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venerdì 29 agosto 2014

Sull'erba antica della Via Condotti

Bambina, andare a scuola mi piaceva. Se avevo la tosse, lo ricordo io e lo ricorda mia madre, schiacciavo la bocca contro il cuscino per non farmi sentire e, felice, mi tiravo su, infilandomi nella divisa estiva o invernale e via verso l’Istituto Mater Dei, verso la libertà dai gemelli, da mia madre, dalla bella villa  che pure mi stringeva intorno al collo come un cappio di seta che volevo toglier via e che ho tolto. Vestita, scendevo in cucina a preparare il pane abbrustolito (anche per i fratelli) e solo allora, come in una visione, compariva mia madre, bisognosa di caffè. Io ero già pronta per uscir di casa, col freddo che tagliava le ginocchia, e ad attraversar la via per raggiungere la fermata del 94 che mi avrebbe portato al Pantheon. Oh la delizia di veder, con gli occhi dell’anima, lo splendore della mia Roma primigenia! Potevo incontrare anche Menemio Agrippa, sotto il gran cupolone del tempio a tutti gli Dei e camminavo lungo l’oscura Via del Seminario che mi avrebbe portato nella gran luce della Via Lata che oggi si chiama Corso. Da lì, giravo per la via dei Condotti ed ecco la Madonnella, alta su Piazza di Spagna. All’otto di dicembre, per l’Immacolata Concezione, c’eravamo anche noi del Mater Dei, insieme al Pontefice, a portar la corona alla nostra mamma celeste…

Una mattina fresca di primavera, con le azalee rosa e viola già in fiore lungo la scalinata della Trinità dei Monti, sono lì con la cartella sulle spalle e la mia bella uniforme splendida di giovinezza e angeli vivi, le gambe al trotto per non far ritardo, quando ebbi chiara di me la visione di camminar su un prato verde, come di erba di velluto, e di esser sola, nel lume acceso. Fu solo un attimo, ricordo, poi tornai in Via dei Condotti e c’era accanto a me la Bonetti che mi disse: “Ti sei incantata? Sbrigati che si fa tardi…”. E via di corsa, insieme, lungo la via ancora addormentata… 

giovedì 21 agosto 2014

Nel mio piccolo paradiso

Nel mio piccolo paradiso

bennibag bennicat Vi aspetto al mercatino del Pigneto il 28 settembre!
C'era e c'è ancora, nella villa romana, un buco di stanza al pianterreno, che guardava e guarda in viso un gran pino solitario;  un buco di stanza, dicevo, chiamato, come a dargli del lei, stanzone. Lo stanzone, diventato di uno dei gemelli, diede a me, all'età - più o meno - di vent'anni - l'ebrezza di avere per me sola una stanza tutta per me. Non che soffrissi a dormir nel letto di sotto del castello che dividevo, insieme alla camera, con Marco. Nossignore, sono stati quei miei verdi anni, un paradiso di chiacchiere e solidarietà angelica, tra due anime in fuga. Ma avere un posto mio, tutto mio, mi riempì come d'un presagio, un futuro in cui, sola finalmente, avrei potuto scalare le vette del mondo e ritrovarmi, magari, con una casa tutta per me. Avvenne, avvenne, ma molti anni più tardi.
 Per ora, immaginatevi un rettangolo piccino, incastonato tra due altre stanze (a sinistra, quella di mia sorella che da sempre aveva avuto il privilegio di star sola soletta e forse, chissà, è anche per questo che non si è mai sposata..., a mano destra, la stanza che era stata fino a poco prima la mia con Marco). La finestra della mia nuova stanza affacciava sul gomito del terrazzo rosso la cui ringhiera era inghirlandata dal roseto di mia madre: di maggio, il profumo delle rose nei voli pazzi delle cantilene smeraldine. Dentro, pochi mobili e scelti. Il vecchio tavolino di nonna Stella che ancora adesso mi fa compagnia nella casa di oggi, un letto, una cassettiera. Niente più c'entrava eppure mi bastava. Felice, contavo le ore nella solitudine beata che ho rincorso e trovato. Felice, leggevo, nei miei primi amori letterari: Elsa Morante, Gogol. Checov, la Mansfield. Eppoi scrivevo, sull'Olympia bianca, dono di mio padre per i diciott'anni. Ora scrivo poco, ma  nel mio ora et labora, ho ritrovato la mia stanza, una stanza tutta interiore, tutta per me e a chi mi chiede dove sono andata in vacanza, rispondo: "Nel mio piccolo parsadiso".

