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domenica 20 luglio 2014

Pioggia sacra

Quando il vento di levante alita su Cala dei Gigli il suo umore di nebbia, il mare, accigliato, diventa color specchio e si veste di gonfia malinconia nel furore pazzo delle ondine crespe che portano al largo; in quei giorni, di amaro scirocco, ora che son donna fatta nello splendore del mio sacro fuoco acceso, non scendo neppure sulla spiaggia perché so, perché lo so, che presto le nuvole nere si affolleranno alle spalle dell’aldia, dalla parte di Vaccileddi, portando la pioggia e con lei il profumo rinato della mia antica Sardegna.


Me ne sto a casa e respiro la terra che respira anche lei, con me, nel cosmo ritrovato. Non scendo, non più. Ma da bimba, che corse, che gioia, infilare il kway (il mio era rosso, quello di Marco, mi pare, blu), e correre in spiaggia era un solo balzo. Mi ritrovavo dabbasso, le dita dei piedi nella rena umida, fatta color tuorlo d’ovo dalle gocce di pioggia. Correvo, nel fiato del vento, bevevo le gocciole amiche, ballando con Dioniso in una libertà tutta nuova, cucita apposta per me. Correvo e poi, tolto il kway e la maglietta, in acqua, ché le onde erano calde, accoglienti, sotto la pioggia sferzante. In quel brodo primordiale, nella frescura dell’acqua del cielo, ridevo con Marco, nell’avventura. Poco dopo, ma proprio poco a contar con le dita i minuti, ecco la Mimma, sotto un ombrello cortinese, rosso con le righe gialle e verdi torno torno: “Fuori, fuori! A casa, via, I fulmini, è pericoloso!”. Ubbidienti, mansueti, ci facevamo abbracciar dai panni caldi e da lei (che amavo) e su a casa, domati.

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