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venerdì 27 giugno 2014

In santa pace

Ci sono a Roma degli angoli riposti che profumano ancora d’agro romano, di erbe spettinate, allegri nei voli pazzi di merli neri, luoghi d’incanto e di preghiera che io vado cercando nelle mie passeggiate solitarie per regalare, un giorno, la malia a quanti, prima o poi, vorranno venire con me nella grazia ritrovata dello spirito rotondo in un paradiso ritrovato. Ci sono, dicevo, luoghi dell’anima che, semplici e solenni insieme, respirano nel creato come cose vive. Uno di questi - e svelo il segreto a quei pochi che seguono le mie parole - è di certo la Basilica dei Santi Quattro Coronati, al Celio. Io, se a lenti passi, la raggiungo, di solito verso sera, è per liberare il cuore dalle cure quotidiane e sentirmi rinata in quel silenzio d’oro, nel respiro profumato di quel fazzoletto di campagna a Roma; seduta sul muricciolo, nello sghembo su e giù dei sassi di cui è fatto, sono lì, tutta in me, nell’esicasmo mio muto...
Già la posizione, seduta com’è come su un piedistallo, in basso la città, è grazia della magnifica Chiesa, color mattone, nell’eleganza medievale del cotto romano. Si sale un poco, almeno io, verso il Creatore e, ritrovato lo spirito che tutti ci pervade, si entra in un gran cortile dove mutolo è l’intorno e vuoto di vita il canto della serenità. Sulla destra, per chi lo desidera (ma bisogna chiedere la chiave alla monaca agostiniana che aspetta, immobile, dietro la grata) si può ammirare l’oratorio di San Silvestro e non vi svelo la festa di colori, nel disegno elegante del pavimento cosmatesco…

Io, poi, entro in Chiesa e, seduta in un banco proprio in fondo, ai piedi dell’entrata, alzo lo sguardo sui tanti santi che dall’abside mi sorridono nella loro nuvola d’oro come in un gioco di figurine antiche. E gioco, infatti, a riconoscerli nei simboli loro di testimoni e illuminati: Santa Caterina d’Alessandria con la sua ruota, Sant’Antonio nel giglio bianco, Santa Rita, col soggolo grigio... In loro mi specchio, sola, e da loro sollevata, trasformata la solitudine in armonia, me ne ritorno a casa.

sabato 21 giugno 2014

Un elefante blu

Particolare di bennibag, doami sarò al mercatino del  Pigneto tutto il giorno... 
Sarà che erano le sei e c’era tanta, troppa luce; sarà che al primo minuto, sul campo, gli azzurri mi sono sembrati senza sale e pepe e mi pareva di vederli fare ammuina, passandosi di dietro il pallone in diagonali e angolazioni buone per farci un mandala, ma non per segnare un goal; sarà che al secondo tempo, verso la fine, poco mancava che mi addormentassi, sarà per questo e per altre ragioni ma io le notte magiche inseguendo un gol non le sento più, nemmeno tutt’intorno e sarebbe forse ora di ricominciare ad essere italiani, amando per davvero questo nostro piccolo Stivale (che così tanto e troppo ha dato al mondo ingrato…), senza dipingersi faccia e corpo in tricolore quando giocano i vari Pirlo e Balotelli e altri che portano nomi assurdi per dei calciatori. Non è per fare la morale, o forse sì, ma per me Buffon e Marchisio sono nomi che vanno e andranno, nel vento del futuro, mentre restano, per sempre, nel fuoco eterno del genio, i nomi di Raffaello e di Tiziano e di Sebastiano del Piombo e di tutti i grandi artisti di cui parla in un librino blu della Sellerio che si intitola “Il mestiere dell’artista”, Claudio Strinati. Io lo leggo, a sera, quando chiuse sono le cascate delle cure quotidiane, quando chiuso è anche il ristorante per capinere e pettirossi che, di giorno, apre sul balconcino della mia finestra…

Lo leggo, dicevo, e penso a quanto bello doveva essere, in quei tempi, vedere ancora viva la Roma dei Cesari nei marmi lustri di templi e sacelli. Lo leggo, nella gioia, di trovare nel passato, guardando dal buco della serratura, i grandi artisti (anche quelli del cui nome si è perduta la memoria) rincorrere e cercare la verità squadrata nell’armonia eterna che sempre, noi ignari, ci circonda in un abbraccio forte. Lo leggo, mentre chi so io, piccolo nel cuore e grande tanto dentro e fuori, mi racconta di quando, nel 1982, lungo la via Bafile di Jesolo vide, allora sì ragazzino, nell’incanto di quella notte magica davvero, sfilare tutto quanto possente tra la gente un grande elefante blu, l’azzurro degli azzurri nella primavera della modernità… Buon compleanno!

