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venerdì 28 novembre 2014

Pagnottelle e burocrazia

Impigliata nella burocrazia, me ne sono stata due giorni, e che noia, a sgarbugliar matasse Acea e Poste italiane, in un delirio di call center e di visite in uffici, con impiegati che ti mandan da uno sportello all’altro, dandoti improbabili numeri verdi che servono, secondo me, a riempir le tasche di qualcuno, perché a noi, anche quando arrivi alla meta (e che sudori!) restano sempre cocci rotti e sul groppone un marameo. Sentite un poco, ad esempio, l’odissea mia (e forse di altri) con Poste Italiane. Mi arriva di bel bello una mattina una raccomandata dalle Poste in cui mi si comunica che, secondo la legge tal dei tali, mi si bloccherà entro tre giorni la Postepay. Non che io la usi granché ma, si sa, può sempre servire, magari per comperare un libro d’arte per chi so io… Tant’è, parto per la mia campagna burocratica e, prima di tutto, mi reco alle Poste più vicine dove una graziosa signorina mi dice che no, non può far nulla e mi rifila un numero verde pieno di zeri che te lo raccomando. Torno, faccio il numero, digito i santi numerini, arrivo alla meta, ma niente tutto inutile il sistema – mi dice la signorina che, mi pare, stia a Caltanissetta – è saltato. Impietosita, mi offre un’alternativa in un tris di numeri interni che presto faccio e anche in questo caso arrivo a fare gol. Peccato, però, che non si possa far nulla perché, udite udite, la telefonata non è registrata. Non capisco, ma mi adeguo. Alla prossima puntata. Ed eccomi, il dì seguente, armata di pazienza, in Piazza San Silvestro, dove, finalmente, con due ore d’attesa, il problema è risolto.

E mentre esco, trionfante, dall’ufficio che è nel chiostro di quel che  fu un tempo un convento di clarisse, mi vien la nausea a pensare che il caso Acea (per carità di patria non lo racconto…) è ancora tutto da sbrogliare. Cammino e, divertita, ricordo quanto mi raccontò, anni orsono, un’amica scrittrice, pisana, sposata con un siciliano. Aspettava, mi raccontò la Luisa Adorno, un pullman giù in Sicilia, un pullman che non arrivava mai. Vendetta, tuoni, fulmini e saette, promettevan le persone in attesa, col muso nero e lungo a spazzolare il pavimento. Sbuffi, proteste, quasi urla, pronti, parevano, all’attacco alla Bastiglia. Poi, d’un tratto, ecco la corriera in lontananza, come un miraggio. Gli animi nel sorriso, di nuovo, come nuovi. Salirono, le furie di prima, e tirarono fuori dai canestri le pagnottelle, in allegria ritrovata. E chi si è visto si è visto.

mercoledì 26 novembre 2014

Il Mater Dei ai Serpenti

L'Istituto Mater Dei, io me lo porto cucito al cuore e tutto quanto, nella memoria, ancora fresco come un ovetto di giornata. Le compagne, senza eccezioni, hanno ancora un viso, un nome e un cognome e incise restano nel ricordo che tanto, ancora oggi, mi rincuora. E, ditemi voi, come potrebbe non essere così se, come è accaduto a noi, per tredici anni si è portato sulla testa un basco penitenziale,  si è recitato,  nel mese di maggio una corona di rosario al giorno, si è rimaste in un cosmo rotondo, di antiche radici e usanze e modi e costumi, mentre tutto intorno il mondo esplodeva nella rivolta. Noi pregavano e lì fuori si facevano manifestazioni e occupazioni; noialtre, all’agape, in festa, mi pare alla domenica mattina quando si portava la corona di fiori alla Madonna di Piazza di Spagna per l’8 dicembre mentre altri, in rosso e nero, inseguivano la rivoluzione nel mettere a zampe all’aria il mondo di ieri per un oggi all'incontrario.
Io, quel mondo lì, antico, forte, di radici, ancora lo vivo, nel chiuso del mio cuore e poco mi piace il frutto delle rivoluzioni altrui. Ché, intorno, vedo - o così mi pare - uomini e donne desolate, in pillole continue, preda del vento che tutto travolte. E così, sempre mi pare, di capire che facevamo bene noi, noi del Mater Dei, figliole dell’ordine e della continenza a viver nel cosmo rotondo e d'oro che ci avevano regalato i Fratelli.

