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giovedì 30 ottobre 2014

Nel boschetto di Diana

Bennibag color castagna e oro
C’era, tutt’intorno, oggi, nell’aria come un pulviscolo d’oro, sparso nel cielo e fin giù, al par di manto, a toccar la terra; era, mi pareva, una porporina di miele uscita fresca dalle bacchette magiche delle fate della notte; c’era, questa mattina. tutta quanta rotonda, in quell’oro sospeso, la malia dell’ottobrata romana (che quest’anno ai Monti – ahimè - non è stata celebrata),  nel respiro  ritrovato della terra pronta, in  meritato riposo, a ritornar giù, novella Proserpina, nelle caverne di Ade per dormire tra i morti e risorgere, poi, in gloria e colori, a primavera. Mi pareva, stamattina nel mio andar veloce, nel mondo ma non del mondo, da un impegno all’altro, di sentire addosso il mistero bello che par perduto – e non è - affogato nel cemento e nell’asfalto della modernità. Fortunata, io, nel  fuoco acceso della divina Vesta (che ha il tempio rotondo poco più giù), ero sulla via del Monte Caprino, in un boschetto antico, che guarda dal suo colle verde in balconate il caos della Via Petroselli, laggiù, nello sfrecciar delle automobili. Sotto il caos e sopra il cosmo, nonostante i pappagalli, tanti, che coprono, con il loro aspro fischiare, il dolce cinguettar dei  passeretti nostrani.
Sotto il caos, sopra il cosmo. Nonostante le bottiglie di birra e i pacchetti di sigarette (tanti) che ho raccolto con il mio bel kit color speranza, e buttato in una pattumiera. Mentre sono lì che, inguantata, raccolgo, mi si fa da presso, come uscito dalle Metamorfosi di Ovidio, un tipo sulla settantina, romano come è romano Rugantino e c’ha voglia di chiacchierare e poco da fare. Mi dice: “Ma che è etrusca o romana lei?”. “Romana”, rispondo senza smetter la raccolta. “Noo, a me me pare etrusca, forestiera”. “Romana”, faccio io e comincio a seccarmi. E lui, boh, fa spallucce, credo, e sta per andar via quando, dalla tasca del pantalone color castagna, tira fuori un pacchetto vuoto di sigarette e lo butta a terra. Sta per girar sui tacchi e scappar via, monello, quando, senza scherzi, appare il mio angelo nella persona di un pizzardone grande e grosso che pare una montagna. “Io so etrusco e tu raccogli”. O forse, chissà, è stato tutto un sogno nel cinguettare degli uccelletti miei, felici per la pulizia del bosco sacro a Diana, sotto l'Arce del divino Giove… 

martedì 21 ottobre 2014

Strade romane

Io, oramai uscita dal ventre di Medusa
Ci sono strade, a Roma, che portano, con garbo tutto loro, nella leggerezza del vento, nomi di ragazza e sono, invece, dedicate ciascuna al proprio Papa omonimo. C’è, ripida, in salita, in perenne equilibrio di sentiero di montagna, ai Monti, la via Clementina; c’è a Trastevere,  una piccola, stretta, via Benedetta; e a Campo dei Fiori, la bella, diritta Via Giulia, che pare in pellegrinaggio anche lei verso San Pietro. All’Esquilino, c’è la via Paolina, dove, quando la percorro nelle sue tiepide tenebre, mi pare quasi di incontrare (che gioia!), chiusa nel suo antico silenzio piceno, la Paolina dello zio prete di Dolores Prato…

C’è dunque, alle spalle di Santa Maria Maggiore, la via Paolina, dove mi capita sovente (e pure ieri) di andare perché di là mi reco o nella gran basilica o, più spesso, proprio all’Esquilino, rione dal cuore severo, taciturno piemontese, che ora, perduti quasi gli inquilini savoiardi, è diventato un mondo altrove, dalle mille facce colorate, dove, al mercato, si trovano uva e arance di miele (da una signora in fondo in fondo), il pane di Lariano e le verdure dell’orto, con le radici ancora nere di terra. Insomma, ieri, eccomi sulla Via Paolina e, dovete sapere che proprio in capo alla straduzza c’è una fontanina che mi è cara al cuore. Piccola com’è, ha un cherubino solo, paffuto, con le alucce tese, che sputa lo zampillo e tutt’attorno una festa di marmi. Sì, una parola. Qualcuno, uno scrittore metropolitano, ha fatto un segnaccio viola acceso su una delle finte colonne; uno scarabocchio che mi ferisce, ogni volta, come una pugnalata. E ieri, sapete che cosa ho fatto? Basta, mi sono detta. E con un pannetto bagnato e olio tanto di gomito ho pulito la fontana e mentre lo facevo, giuro, mi pareva di sentire intorno lo svolazzare lieto del cherubino, nel segreto dell’acque romane che sono la vera vita, sotto le macerie della Città Eterna che mi sembra voglia questo signor Marino…