lunedì 16 giugno 2014

Divini devoti

Il mio tavolo al mercatino del Pigneto. Ci sarò anche domenica 22 con le bennibags, le bennirose, le bibi,  le bennicards!
Guardo poco la televisione, ché mi sono a noia i bla bla di politica in cui mi pare di non capire più nulla, mentre quelli, con le facce a volte pure antipatiche, se ne dicono su di cotte e anche di crude, mentre io finisco per bruciare i broccoletti siciliani a sfrigolare matti in padella come a chiamarmi “Ester, Ester, siam pronti a che ti perdi..”. Non la guardo, no, dicevo, la signora del nostro tempo e poco anche il computer, ma alla domenica sera verso le nove, su Rai Cinque cascasse il mondo, non mi perderei per nulla al mondo un programma piccolo piccolo, di nicchia, come si dice, condotto da Claudio Strinati che  è storico dell’arte e musicologo e uno di quelli di cui, mi pare, si è perduto purtroppo lo stampino. Insomma mai mi perderei (e non succede) “Divini devoti”, che racconta, attraverso l’arte e le chiese, i grandi ordini religiosi che sono stampella della Chiesa e, per me, impronta e segno dello Spirito Santo nel mondo. La prima puntata, ecco i Francescani nella Chiesa all’Ara Coeli, dove è conservato, purtroppo in copia (che l’originale è stato rubato…), il Sacro Bambino che era, a Roma, tanto importate e unico e regale che, quando passava lui, in corteo, il traffico si fermava e anche il Papa…

La domenica seguente, dall’Abazia di Subiaco, si parla dei benedettini, che mi sono cari per l’ora et labora (che pratico) e per un altro motivo che alcuni sanno e altri no e di cui non parlo. Ieri, invece, si è parlato degli agostiniani, che a Roma sono titolari di due Chiese magnifiche: Sant’Agostino (appunto) e Santa Maria del Popolo. Che meraviglia il mio Strinati, con l’umiltà dei grandi e la freschezza delle persone di gusto, a raccontar di Caravaggio (che amo sì e un poco no), di Carracci (che amo senza condizioni) e poi anche degli angeli del Bernini che basta guardarli per sapere che li ha fatti lui… Che meraviglia, dicevo, e, se il programma fosse iniziato a maggio, quando l’ho incontrato (per caso) in piazza del Collegio Romano, lo avrei ringraziato, e tanto, perché è nelle radici umide nostre la grazia rotonda di lassù e nell’oro del passato, nell'armonia del Quattrocento,  il sentiero del futuro…

venerdì 13 giugno 2014

Compagne di classe


So ancora a memoria, oggi, che di anni ne sono corsi via nel vento a manciate e a mucchi, i nomi in ordine alfabetico dell’appello di classe mia all’Istituto Mater Dei. Le compagne, tutte quante, le ricordo. Alcune perché mi sono legate al cuore per motivi diversi, e ognuna a modo proprio; altre perché erano il corteggio di quei miei anni verdi e ancora adesso ricordo, freschi, i capelli rossi di Sveva e quelli biondi biondi e lunghi lunghi di Giada e la lunga (anche lei) coda di cavallo, color nero seppia, della Palombani e come la Migliorati avesse i capelli  tanto ricci che, pur tirati con forcine e mollette, se ne restavano a far pieghette come le ondine al mare quando spira la brezza e tanto neri da parere di color turchino. C’era la Tammesi, lunga lunga tutta quanta, con gli occhialoni rotondi e c’era la De Luca, piccola, con gli occhi celesti sparati in un visino di cera e c’era la Tobini che parlava sempre in un su e giù di sciocchezze al vapore acqueo…

Mi sono ritornate vive, in mente, tutte quante, con la simpatia che si cova con l’ovo della giovinezza perché l’altro ieri o forse lunedì ho incontrato per la via una delle tante, non più in divisa, che non vedevo da anni e mesi e giorni da farci su due chili di calendari scritti fitti. L’ho vista da lontano e lei me e, indecise se avvicinarci oppure no, con l’occhio sospettoso nello squadrare slabbrature dell’età, ci siamo salutate da lontano, nel brillare degli occhi accesi. Ci siamo salutate appena, nel timore di ritrovarci diverse e non più quelle di allora, stirate nella divisa bianca e blu, il basco come un’aureola d’ordine antico. E mentre me ne andavo via, un poco a capo chino, nel ricordo acceso e subito rispento, mi sono sentita prendere per un braccio e: “Ponti: eri il numero 18 e io l’8…”. E insieme, lei e io, abbiamo recitato la preghiera dell’appello che tutti i giorni ci salutava in classe… 

domenica 8 giugno 2014

Angeli sulla mia strada (ricordando l'ingegnere)