E proprio ieri il Mater Dei mi è saltato al collo nella personcina di una compagna di classe dai capelli rossi e un poco miope che ho incontrato nell’attraversar Via dei Serpenti, mentre lei andava a far la sua supplenza e io, a casa mia. La vedo da lontano e, per scherzare, le dico, deferente: “Buongiorno professoressa!”. La vedo, smarrita, che stringe gli occhi come fanno i miopi per mettere a fuoco la figura e le leggo in volto che, disperatamente, sta cercando di capire chi sono, quale delle tante madri degli alunni, magari la signora Ricci. Poi, però, il sole sboccia in fronte, grida: “Ester!” e mi si butta al collo. L’abbraccio è caldo e dolce, come i ricordi del nostro Mater Dei.

lunedì 24 novembre 2014

Domenica al Pigneto

Io so perché a Tor Sapienza e in tutte le periferie romane si vive in malcontento quotidiano; io so perché gli italiani si sentono perduti e tristi e senza futuro; io lo so e lo voglio scrivere qui, su questo mio angolino di libertà, che è letto da pochi, forse felici pochi, che sanno ritrovare il gusto della penna e del calamaio e dello scrivere sul taccuino i più e i meno e calcolar le cifre del disincanto. Ma per raccontar dell’universo mondo, io parto, terra terra, dalla cronaca (in fondo sono sempre giornalista…) di quanto ho vissuto ieri, vendendo al mercatino del Pigneto le mie bennibags (e grazie alle clienti, tutte belle ed eleganti, che, in danza, se ne sono comperata una o anche due, e olè). Intanto partiamo dal fatto concreto che, per affittare un posticino di tavoli e sedia sotto al bianco gazebo, bisogna tirar fuori euro sessanta (e hai voglia a vender bennibags…), mentre, per dire, i venditori ambulanti del Bangladesh che occupano, a metà, le panchine lungo via Nazionale non pagano un bel nulla e non devono fare spesa, ricavo e guadagno, come noialtri italiani al Pigneto. E dunque, ditemi voi, non si tratta più che di razzismo, di tabelline?

E ancora di tabelline si tratta – perché a pagare l’Ama siamo sempre noialtri, italiani del Pigneto - quando, nel giardinetto che hai alle spalle del gazebo, vedi rotolar bottiglie e sporcherie di ogni tipo, e, voltando appena il naso, vedi gruppi di sfaccendati di ogni colore, che aspettano, credo, clienti, mentre nell’aria si dissolvono nuvole in odor di erba non medica… Mentre poi sei là, mettiamo dalle sette, ecco arrivare, fresca nella mattina di rugiada, una bimba a chiedere due spicci e poi, quando la notte è scesa a colorar l’anima di nero,  il truffatore che ti domanda, in una lingua che capisci a stento, se per caso hai da cambiare una banconota da cinquanta. No, sorridi e mastichi amaro perché è in quella desolazione, nello sporco che ti circonda, nel negramaro tutt’attorno, che devi piegar borse e masserizie, tavoli e sedie e tutto quanto e tornartene, vivaddio, a casetta dove, come per incanto, il fastidio si dissolve in delizia nella pizza fumante che ti han comperato figlio e marito…

giovedì 20 novembre 2014

Camminando lungo la Via Nazionale

Non perché viaggiar nel fiume e nel ritorno in quel giardino primigenio, sia cosa da non augurare. No, non è questo, nossignore, ma a chi voglio bene vorrei dire – e ripetere fino ad addormentarli -  che tanta è la fatica e la porta stretta  e che la fiamma s’accende se deve accendersi e non si può forzar la serratura, con tutto quel che passa nei conventi laici del mondo all’incontrario e nei parchi oscuri. La fiamma, poi, quando pare che sia pronta, come pane ben cotto al forno, par sempre ricercare l’angelo lucente, nella distrazione, nel volo pazzo delle mosche ardenti. E dunque va educata nell’amore. Insomma, lasciatemelo dire con l’elefantino del Bernini, di fronte alla Minerva:  ci vuole un gran fisico, e piedi forti piantati nella nuda terra, per sostener la conoscenza grande e mantenerla diritta, puntata verso il cielo…

A questo e ad altro pensavo, nel mio pensiero a Berlino, mentre tornavo, nel pomeriggio che si faceva sera, indossando la bella vestaglia di seta bruna prima di coricarsi per la lunga notte nera. A questa pensavo mentre un sole di miele e d’oro si squagliava laggiù, sulla coda di Via Nazionale, verso il largo di Magnanapoli che non si  vedeva punto, ma che immaginavo come il talamo nuziale dell’astro d’oro pronto per splendere sulla Croce del Sud. A questo e ad altro pensavo, mentre osservavo le panchine di Via Nazionale occupate, a metà, dalle carabattole cinesi. E alto il mio pensiero mentre una signora grande e grossa cercava di sedersi su una panchina e domandava al venditore ambulante: “Che me poi spostà stà robba tua che ce devo mette la mia?”