sabato 18 ottobre 2014

Due piccioni con una fava

Nelle mie lunghe passeggiate romane, un poco per grazia ricevuta, un poco per i tanti libri che ho letto, mi par facile decifrare nei monumenti del passato il seme della storia che si srotola nei secoli, regalandomi un quadro d’insieme rotondo, nel bene e anche nel male, armonioso come, mettiamo per divertimento, le acque del Mekong che scorrono ora pigre ora in furia, sotto il bel cielo dell’Asia…
Nel lume mio d’oro, che chiamo di Vesta, cespuglio ardente che non brucia, non smetto mai di legger nuovi libri che illuminino i piccoli vuoti, le cose che non so o che non ricordo. E i libri, un poco per nume, un poco perché ho chi mi guida, si fanno a volte angeli e messaggeri e mi spiegano, nel destino incrociato dei giochi del mistero, i come e i percome ancora da slegare, che van poi cuciti insieme come in un patchwork raffinato di mondi di ieri, che si fan, diversi eppure uguali, di oggi.
Ieri, ad esempio, alla Biblioteca Rispoli sono andata a prendere un libro scritto, negli anni Sessanta, da Silvio Negro che era, pensate un poco, il padre di un collega che lavorava, lui pure come me, in Sala Stampa nel bel Palazzo Marignoli. Il libro si intitola “Roma non basta una vita” e vinse, ai tempi suoi, il Premio Bagutta, non uno qualsiasi. Mi arriva in un’edizione francescana, color vecchiume, senza copertina, di Neri Pozza, del 1962, la prefazione di Emilio Cecchi. C’è anche una foto dell’autore diverso dal figliolo come il giorno dalla notte, se differenza c’è in Apollo e Dioniso…

Torno a casa, stringendo il mio trofeo e mi appresto a immergermi nella lettura. E tante sono le parole usate dall’autore per raccontar la Roma mia bella; e altrettante (bè, non proprio) sono quelle, vergate a matita in uno stampatello sull’attenti, da un ignoto commentatore che valgono, esse specialmente, la fatica, diciamo così, della lettura. Due libri in uno, mi dico soddisfatta, perché ho trovato, a modo mio, la risposta che cercavo nel due che si fa uno…

domenica 12 ottobre 2014

Nell'oro silente di Santa Caterina


Un cuscino mignon (benniflaff) per leggere in cielo, seppur distesi a letto...

Ci sono giorni, e anche molti, in cui, sulla strada, per caso, si incontrano angeli in forma umana che, nell’oscurità del mistero che tutti ci avvolge, sono come punti esclamativi e sanno indicare, ma senza saper perché, il dove e il quando fare questo e quello. Ci sono angeli sulle nostre strade. Se soltanto si avessero occhi e orecchie e cuore svegli per ascoltarli e non, si fosse tutti, come è, addormentati in veglia. Ci sono giorni, dunque, in cui, nel camminar distratti, occorrerebbe mettere un poco di sale e pepe nell’azione quotidiana e non svolazzare nel mare delle cose, senza occhi, senza orecchie, senza cuore, nella rincorsa pazza di vane medaglie del mondo a capo in giù.

Pensavo a questo e ad altro ancora proprio poco fa nel ricordare una certa passeggiata mia, in questo ottobre che somiglia a un mese estivo, pur nella sua luce dorata che accarezza l’autunno nella lontananza. Cammino su e giù per la via Panisperna che, antica, mi parla della mia Roma rotonda, perduta nel sogno medievale, e raggiungo la piazza di Magnanapoli dove, come sempre, mi fermo a bere un sorso di acqua di Santa Caterina che, se non lo sapete, è la più buona (secondo me) di Roma. Mi fermo, con la testa a squadra e guardo in su la bella chiesa dove non sono entrata mai. Forse perché per sette anni è rimasta chiusa. Salgo, mi dico, ed entro nella gloria festante di tanti cherubini. Sono aureole di angioletti festanti, nella luce d’oro della chiesa tutta. Dietro l’altare, la Santa di Siena se ne sta nel marmo suo che pare vivo nel movimento della scultura. Mi siedo, vinta e mi pare, così, d’esser tutta io nella festa angelica. Mi siedo e d’un tratto dal nulla ecco apparire una giovanissima suora, con un abito color castagna e colletti di camicia bianca. Mi chiede come mi chiamo, rispondo. Parliamo e ora so dove andrò, quando il mondo mi libererà dalle catene, nelle mattine luminose di presentimenti, al sole dei mie arcangeli, nel bel canto romano di Santa Caterina e nel mio esicasmo muto.  