Cammino giù dal Laterano lungo la Via di San Giovanni nel fresco ritrovato del venerdì sera, con un ponentino dolce e amico ad accarezzare i capelli; cammino – dicevo – e tutta quanta, nel pensiero e nella pratica, presa da certi problemi che terrò per me e che mettono troppo sale nella zuppa, disturbando il quieto quotidiano, nella spina del mondo che punge. Cammino, insomma, e non mi accorgo di un certo signore che mi si fa dietro e poi davanti e, fermandosi di colpo, mi fa: “Lei ha proprio bisogno di un caffè”. Lo prendo? Non lo prendo? Il signore, con un testa un caschetto di capelli bianchi pare Ponzio Pilato nel “Maestro e Margherita” e mi pare, nell'infinito dei giorni, di averlo famigliare...

No grazie, rispondo e torno a camminar per la mia strada, mentre quello seguita a seguirmi e mi sento gli occhi di lui sull’ali e mi verrebbe voglia di girarmi e chiedergli che altro vuole visto che il caffè lo può prendere benissimo da solo in un baretto appena trascorso sulla sinistra della strada. Sto per farlo quando lui, tornandomi in corsa davanti, mi indica lontano, a sollevar lo sguardo, sullo scorcio del Colosseo, un cielo incendiato dell’oro del tramonto e più in alto, nel vuoto che si eleva tra i Fori Imperiali, vedo comparire un angelo tutto nero che è poi la Nike alata del Vittoriano, ma da qui pare solo un angelo di Dio, in controluce,  nell’oro del sole che, piano piano, dopo il fuoco del giorno, parte per visitar l’altro emisfero, salutando, per me, Jane e Janet e anche Nick ed Edward. “Un angelo…”, balbetto, ma il mio Ponzio Pilato non c’è più, se ne sta seduto su una sediola rossa, in un baretto che è anche lui seduto di fronte al Colosseo e sollevando la tazzina di caffè, vedo volare altri angeli, angeli sulla mia strada…  

mercoledì 4 giugno 2014

Il re è nudo


Per me la sfilata del due giugno lungo i Fori Imperiali è stata tutta nella nebbiolina vischiosa che scendeva sul Rione Monti al passaggio a schiaffo delle Frecce tricolori. Patriottica, nelle mie private stanze, lo sono fino all’osso, ma mi viene il magone al pensiero della mia Italia dove, nella Reggia di Caserta (così ho appreso oggi da “L’aria che tira”, un programma della Sette) si accampano stranieri senza fissa dimora, dove i visitatori sono poche migliaia a petto dei milioni che, ogni anno, vanno a Versailles. Mi viene il magone, dicevo, nel guardare (come ho fatto) il video di certi ragazzi che, nelle magnifiche fontane della villa dei Borboni, fanno i tuffi e il bagno, sotto gli occhi dei guardiani che – come ha spiegato il giornalista – dicono di avere il compito di guardare (appunto) e non di intervenire. E allora, mi dico, a che cosa serve mostrar quelle ministre in ghingheri che, al posto di uno sguardo solenne, patriottico, si fanno un mucchio di risatine come fossero scolare in gita scolastica…
Ma vabbè, mi sono svegliata brontolona perché io, l’Italia, la amo davvero, tutta quanta, dalle Alpi del Macongranpenalerecagiù (che ho scoperto con dolore, a scuola, non si studia più…) fin sulla punta della bella Trinacria, e siccome so, perché lo so, che bisogna guardare chiaro all’oro dell’avvenire, racconto, per mettere un pizzico di zucchero nell’amaro che ci circonda, una storiella che mi è capitata in mano proprio il due giugno, mentre me ne stavo a casa di un’amica che di anni ne ha quasi il doppio di me e la testa più lucida dei pomi d’ottone in casa di chi so io. Insieme, guardiamo la televisione ed ecco comparire il Presidente Napolitano, in automobile, a salutar la folla. E arriva, di corsa, in volo di farfalla, la pronipotina, e, con l’indice puntato, strilla: “Nonna, guarda, il Re!”.