel bianco inverno, esplode, essa viva e nascente, quando il ritmo del cosmo lo richiede, in un ordine che sacro e solenne tutti ci conduce in danza divina.
Io, davvero, non so che cosa sia né so dirlo in parole, ma oggi, mentre me ne andavo per pedestri commissioni del mondo, affacciata al finestrino dell’autobus 85, l’ho vista; l’ho vista, la primavera, sciogliere i suoi nastri rosa nella seta celeste del cielo, l’ho vista mentre liberava i capelli alle ragazze in fiore, mentre spingeva nel vento le corse dei bambini e mentre, nel primo venticello marzolino, conclusa la purificazione di febbraio, si faceva vera, sulle punte fatate della sua eterna bellezza, L’ho vista nel parco del Colle Oppio, dove una coppia di anziani consumava un pic nic e l’ho vista nel verde prato che pare steso di fronte alla Basilica di San Giovanni in Laterano, che salutava, festoso, il cielo lassù. L’ho vista al mercato di Via Taranto, dove le donne comperavano nastri colorati e rocchetti di filo per nuove vesti d’amore.. E l’ho sentita respirare nell’eterna rinascita della vera vita del fiume, mentre il mondo, distratto, camminava, dimentico, solo, carico al solito di un sacchetto pesante, pieno di cure quotidiane.
E mentre la guardavo, la primavera, e tutta trascolorata dentro e quasi commossa, sento un vocione alle spalle e mi volto di scatto e un faccione tutto nero, padrone del vocione di cui sopra, mi guarda e mi fa: “Interessa calzini, mutande, canotti?”. Va bene, mi arrendo, e compero tre paia di boxer per mio marito...


venerdì 20 febbraio 2015

Barcaccia mia

Piange, il cuore piange a veder Piazza di Spagna ridotta una discarica. Piange, il cuore piange a sentire il sindaco Ignazio Marino – proprio lui che dovrebbe difender la Città Eterna – dichiarare, serio serio, con quella barba che forse nasconde la sua segreta vergogna, che i danni “non sono gravissimi”. Ma come, signor sindaco? Non ha sentito, come ho sentito io, che la Barcaccia del Bernini (e virgoletto) “ha subito danni permanenti”. Non capisce il latinorum, forse, degli storici  dell’arte? Vuol dire, caro signor sindaco in bicicletta, che la fontana del Bernini è rovinata per sempre. Per sempre. E non sono, questi, danni gravissimi, mi spieghi?

Piange, il cuore piange perché lo sfregio di ieri è solo un episodio, perché Roma è tutta quanta abbandonata a se stessa e triste come sono triste io quando, nei miei piccoli retake quotidiani, raccolgo bottiglie di birra seminate lungo Via dei Serpenti e buste di plastica e altra rumenta mentre cammino, per dire, sulla delizia di Via Paolina verso Santa Maria Maggiore, dribblando tra mendicanti e sporcizia. Piange, il cuore piange, perché non si vede la fine di questa rovina e che siano arrivati, dall’Olanda, i Lanzichenecchi, non significa un bel nulla perché altre puntate del saccheggio ci saranno.  Lo so io e lo sa anche il signor sindaco Marino. Io, per dirne una, a Via dei Fori Imperiali non metto piede mai per non vedere l’orrore dei venditori ambulanti irregolari con le loro orrendezze e tutti quegli “artisti di strada” che per me sarebbero tutti quanti, con rispetto parlando, da buttare via. Perché l’arte, mi dispiace, è altra cosa e basta dare un'occhiata ai Fori per capirlo. E la finisco qui perché piangere serve a poco e non mi piace mica far la brontolona e poi, come si sa, il cuore va tenuto in alto, attaccato a un bel filo d’oro, nella nuvola della non conoscenza, lì dove il mondo si fa sacro, nel sacro fuoco mio e di Elisabetta…

