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martedì 27 maggio 2014

Pablo è vivo

Ero, domenica scorsa (e ci sarò anche il 22 giugno, di domenica, da mane a sera), al mercatino dell’isola  pedonale del Pigneto, tra due file di palazzi anni Trenta, belli ed eleganti come sanno esserlo le signore di buon gusto delle quali è meglio tacer l’età e lì, in mezzo, noi – il mio amico G. e io – lui, con i suoi tanti libri (e alcuni rari e fino preziosi) e io, con le mie bennibags e le bennirose e anche le bennicards. C’eravamo noi e c’era un gran vento che a volte, col suo bel mantello grigio, spazzolava, ondeggiando, noialtri e spettinava i capelli di chi andava snasando tra i banchetti. Di borse ne ho vendute e anche le parannanze sono andate via come lo zucchero filato al luna park. Ed è bello conoscer tanta gente e trovar chi  capisce che cosa c’è dentro e dietro quel che poi si fa semplice borsa quotidiana e olè…

A riempir le pause tra una vendita e l’altra, tante parole scambiate con G. che di letteratura, da buon libraio, ne mastica al pari di me che, con le parole, in forma di articolo, traduzione, libro, ho lavorato una trentina d’anni e tutti quanti cuciti al cuore. Passa il tempo, e leggiamo una poesia di Pablo Neruda tradotta da Salvatore Quasimodo, due Nobel in una sola edizione, magrolina, bianca e nera dell’antica Einaudi che fu (e che, per me, non è più); leggiamo Umberto Saba che era libraio come G., e anche poeta. Immersi come siamo nelle parole alate dei grandi maestri del passato, che ci han nutrito per tanti anni e ancora e ancora oggi, non notiamo un tipo vestito di nero che pare uno dei Blues Brothers il quale si è fatto vicino al banco. Catturato lo sguardo del mio amico G., l’uomo domanda, ma sul serio: “Ce l’hai Le mutande di carta di Zap Mangusta?”. Insieme, abbiamo fatto di no con la testa, salutando Pablo che è vivo...

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