Pagine

domenica 6 aprile 2014

A Silvia


A Cala dei Gigli, molti e molti anni fa, quando ogni tanto le pecore di Marino Porcu ciondolavano, nel dlen dlen dei campanacci, fin sulla battigia, le zampe salate, c’eravamo Silvia e io, tutte e due piccole e bionde e molto abbronzate. Io, tutta in lei che era maggiore di un pugno di mesi, ma erano, allora, millenni, nell’essere lei, per me, maga e incantatrice…
 Giocavamo, insieme, o ai bambolotti (mio Giovannino, suo Cicciobello) oppure alle Barbie o a fare, col pongo, le casine di fungo dei puffi. Era lei a decidere a che gioco giocare. Io, ubbidivo. Ma siccome la Silvia, allora e forse anche adesso, cambiava d’umore e d’idea come la mia ghiandaia pettegola passa dal mirto all’olivastro, io finivo per fare il pendolo tra le nostre due case a prendere e a riportare ora Giovannino ora la mia Barbie Malibu, chiamata, a scelta, Margherita o Anna oppure Osanna, in onore di una certa fanciulla in fiore romana che, forse, piaceva a me soltanto, visto che il nome suo, d’angeli musicanti, si è estinto con lei e mai più l’ho risentito indossato nel mondo.

A volte, poiché il padre di Silvia era pescatore subacqueo, tutta la famiglia lasciava la Cala nostra dei Gigli per perdersi in Grecia, in Tunisia e non so più dove, con un sei o sette metri che portava proprio il nome di Silvia. La Silvia diventava allora, per me Sherazade, e contavo le ore, i minuti del ritorno, nel dopopranzo della mia solitudine sarda. Tornava, un alleluya. E tornava carica di mistero, nel fascino che avvolgeva le giornate sue greche, tunisine e di chissà quale altro luogo fatato. Intanto corre il tempo al galoppo ed eccoci grandi, sempre bionde e sempre abbronzate. Non con le bambole più giocavamo, ma a volte con i ragazzi. Ricordo una sera, d’argento, lei e io, crudeli, rannicchiate dietro la porta di casa sua, con il riso in gola a scoppiar fin dalle orecchie, mentre fuori, meschini, ci chiamavano due poveri illusi, rimasti con un palmo di naso…

Nessun commento:

Posta un commento