Pagine

domenica 16 novembre 2014

In viaggio, con gli angeli

A chi, come me, è pellegrino su questa nuda terra, capita sempre di incontrar nel viaggio, che è oltre la fiamma accesa, angeli (i quali, per me, hanno un nome e un cognome) che parlano chiaro, come leggendo di tra le mie parole ciò che sto vivendo. Vedono loro (e io no) il pericolo nascosto, l’angelo lucente, nella seduzione sempre viva dell’ego che rimbalza, pur nella bruciatura. Vedono e io,  nella lotta, e dopo, pure, con loro, per riprendere, nell’esichia, un nuovo corso e procedere nella scalata del castello. Mi pare, però, di parlare oscuro e di far di cose semplici misteri che non sono. E così, passando di palo in frasca, mi torna in mente un bel mattino di primavera di molti lustri fa. Ero, ragazza, bionda, nell’oro, tutta quanta presa dal mondo e dalle sue bizzarre inconsapevolezze. Volevo, io, presto, laurearmi, volevo, io, un lavoro e un posto che mi desse la benzina per squadrar la vita e metterla, io, dove sapevo, sempre io. Volevo, io, come l’Alfieri, fortissimamente. E così, vedendo che all’istituto di inglese, ci mettevano un anno e di più a dar la tesi di laurea, ingolfato com’era, l’istituto a Villa Mirafiori (oh, l’incanto di quel giardino sulla Nomentana…), cercai una soluzione e la trovai nell’istituto di letteratura portoghese.

L’aula, piccoletta, era come un nido d’aquila in testa alla Facoltà di Lettere alla Sapienza, la professoressa, rossa di capelli e di credo, si chiamava Luciana Stegagno Picchio, per me era Itaca. Così, perché il cuore ci mette sempre le sue ragioni, passai da inglese a portoghese, imparai la lingua all’ambasciata brasiliana, feci due annualità in una e in men che non si dica, dalla professoressa, ebbi assegnata una tesi sul “Libro dell’Inquietudine” di Fernando Pessoa, il quale libro allora neppure era stato tradotto in italiano (come doveva succeder poi ad opera di Antonio Tabucchi). Andavo, a volte, come in biblioteca dalla Stegagno Picchio, nella sue bella casa dietro Piazza Fiume. La aiutavo a riporre i volumi, a catalogarli e, ogni tanto, c’eran con lei figure di professori e d’uomini che io non conoscevo ma che erano illustri. Una volta, alta sulla scala, ero lì che sistemavo libri quando udii dabbasso una voce che mi salutava: “Bom dia”. Risposi, cortese, e non guardai più l’ospite che mi pareva un omino grigio tutto occhiali e niente di che. Sì, sì, che perspicacia! Quell’omino era niente meno che José Saramago…

Nessun commento:

Posta un commento