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martedì 15 aprile 2014

In solitaria


Piccola, ostinata, andavo controcorrente; il pensiero mio, rotondo, sembrava sempre, e non so mica perché, fare a pugni, tradotto in parole, con quello della maggioranza. E non sono punto cambiata negli anni. Ché oggi, quando, mettiamo, ascolto i tiggì, senza dover (per fortuna) scrivere come succedeva quando lavoravo per il Gazzettino, mi pare di sentire, tutto stirato, un mondo di buccia dura, un mondo al rovescio, dove la verità, in croce, piange, silente, messa all’angolo dalla menzogna, che se la ride, beata, nell’inganno che offre agli umani, illusi di esser moderni e scienziati, nella corsa frenetica, tra Iphone e Ipad, perdute le radici, tagliata la corda d’oro che respira, dormiente, nell’universo…
Ma basta con la malinconia, io, per privilegio di grazia, nell’armonia respiro e vivo e poco importano le mie parole. Ché anzi sono sirene oscure e non sanno rendere il lucente mistero che è offerto a chi bussa alla porta. La porta si apre e la fiamma si accende in un viaggio di luce e di tenebra insieme che è Atena e Medusa tutt’uno, nel veleno che, rinato, si fa balsamo e ambrosia. E mentre ripenso al mio viaggio, eccomi ragazza alla Sapienza di Roma, occupata dagli autonomi o chi sa chi non lo ricordo. Io, questo sì lo ricordo, devo dare Storia Moderna con Vittorio Vidotto, e il calendario degli esami è al piano tal dei tali e internet non c’è e devo scoprirlo, un gradino via l’altro. Sicché, giunta alla porta, chiedo al ragazzo di guardia (solo la barba nera di lui ricordo…) di entrare. Mi risponde di no e mi volta le spalle. Presi a parlare. Non so che cosa dissi, le parole sono aria e condensa, so solo che mi lasciò entrare, meschino, e io, Maria Antonietta - nella treccia d’oro che mi percorreva, a serpente, la schiena - percorsi i corridoi vuoti e l’ampia, ariosa scala, come andando, da solitaria, verso il mio futuro solitario…


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