venerdì 15 agosto 2014

Un caffè con Carla

Una delle tante bennibag della nuova collezione. In attesa del mercatino del 28 settembre al Pigneto. Per vederne altre, basta una mail a bennidv@alice.it
Di tutte le colline che si tengono per mano perdendosi nelle ondulazioni azzurre, laggiù, nella sfrangiata lontananza, mi pare di conoscere tutte le sfumature, mie, di verde della terra Sabina. Le conto, quando aranciato è il cielo nel tramonto maestoso che conduce alla sera tra i tetti grigi smangiati dal tempo. Lassù mi sorride, orgoglioso, Mompeo, ecco Toffia gentile e in fronte le case come dadi lanciati sull'erba da un gigante giocondo.
Verde argentato, l'ulivo sacro, pare salutare me e il picchio anche lui sacro di Romolo. In questa Sabina raccolta, antica, perduta in un eterno ora che pare respirare in affanno la modernità, mi piace andare, ma di rado, che pena mi dà vederla immersa in un'indolenza che non era certo quella di Numa o di Vespasiano, ma che veicola in cuore un senso di stallo, come se il fiume sacro del Farfa  (che amo nella sua gelida, vorticosa corrente) fosse interrotto da una diga costruita da un ingegnere senza senno che mi par quasi di conoscere.
Mi sorridono, laggiù, i tanti verdi di questa terra benedetta che fece l'Impero nella sua antica, rocciosa operosità di centurioni e legionari nel piatto loro di cicerchia. Io penso di esser qui perché qui riposava Orazio (che amo) e penso di andar via perché Orazio non c'è più. E neppure la chiesa, dedicata all'Assunta, chiusa da tre anni in un malinconico addio. Senza campanile, mi dico, non c'è paese e, nel celebrare l'Assunta (che è, per me, il vero ferragosto), non posso star qui, dove chiuse sono le ali e le porte del cielo. Demitto auricolas e ritorno nel frastuono di Roma, dove c'è Carla e andiamo, insieme, a berci un caffé...

venerdì 8 agosto 2014

Il profumo di mirto selvatico

Mille anni fa, forse ai tempi di Adamo ed Eva in paradiso terrestre, a Cala dei Gigli mi svegliavano, soli, in un silenzio d'oro, i campanacci delle pecore che dai campi  di Peppino Porcu si spingevano fin sulla spiaggia a leccar, schifate, l'acqua salata. Dlen, dlen, lontano, come un richiamo ad alzarmi, festosa, per trascorrere le lunghe mattine perdute nell'incanto della mia protostoria. Ricordo, oggi come fosse allora, il mirto, spettinato, che mandava a tratti il suo profumo, mescolato al salso, e quanto sacramentava mio padre vedendolo, in cespuglio pazzo, sempre con i capelli lunghi e mai sull'attenti...
Quando la mattina era ancora in boccio, mio padre, avvocato, tutto quanto stirato nella logica, ragionava sul da farsi quotidiano in cui noi . o almeno io - a volte avevamo un piccolo compito da svolgere. Che ne so, fare una commissione per lui, raccogliere a mucchi le foglie secche portate dal ponente e dal maestrale, oppure, come nel caso di cui scriverò, accompagnarlo a buttare qualcosa nel grande secchio nero sul curvone che menava alla spiaggia. Udito da lontano il camion (che giungeva, allora, un giorno sì e poi chissà quando), ecco mio padre scender svelto gli scalini di legno e, dopo un saluto al suo ibisco in preghiera, giù. e io appresso. Corriamo a rompifiato per lo stradone color nutella fin dove il braccio si piega a gomito per spingersi alla riva. Ed eccoci alla meta.
Dal camion scendono tre tipi smilzi e cominciano a caricare quanto è stato lasciato lì forse da una settimana o anche di più. Mio padre porge il sacchetto e poi, cortese, pone una domanda: "Dovrei buttare un vecchio barbecue; avete un servizio per i rifiuti ingombranti?". Il primo tipo smilzo apre la bocca e, senza far uscir la voce, dice in alfabeto muto: "Sono sordomuto, non so nulla". In mio padre occhieggiai un sorriso o forse sono solo io che lo ricordo e lo immagino perché sorrido io al pensiero di quella faccia che stirava l'abc nel silenzio dell'ugola pigra. Il secondo tipo smilzo, interpellato, risponde, senza scherzi: "Si rivolga al sindaco di Porto San Paolo...". E io sorrido adesso (allora seria seria), ma mio padre scoppiò proprio a ridere e al terzo tipo smilzo, il viso di sughero bruciato, non chiese nulla. E per fortuna perché l'espressione sua, come di porcospino, la ricordo, come il profumo del mirto selvatico, oggi come fosse ieri,.
Subito dopo, passato nel clangore suo il camion con il suo contenuto umano e non umano, aiutai mio padre a buttar la ferraglia, un battimani, evviva e così sia.