venerdì 13 febbraio 2015

Pane ai Quattro Venti

C’era, molti e molti anni fa, tra la Via Panisperna e la Via dei Serpenti, un forno piccolino dove la pizza bianca, con il suo bel colo d’olio extravergine d’oliva, era tanto buona e calda, pronta da servire – casomai - all’Arcangelo Michele; dove il pane cuoceva a legna per restare fresco anche giorni tre, dove si tirava una piazza rossa, fina così, alla romana, da sciogliere anche il nodo di Gordio. C’era e ora non c’è più, il forno dei Monti che non aveva nome perché per tutti era l’unico e il solo. A chiuder gli occhi ricordo, ora come fosse allora, i due gemelli che si alternavano alla cassa, quando non c’era il papà loro che era, a capo raso, un Giove ottimo massimo. Gemelli sì, lo erano pure, ma diversi come il giorno è diverso dalla notte. L’uno, alto alto, dinoccolato, con un bel facciotto da buono come il pane (appunto) che cucinava nel retrobottega e l’altro, piccolo, tascabile direi, con gli occhiali sul naso, e ricciuti i capelli e un’aria da intellettuale prestato al forno così per caso, perché alla vita piace rimescolare le carte come a briscola. C’era anche, lo ricordo, un terzo fratello,  che aveva una moglie bella e due figlioli. Un giorno, il forno chiuse e niente l’ha mai sostituito, e per comperare il pane buono, come dico io, ci si deve arrampicar su per la Via di San Martino ai Monti, lì dove s’apre la bocca secondaria e sempre chiusa di Santa Prassede…

Ma questa mattina, per motivi che tengo ben cuciti nel mio cuore, eccomi sulla Via dei Quattro Venti, a Monteverde, dove si respira l’aria pura che viene da Villa Pamphili e l’anima abbraccia un limoneto nascosto i cui frutti color sole si tengono per mano tra le verdi foglie e fanno a me, proprio a me, una bella riverenza.
Eccomi, dunque, ed è tardi, quasi Mezzogiorno, e prima di tornare a casa devo comperare il pane, ma niente vedo, neanche un supermercato, e via, cammina cammina, per mano, io, a chi so io, d’un tratto vedo una fila di gente che squaderna sul marciapiede, in festa e attesa. Sogno o son desta, mi dico, e siccome sono ben sveglia, mi avvicino e l’odore mi parla da sé: è un forno. Un forno senza insegna, semplice come semplici sono le cose belle e buone, un forno tale e quale a quello che c’era da noi, ai Monti, tanti e tanti anni fa. Mi metto in coda e aspetto il turno mio, poi compero rosette, frappe, biscotti in mascherina, pizza bianca, castagnole e anche un filone di pane di Lariano. E felice, come ai vecchi tempi, me ne sono tornata a casa mia.
 

mercoledì 11 febbraio 2015

Madeleine a Santa Maria Maggiore

Nel trascolorare del cammino mio che avanza, ora (anzi, or sono pochi, pochissimi giorni) senza una guida sicura, eppure felice con me stessa e con gli altri, nel consumarsi sereno della passione  dell’ogni giorno, mi sono recata stamane a Santa Maria Maggiore. Lì dove cadde la neve al cinque d’agosto, mi piace, alle dieci del mattino, nel freddo del sole che indugia all’orizzonte, coi suoi raggi radenti sul mondo, assistere alla messa nella bella cappella della Madonna della Salus Populi Romani. Sarà perché si è tanti e tanti in orazione, sarà perché il celebrante ha voce e anima, sarà perché a udirlo a orecchie accese, ti par facile costruir, nell’umiltà, la casa sulla salda roccia; sarà per tutte queste ragioni in fascio, che mi trovo, spesso e volentieri, in quel sacro luogo e tutta quanta in me, nel mondo che tutt’intorno mi abbraccia.

Oggi, come sempre, dunque, e me ne andavo via, a messa conclusa, e sono proprio sulla porta, quando si spalancano i battenti ed ecco entrar tante ragazzine, e tutte con il basco in testa e con le scarpe grosse e gonna blu e calzettoni e tutte quante al seguito di religiose domenicane (le domenicane di Sanjoux, come scopro ora, scorrendo per caso un sito internet...) in abito solenne, con il soggolo ben fermo sotto il mento e il velo stretto intorno al viso, tutte belle e giovani e in nero e bianco. Osservo quell’allegria composta che mi parla, nell’ordinata sua primavera, di un altro tempo, di quando, nella primavera mia, stirata nella divisa dell’Istituto Mater Dei, vedevo un altro mondo, un mondo con i piedi ben piantati sulla terra e il capo in cielo. Un mondo che ho ritrovato, nel bel dono, questa mattina, proprio qui a Santa Maria Maggiore, in quella nuvola di giovinezza in uniforme, col basco in capo, un basco parlante che grida al mondo "veritas": loro, tante, deliziose Madeleine ritrovate, venute fin qui – e sorrido – per me, proprio da Parigi…