domenica 16 novembre 2014

In viaggio, con gli angeli

A chi, come me, è pellegrino su questa nuda terra, capita sempre di incontrar nel viaggio, che è oltre la fiamma accesa, angeli (i quali, per me, hanno un nome e un cognome) che parlano chiaro, come leggendo di tra le mie parole ciò che sto vivendo. Vedono loro (e io no) il pericolo nascosto, l’angelo lucente, nella seduzione sempre viva dell’ego che rimbalza, pur nella bruciatura. Vedono e io,  nella lotta, e dopo, pure, con loro, per riprendere, nell’esichia, un nuovo corso e procedere nella scalata del castello. Mi pare, però, di parlare oscuro e di far di cose semplici misteri che non sono. E così, passando di palo in frasca, mi torna in mente un bel mattino di primavera di molti lustri fa. Ero, ragazza, bionda, nell’oro, tutta quanta presa dal mondo e dalle sue bizzarre inconsapevolezze. Volevo, io, presto, laurearmi, volevo, io, un lavoro e un posto che mi desse la benzina per squadrar la vita e metterla, io, dove sapevo, sempre io. Volevo, io, come l’Alfieri, fortissimamente. E così, vedendo che all’istituto di inglese, ci mettevano un anno e di più a dar la tesi di laurea, ingolfato com’era, l’istituto a Villa Mirafiori (oh, l’incanto di quel giardino sulla Nomentana…), cercai una soluzione e la trovai nell’istituto di letteratura portoghese.

L’aula, piccoletta, era come un nido d’aquila in testa alla Facoltà di Lettere alla Sapienza, la professoressa, rossa di capelli e di credo, si chiamava Luciana Stegagno Picchio, per me era Itaca. Così, perché il cuore ci mette sempre le sue ragioni, passai da inglese a portoghese, imparai la lingua all’ambasciata brasiliana, feci due annualità in una e in men che non si dica, dalla professoressa, ebbi assegnata una tesi sul “Libro dell’Inquietudine” di Fernando Pessoa, il quale libro allora neppure era stato tradotto in italiano (come doveva succeder poi ad opera di Antonio Tabucchi). Andavo, a volte, come in biblioteca dalla Stegagno Picchio, nella sue bella casa dietro Piazza Fiume. La aiutavo a riporre i volumi, a catalogarli e, ogni tanto, c’eran con lei figure di professori e d’uomini che io non conoscevo ma che erano illustri. Una volta, alta sulla scala, ero lì che sistemavo libri quando udii dabbasso una voce che mi salutava: “Bom dia”. Risposi, cortese, e non guardai più l’ospite che mi pareva un omino grigio tutto occhiali e niente di che. Sì, sì, che perspicacia! Quell’omino era niente meno che José Saramago…

giovedì 13 novembre 2014

Attrici metropolitane

Un giorno sì l’altro pure, per motivi che non sono di rilevanza e notizia, mi capita di passare sotto alla gran mole della Colonna di Traiano che, pur intitolata al grande imperatore spagnolo morto nel combattere i Parti, reca sul capo la statua di bronzo del pescatore galileo che divenne il primo Papa. Ero lì, dunque, verso le nove e mezza del mattino anche lunedì scorso, quando, da Via di San Bernardo, vedo arrivare, in passo di danza, una graziosa ragazza di etnia rom, vestita però di stracci vecchi, color deprimenza, il bel viso raccolto intorno a un fazzolettone color pavimento sporco. Reca in mano, la giuliva donzella, non un mazzolin di rose e viole (come pure le donerebbe) ma una bigia stampella, alla quale, manco a dirlo, non si appoggia punto, non avendone affatto bisogno...

La osservo, nel suo camminare leggiadro, al pari della ragazza di Ipanema, ammirandola persino, poi, d’un tratto, non la vedo più. Siccome ho poco da fare nella mia attesa e gli occhi, il terzo pure, sempre svegli, decido di alzarmi e scoprire dove è finita l’apparizione. Oh perbacco, mi dico, mentre la ritrovo, invecchiata di cent’anni, lunga distesa e faccia a terra, proprio ai piedi della colonna, a caccia di elemosine. Trema tutta, come fosse la sorella maggiore di Matusalemme, e, con il viso nascosto e quei panni stenti par proprio una vecchierella, di quelle indifese che vorresti portare a casa e alla quale serviresti un bel piatto di minestra calda. Dimenticavo, anche la stampella è lì a far bella mostra di sé, casomai qualcuno pensasse che sotto a quel foulard si nasconda non la mite vecchierella, ma una ventenne piena di salute, che sa tremar come una foglia in autunno, attrice lei, molto di  più di Marylin Monroe! Inganna, forse, i passanti, ma non me. E non, di certo, la signora che passa or ora, col piglio dell’habituée, e che, scivolandole davanti le dice: “Oh sei già sul posto di lavoro, puntuale come sempre, meglio di me che sono già in ritardo…” Rido io, ride lei e forse anche, là sotto, la nostra vecchierella… 

