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domenica 12 ottobre 2014

Nell'oro silente di Santa Caterina


Un cuscino mignon (benniflaff) per leggere in cielo, seppur distesi a letto...

Ci sono giorni, e anche molti, in cui, sulla strada, per caso, si incontrano angeli in forma umana che, nell’oscurità del mistero che tutti ci avvolge, sono come punti esclamativi e sanno indicare, ma senza saper perché, il dove e il quando fare questo e quello. Ci sono angeli sulle nostre strade. Se soltanto si avessero occhi e orecchie e cuore svegli per ascoltarli e non, si fosse tutti, come è, addormentati in veglia. Ci sono giorni, dunque, in cui, nel camminar distratti, occorrerebbe mettere un poco di sale e pepe nell’azione quotidiana e non svolazzare nel mare delle cose, senza occhi, senza orecchie, senza cuore, nella rincorsa pazza di vane medaglie del mondo a capo in giù.

Pensavo a questo e ad altro ancora proprio poco fa nel ricordare una certa passeggiata mia, in questo ottobre che somiglia a un mese estivo, pur nella sua luce dorata che accarezza l’autunno nella lontananza. Cammino su e giù per la via Panisperna che, antica, mi parla della mia Roma rotonda, perduta nel sogno medievale, e raggiungo la piazza di Magnanapoli dove, come sempre, mi fermo a bere un sorso di acqua di Santa Caterina che, se non lo sapete, è la più buona (secondo me) di Roma. Mi fermo, con la testa a squadra e guardo in su la bella chiesa dove non sono entrata mai. Forse perché per sette anni è rimasta chiusa. Salgo, mi dico, ed entro nella gloria festante di tanti cherubini. Sono aureole di angioletti festanti, nella luce d’oro della chiesa tutta. Dietro l’altare, la Santa di Siena se ne sta nel marmo suo che pare vivo nel movimento della scultura. Mi siedo, vinta e mi pare, così, d’esser tutta io nella festa angelica. Mi siedo e d’un tratto dal nulla ecco apparire una giovanissima suora, con un abito color castagna e colletti di camicia bianca. Mi chiede come mi chiamo, rispondo. Parliamo e ora so dove andrò, quando il mondo mi libererà dalle catene, nelle mattine luminose di presentimenti, al sole dei mie arcangeli, nel bel canto romano di Santa Caterina e nel mio esicasmo muto.  

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