mercoledì 8 ottobre 2014

Due pappagallini poliziotti

C'è nel mese di ottobre un qualcosa di sacro nel pulviscolo d'oro acceso che annega l'aria, riempiendola di presentimenti c'è un tanto di divino nel cielo stanco che sembra prepararsi, dopo le infuocate veglie estive, al raccoglimento dell'inverno, nel manto della sera lavato dagli angeli. C'è nel mese d'ottobre come il presagio di un pensiero ancora tutto quanto nell'uovo primordiale che prende tempo a dischiudersi nella rinascita della verde primavera. Nell'ovo pensoso e d'oro dell'autunno io, per grazia mia ricevuta, me ne vado, sovente, in giro per la Roma che amo e chiudo gli occhi ai tanti, troppi obbrobri che sono spettacolo indecente nella Città dei Cesari, sgovernata in un disordine che a volte mi par voluto.. . Ci sono bottiglie di birra poggiate sui muretti, in fila, e sui davanzali delle finestre al pianoterra, come le ten green bottles di cui cantavo, bambina, con la mia Jane degli Antipodi. Ci sono le bottiglie e c'è molto altro di cui non scrivo perché la penna trema di sgomento e le parole non vogliono punto farsi pietra di scandalo in questo angolo piccolino della mia anima.
Vado, dunque, sovente, passeggiando tra i Monti e l'Esquilino, nel respiro del mio cosmo rotondo. A volte, scendo poi verso il centro e cammino a passi di fuoco acceso lungo la Via Nazionale a cercare, mettiamo, i pantaloni per chi mi è caro o un pensierino per un bimbo che ora, nel canto del suo arcangelo, compie un anno appena. Vado, dunque, e d'un tratto, sono lì che tento di attraversar la strada all'altezza di Palazzo Koch che è, in forma e dimensioni di fortezza,  la Banca d'Italia, e metto un passo sulle strisce e lo ritiro perché macchine e motorini filan lisci  e sembran non vedermi punto, Provo, riprovo. Nulla. D'un tratto, dall'alto della strada piemontese, altezza San Vitale, ecco venir tre automobili dai vetri bruniti, in corsa matta, con tanti motociclisti fischiettanti al seguito. Mi fermo, mi impenno, torno sui miei passi e mentre quelli passano rombando nel fischio dell'allarme, gli inquilini di un palmizio di fronte a Bamnkitalia (che sono due pappagallini brasiliani, verdi come verdi sono i miei pensieri) prendono a gracchiar forte, anche loro in allarme, come stipendiati dalla polizia, e gridano forte i due uccelletti, a petto pazzo, perché passa il mondo importante nelle macchine brunite. Fischiano i poliziotti, rispondono i pappagalli. Il corteo di macchine con gli occhiali da sole è già su Magnanapoli. Tacciono i pappagallini stracchi e io finalmente posso attraversare...
bennibag con fatina bionda

lunedì 6 ottobre 2014

Un valzer con nonna Stella

Bambina, di otto anni o poco più, imparavo a ballare il valzer abbracciata a nonna Stella - un,dù,tré, un,dù,tré – su e giù, lungo la corsia color granata che correva diritta tra l’affollamento di bei mobili antichi a San Giuliano. Fuori, nel buio di cartapesta, la campagna friulana sonnecchiava nella nebbia filata dalle streghe; nel buio sorridevano le sagome dei cachi carichi di arancio. E noi, su e giù e, in rotondo girare,  come in pirouette, un passo avanti (un), poi l’altro (dué) e il bacio finale dei due piedini (tré), che si incontravano per un attimo appena e di nuovo a ripartir col destro, ancora e ancora, io e lei, come sollevate dal vento della gioia e dall’allegria di naufragi che ci prendeva, in una risata accesa, mentre Pippo, col pancino d’oro e il cappottino nero, abbaiava, ricamando zompi intorno alle nostre gambe in festa. Crollavamo esauste sul sofà color prato e ridevamo, lei di nuovo bambina tale e quale a me, nel ricordo della sua verde primavera. Io, in paradiso.

Ragazza, ai diciotto anni di amici, amiche e compagne di classe,  raccoglievo, nel fruscio dei vestiti lunghi verdi, rosa e neri, che portavo con disinvoltura, i frutti delle lezioni di nonna Stella. Carnet non ne avevo, ma richieste sì, e molte. Molti valzer ho ballato a Roma e i ragazzi, in cravatta scura, allora, facevano il baciamano e quasi davano del lei... Ho ballato anche a Venezia, mentre placida la luna occhieggiava alle finestre specchiandosi nella laguna, dove si dondolavano le gondole dal lucido manto nero di frmamento. Una volta, a Parma mi pare, ballai con un tipo smilzo, alto, magro, di assoluta nobiltà. Uno che ora è famoso per i vini che produce e che allora mi donò l’estasi del ballo, in rincorsa di Dioniso. E ora che non ballo più ricordo quel mio ballare antico, ma nessuno, neppure quello col principe, è nella memoria bello e dolce come i valzer di San Giuliano, nell’abbraccio della mia Stella…