lunedì 10 novembre 2014

Il gabinetto del sindaco

Vorrei, questa mattina, dir di bene perché, ieri, la visita mistica che ho fatto con una certa persona venuta dal freddo, è stata una gran sorpresa per tutte e due e una sorpresa bella, bellissima nel fiume che ci conduce tutte e due, vestali, nel fuoco acceso. Il ricordo degli occhi grandi e celesti e tutti quanti attenti che seguivano le mie parole sarà custodito nella mia fiamma e mai, tra tanti che ho guidato tra la colonna Traiana e Sant’Ivo alla Sapienza ho trovato uno specchio di me di qualche tempo fa, quando ancora cercavo la porta stretta per passare e il lungo cammino era di sassi ed erbe e ancora tutto da percorrere…

Vorrei dunque dir di bene se non fosse che, ieri, mentre aspettavo la mia ospite a un tiro di sasso da Piazza Venezia, per caso ho fatto due o tre passi lungo la Via di San Bernardo e ho trovato, buttati, dei cartoni grandi e due sedie con le gambe mangiate dalla pioggia e poi tante bottiglie, buttate qui e lì e le scritte orrende dei “writer” (lodati, e mi pare di sognare, nelle pagine culturali del Corriere della Sera, in un articolo dell’inserto Lettura che, spiace dirlo, è fatto tutto quanto, secondo me, con i piedi e a gambe per aria…) persino sulla porta della Chiesa della Madonna del Rosario. Ma che cosa fa questo Marino, dorme? Mi sono detta e intanto tornavo sui miei passi e mentre, seduta sotto la Colonna di Traiano, aspettavo vedo un certo signorino color cioccolato che fa i suoi bisogni proprio lungo la via di San Bernardo, incurante della signora che passa alzando un braccio per mandarlo a quel paese… Mi alzo, vado dai carabinieri in congedo che fan la guardia alle iscrizioni della colonna Traiana, distesi ora sono credo due mesi, verso la Basilica Ulpia. Protesto, dico la mia e quelli: “Non è di nostra competenza”. E mi consigliano, non so se per davvero, per celia o per togliermisi di torno, ma certamente ingamberandosi in un allegro quiquoqua di chiamare il “gabinetto” del sindaco… 

giovedì 6 novembre 2014

Due gocce d'acqua a Roma...

Andando ieri, a passi svelti, verso la Biblioteca Rispoli, dove cercavo (e ho trovato) i russi classici che amo (Lermontov e Leskov e Gonciarov), camminavo, verso le dieci o giù di lì, sotto un cielo bianco, lucido di pioggia appena scesa, e non c’era, niente affatto, la bomba d’acqua preannunciata da Marino, con la barba adesso e una faccia lunga e così e così, diciamo pure, da menagramo che dichiara: “Meglio perdere un giorno di scuola che la vita”. Suvvia, caro sindaco, non esageriamo…
Non c’era, infatti, e non c’è stato tutto il giorno il diluvio universale che tanto aveva allarmato vicini, lontani e così e così. I figlioli, però, se ne sono rimasti a casuccia, senza andare a scuola, come se già non fossero distratti da questo e da quello e da tutto intorno a loro, una congiura – sembra – contro la concentrazione che, come si sa, è una piccola fata gentile la quale ha bisogno di silenzio e di magia e non del vocio convulso, in allarme continuo, che ogni giorno ci accompagna…

Insomma, me ne andavo in biblioteca e, camminando, come sempre, facevo il mio retake quotidiano, raccogliendo bottiglie e lattine e tutto quel che mi capita di raccattare in questa Roma bella che sembra abbandonata al suo destino. E mentre andavo, saltellando in allegria di naufragio sventato, ricevo una telefonata al cellulare  che di solito tengo spento, ma oggi no. Ed è una persona che mi è cara al cuore e abita lassù nel freddo Nord dove quando piove piove per davvero. Con voce da funerale, roba che immaginavo sguardo e fronte corrugata e tutto il resto, mi chiede nuove del diluvio e se ci siamo organizzati con il cibo per non uscir di casa, in coprifuoco e guerra civile. Rido, tra me e me e non so se dirle la verità o tenermela per me, ché per lei, più vere delle mie sono le parole tante, e menzognere, che ascolta in tivvù, la quale, si sa, rende vera qualsiasi gran balla imperiale. E sia, taccio. Le dico di non preoccuparsi che abbiam messo i sacchi di sale e la segatura e teniamo le finestre ben chiuse e non mettiamo in naso fuori di casa. E lei, che, di tra la nebbia delle bugie, annusa sempre il vero mi fa: “Che strano, eppure mi sembra che tu sia all’aperto, in giro…”. Due gocce, d’inverno. A Roma.